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Suicidio caporalmaggiore: anche la sicurezza ha bisogno di protezione

Si è suicidato sabato scorso Enrico De Mattia, il caporalmaggiore di 25 anni che ha scelto di farla finita presso Palazzo Grazioli a Roma. Il militare, nel turno pomeridiano dell’operazione Strade Sicure, sarebbe entrato in un bagno dell’edificio portando con sé la pistola d’ordinanza per spararsi alla testa. Enrico, però, non è stato il primo giovane membro dell’Esercito a compiere questo estremo gesto: a dicembre 2017, infatti, un altro granatiere, a Spoleto, si è impiccato mentre era in licenza dopo il periodo di servizio dedicato allo stesso progetto – sempre a Roma – e a febbraio 2018 un bersagliere di 29 anni, proveniente da Taranto, si è tolto la vita nello stesso modo nella stazione metro di Barberini, nel pieno centro della Capitale.

Tre in soli sei mesi, decisamente troppi per pensare a una casualità. C’è da chiedersi, dunque, che tipo di stress e pressione debbano subire i giovani militari che prendono parte all’operazione. Secondo quanto riportato dal portale GrNet.it, i ragazzi chiamati a svolgere il servizio Strade Sicure sono tutti piuttosto provati fisicamente – situazione che è peggiorata anche a causa del gran caldo e delle condizioni di lavoro – ma, soprattutto, psicologicamente, costretti ad attenersi a regole che impongono loro di restare in piedi e all’esterno del mezzo per almeno sei ore consecutive – senza la possibilità di sedersi nemmeno per una breve pausa – e di indossare un pesante armamento, un munizionamento e un equipaggiamento del peso complessivo di circa venti chilogrammi. A tormentarli, quindi, non sarebbe il terrorismo ma tutta la catena gerarchica che li tiene continuamente sotto pressione e che, a causa della mancanza di organico, spesso li costringerebbe a fare i doppi turni. La maggior parte di questi ragazzi, inoltre, è il più delle volte lontana dalla propria famiglia e, nonostante ci siano gli psicologi delle Forze Armate a disposizione, l’allontanamento da casa e dai propri affetti di certo non contribuisce al loro benessere.

La vita di un militare è soggetta più di altre categorie a subire contraccolpi psicologici legate alla specificità del ruolo. Serve assolutamente e immediatamente una task force in grado di affrontare in maniera strutturale il tema dei suicidi nelle FFAA e nelle FFOO, ha scritto sul suo profilo Facebook il Presidente della Commissione della Difesa della Camera, Gianluca Rizzo. Episodi del genere, purtroppo, non succedono solo tra le fila dell’Esercito: basti pensare all’appuntato dei Carabinieri Luigi Capasso che, lo scorso febbraio a Cisterna di Latina, in un raptus di follia ha ucciso le figlie, sparato alla moglie e poi si è tolto la vita. Chi si accompagna di un’arma per la nostra sicurezza, dunque, è effettivamente nella condizione psicologica per averla? Vengono fatti propriamente i controlli o il possesso viene rinnovato sulla fiducia? La commissione che se ne occupa ha le competenze giuste per farlo? Cosa sarebbe successo se De Mattia, preso dal momento, avesse usato la sua arma su dei passanti?

Alla base del gesto di Enrico non c’è stata cattiveria, protesta o rabbia, ci sono stati motivi sentimentali. Il suo è stato un atto figlio di un sistema controllato ancora da un regime troppo soffocante che considera i militari non esseri umani ma semplici macchine da guerra. Questo poco importa però, perché quel sistema ha già trovato un sostituto, nell’Arma non c’è tempo per i pianti e per le emozioni. Peccato, però, che per i suoi genitori, per i suoi amici e per la sua fidanzata non sarà mai così.

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