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Sardegna, Sicilia, Puglia: il popolo della terra si fa sentire

Banche salvate, immunità garantita con maggioranze virtuali, imbarazzante ricerca di improbabili alleanze, espulsioni sommarie e cedevoli cambi di rotta in corso d’opera frutto di inestricabili costrizioni pro-austerity (TAP, TAV, ecc.). In una parola: incoerenza.

Chi è? Facile, il MoVimento 5 Stelle. Quello che, mentre la Lega continua a spaccare l’Italia con la sua secessione spuria, dimentica la protesta più importante che sta attraversando il nostro Paese dalla fine degli anni Settanta, unendolo da nord a sud e da est a ovest, la cui avanguardia più agguerrita è sicuramente rappresentata dai pastori sardi e dalla loro coraggiosa, disperata rivolta, seguiti da quelli toscani e dagli agricoltori siciliani, a cui si sono ormai saldati anche gli olivicoltori pugliesi, messi in ginocchio dall’arma fito-batteriologica fatta passare per epidemia accidentale chiamata Xylella fastidiosa.

Il popolo delle campagne, gli abitanti e i lavoratori di quel settore primario tenuto sempre in fondo alle classifiche di ogni governo e sullo sfondo di ogni dibattito, quello dimenticato da tutti, quello di un’Italia che sembrerebbe non servire mai a nessuno, torna dunque a farsi sentire attraverso una sorta di ’68 dei contadini, come l’ha definito Carlin Petrini, fondatore di Slow Food e vate di una nuova idea di agricoltura e salvaguardia ambientale, che ha osato sfidare persino i colossi che nel 2015 si sono ritrovati nel comitato d’affari multinazionale, conosciuto con il nome altisonante di Expo, tenutosi nella più venduta tra le città italiane, Milano.

Eppure, nonostante il fragore, quella dei pastori e degli agricoltori, per lo più del Mezzogiorno d’Italia, è segnata dai tratti tipici di una sommossa silenziata, a forte rischio strumentalizzazione elettorale pro-Europee e di cui, pertanto, difficilmente si preferisce parlare, andando così a occultare quanto viene realmente messo in discussione che non è solo la concezione mercantilistica di sfruttamento della terra, ma anche i rapporti commerciali, se non di forza, con tutti gli Stati con cui abbiamo in comune un mare popolato dall’agonia di spostamenti di massa indotti da interessi estranei a quelli del sistema produttivo italiano che si è visto progressivamente comprimere i guadagni a causa di accordi capestro inerenti dinamiche di indiscriminata importazione di prodotti concorrenti con quelli dei nostri territori, provocando così un inevitabile abbattimento dei prezzi interni e causando l’immiserimento nonché l’ira, oggi esplosa, di agricoltori e allevatori, sacrificati allo scopo di tener buoni tutti quei Paesi strategici sul piano del controllo dei flussi migratori, con l’ingenua convinzione che una loro presunta maggiore stabilità economica e sociale potesse essere in grado di assorbirne la disperazione.

Questa è stata per lungo tempo la ricetta proposta dalla Kyenge e dunque dal PD, che ha perso le elezioni del 4 marzo 2018 regalandoci la premiata ditta Lega-M5S, di cui oggi subiamo angherie economiche e violenza sociale, con conseguenti pressioni sia a livello nazionale che internazionale. Ma, al di là di tutto, resta il dato oggettivo secondo cui il ’68 dei contadini sta comunque sfatando il mito secondo cui i mercati sono sempre in grado di regolamentarsi da soli e volgere automaticamente verso l’equa allocazione redistributiva delle risorse e dei beni, dunque della ricchezza, tendendo per loro stessa natura verso il bene comune.

I rivoltosi chiedono a gran voce una ridefinizione delle competenze e dei costi lungo tutta la trafila, necessitando di un evidente intervento dello Stato affinché si raggiunga una proporzionale ripartizione dei vantaggi e dei doveri in base ai ruoli e alla fatica del lavoro svolto. Non da ultimo, ciò che viene rivendicato è il ruolo culturale e sociale che le filiere agricole sono in grado di esprimere rispetto ai territori in cui si insediano, definendone il carattere secondo le dinamiche di una reciproca influenza del fattore ambientale su quello culturale e viceversa. Si dimentica infatti, forse ancora troppo spesso, che i lavoratori della campagna sono anche formidabili agenti di presidio della biodiversità di aree che, una volta abbandonate, soprattutto in Italia, non possono che cedere il passo al dissesto con tutta una serie di conseguenze degradanti che trovano importanti riverberi, in termini di squilibri idrogeologici, anche in tutti gli anfratti densamente abitati di una provincia considerata pietra miliare e fucina di campanili, da sempre gioiosamente e al tempo stesso dolorosamente presenti in ogni angolo del Bel Paese.

Ma provincia non vuol necessariamente dire provincialismo, come normalmente si tenderebbe a far credere, così come sarebbe bene cominciare ad affrancarsi dall’idea che campagna sia necessariamente sinonimo di arretratezza. Trarre cibo, energia e paesaggio dalla terra ha bisogno infatti, oltre che di braccia, soprattutto di grande polivalenza intellettuale e intelligenza pratica, oggi amplificata dalle numerose possibilità di comunicazione in un mondo, come il nostro, sempre più interconnesso il quale, avendo annullato la necessità dei confini, è tornato a esaltare la dimensione particolare. Il vuoto che l’industrializzazione e l’inurbamento di massa hanno storicamente creato potrebbe tornare a essere sinonimo di ospitalità e dunque potenziale cosmopolitismo su base agricola, segno di quella mediterraneità ritrovata fatta di singole città che grandi uomini come Mimmo Lucano avevano ricominciato a sperimentare prima di essere maldestramente ostracizzati dai radar del dibattito ufficiale, stucchevolmente ripiegato su deificanti nomination agli oscar della bontà.

La campagna e i suoi popoli vivono da sempre di scambi di energia e materia con la cultura urbana e marittima che ancestralmente nutre e da cui è nutrita, come mirabilmente testimoniato dall’affresco del Buon Governo del Lorenzetti, gelosamente conservato all’interno del Palazzo Comunale di Siena. Insomma, la campagna resta in ogni caso madre, grembo incubatore di futuro pronto a mettere radici se glielo lasceremo fare, anche in uno Stato che procede ormai sempre più palesemente non tanto per autonomie, quanto più per interessi lombrosianamente differenziati, cosicché il ladro possa buttare una volta per tutte la maschera e continuare ad arricchirsi a danno di un derubato che, anche questa volta, starà a guardare ammaliato da royalties pagate alle Regioni cui spetterebbero di diritto, ma senza che queste possano ricadere sui territori, giganteschi patrimoni artistico-culturali, nonché ambientali, da continuare a utilizzare come serbatoi di possibili clientele, e agricoltori prede di un libero mercato che li trasforma in caporali, così come tutte quelle frange resistenti costituite da ufficiali dell’esercito borbonico passarono alla storia con l’appellativo denigrante di briganti.

 

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