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Cultura

Il suicidio nella letteratura: dal giovane Werther a Jacopo Ortis

Da qualunque parte io corressi anelando la felicità, dopo un aspro viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata la sepoltura dov’io mi andava a perdere con tutti i mali e tutti i beni di questa inutile vita. 

Con questa citazione, tratta dal romanzo epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo – autore specchio della tradizione settecentesca improntata sui valori dell’interiorità e della soggettività del singolo –, è possibile introdurre quello che fu un tema cardine già nella classicità, continuando a esserlo ancora oggi, la morte – che congiunta al tema dell’amore rappresenta una tradizione mitologica ormai trapassata – la quale nella sua forma più drastica e pessimistica si evolve nel suicidio. Nella sua accezione più generale, il termine deriva dal latino caedere, una sorta di caduta libera con cui si intende l’atto per cui una persona procura del male a se stessa. Da sempre considerato un gesto autolesionistico estremo, l’ultima soluzione positiva per chi soffre di disturbi o malesseri psichici, cause personali, depressioni, situazioni sfavorevoli o delusioni d’amore, è un argomento molto discusso all’interno della letteratura moderna e contemporanea.

Fu Goethe, scrittore, poeta e drammaturgo tedesco, a introdurre in Germania il tema del suicidio nel suo romanzo I dolori del giovane Werther, un titolo che mette in rilievo dei contenuti alquanto negativi, mostrando come i dolori del protagonista siano così forti e impetuosi da condurlo alla decisione di porre fine alla sua vita. Saranno la dedizione per la patria e l’amore per la donna a concatenarsi in una combo che delineerà una serie di fili scollegati fra loro e che, tuttavia, non troveranno la strada per allinearsi nella mente e nel cuore di Werther. Egli infatti, nonostante rispecchi un personaggio positivo all’inizio del romanzo, non riesce a trovare la propria collocazione nel mondo, in una società chiusa e conformista, cieca davanti alle ambizioni di chi predilige un futuro migliore, mosso dal desiderio di cambiare e andare oltre. Non arrendendosi nell’immediato, cercherà di rifugiarsi in un primo momento nell’amore della donna, Lotte, ideale di grazia, bellezza e armonia interiore così come descritta dall’autore, che finirà, però, per rappresentare la sconfitta quando, sposandosi con un altro uomo, porrà fine a tutte le illusioni che il suo amante si è costruito e che gli permettono di sopravvivere in un mondo scarno e privo di valori giusti. Qui Goethe riprende la concezione de I canti di Ossian dello scrittore scozzese Macpherson che mostrano come l’amore e la vita in generale non siano soltanto specchio di gioia e felicità ma portino anche dolore e sofferenza: una somma di elementi contrastanti fra loro che condurranno Werther a una fine tragica, già propugnata all’inizio del racconto, che è proprio il suicidio.

Quello di Goethe fu un romanzo fortemente criticato. Nella sua accezione positiva di porre fine alla vita quando non vi è più rimedio, infatti, fu largamente motivo di ispirazione tanto da far scaturire all’interno delle varie classi sociali la cosiddetta moda alla Werther, portando i giovani a prenderne le sembianze e copiarne i costumi, fino ad arrivare al punto di ammazzarsi per futili motivi, con un incremento importante dei suicidi giovanili. Ma oltre a rappresentare un modello per i ragazzi, l’opera definì l’orientamento di Foscolo per il suo famoso romanzo epistolare, che viene considerato come il primo romanzo moderno della letteratura italiana. Il poeta riprese dal Werther le stesse caratteristiche che condurranno il protagonista a morire non per inettitudine ma per amore della patria – con una forte denuncia nei confronti di Napoleone Bonaparte che propugnava una società corrotta dedita a falsi valori – e per la sua forte delusione d’amore, l’impossibilità, dettata anche da una legge tendenzialmente patriarcale nei confronti della fanciulla, di poter vivere i suoi sentimenti e le sue passioni:

Ma poniamo che io paventando il pericolo da prudente, dovessi chiudere l’anima mia a ogni barlume di felicità, tutta la mia vita non somiglierebbe forse alle austere giornate di questa nebbiosa stagione, le quali ci fanno desiderare di poter non esistere fin tanto ch’esse rattristano la natura?

Nel Settecento, quindi, secolo dei Lumi che vide un grande sviluppo dal punto di vista scientifico, sociale e culturale, il tema del suicidio fu affrontato con una schiettezza tale da indurci a riflettere da un punto di vista più interno, chiedendoci non soltanto quali furono le cause, banalmente sopra-riportate, ma soprattutto cosa abbia indotto questi scrittori a porsi il problema e a definirlo nelle sue forme meno astratte.

In particolare, fu il sociologo e antropologo francese Durkheim a difendere l’idea di suicidio come fatto sociale e quindi non dettato da principi tendenzialmente psichici. Esso esercita dall’esterno un potere coercitivo sull’individuo tale da divenire oggetto di studio della sociologia. La parola viene spesso utilizzata per quei decessi, come affermò il sociologo, che sono direttamente o indirettamente il risultato di un atto positivo o negativo di colui che prende questa scelta, il quale sa che porterà a un tale risultato. L’idea che ci forniscono i romanzi citati, dunque, è quella di personaggi stanchi della loro posizione all’interno della società, della vita e di tutto ciò che non scaturisce in loro un’esaltazione da conquista. È da prendere in considerazione, però, il fatto che la concezione del suicidio tende ad andare oltre.

Come sostenne Durkheim, e come già sottolineato, il punto centrale è che l’individuo si astiene dal vivere, il suicidio però avviene anche per altri casi e motivazioni estrinseche comprendendo, ad esempio, un soldato che si reca in morte sicura per salvare il suo reggimento o una madre che sacrifica la vita per il figlio, casi dunque in cui il porre fine alla propria esistenza non è visto negativamente bensì positivamente, attribuendo onore e forza a coloro che lo compiono. Un atto, quindi, che potrebbe ben collocarsi nell’accezione di suicidio altruistico.

Inoltre, non fermandosi esso semplicemente al suo termine, tende a ramificarsi in diverse forme: quello di Ortis – sociologicamente parlando – infatti potrebbe, seppur in parte, essere definito come suicidio egoistico. Il personaggio che Foscolo analizza è ben poco integrato all’interno della società, tuttavia in una collettività conformista l’obiettivo dell’individuo non è tanto se stesso ma l’opinione e il controllo della propria immagine riflessa agli altri. Ciò gli consente di acquisire forza per la vita non dovendosi preoccupare del mancato raggiungimento degli obiettivi individuali, in quanto la comunità coesa rappresenta uno scambio di emozioni, pensieri e idee che permettono al soggetto di ottenere supporto morale se necessario. Una volta che quest’ultimo viene meno, invece, iniziano a cadere le basi che consentono all’individuo di restare stabile, conducendolo dunque verso la caduta, il caedere volgarmente tradotto in suicidio.

Come possiamo notare, dunque, vi sono molteplici accezioni che ci forniscono un’immagine più concreta sia nella sua visione tipicamente astratta, raccontata dagli scrittori che ancora oggi si accingono a immergersi in questi drammi e tragedie, sia analizzata da chi si adopera a studiarne i casi permettendoci di entrare all’interno di una mentalità collettiva individuando i motivi, non sempre alla base di ragioni futili o omologhe. Il più delle volte, i personaggi dei romanzi tendono a fuggire dalla vita e dai problemi che essa, quotidianamente, impone loro, trovandosi a riflettere riguardo alle proprie scelte mediante lunghe discussioni e ripensamenti con amici, alla ricerca della soluzione definitiva quasi come se il tutto fosse rappresentato da un calcolo matematico.

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo

di gente in gente, me vedrai seduto

su la tua pietra, o fratel mio gemendo

il fior de’ tuo gentili anni caduto.

Il suicidio nella letteratura: dal giovane Werther a Jacopo Ortis
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