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Salvo D’Acquisto e l’importanza della parola “eroe”

Visitando le innumerevoli chiese di Napoli, balza inevitabilmente all’occhio come esse siano costellate di sepolcri, i quali, per la loro ragione d’essere, richiamano alla memoria di personalità illustri del passato, sia religiose che appartenenti alle famiglie e alle casate più importanti. Ebbene, in una delle più belle e conosciute basiliche della città, per l’esattezza quella di Santa Chiara, tra i monumenti funebri dedicati a uomini e donne che hanno segnato la storia di Napoli – non a caso vi sono i reali della famiglia borbonica – emerge, nella prima cappella a sinistra, una tomba che potremmo definire, in un certo modo, discordante rispetto alle altre, sia perché risalente a un periodo relativamente recente, sia perché i panni di chi vi è sepolto nulla hanno avuto a che fare con gli abiti ecclesiastici e neppure con le gloriose vesti nobiliari. Parliamo infatti di una divisa, quella di Salvo D’Acquisto, che, per chi non lo conoscesse, è stato un vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri, passato alla memoria futura con tanto di medaglia d’oro al valor militare – per essersi sacrificato nel settembre del 1943 per salvare un gruppo di civili da un rastrellamento dei nazisti.

Il giovane napoletano svolgeva il suo incarico nel Lazio quando, mentre momentaneamente si trovava a comandare la stazione dei Carabinieri per l’assenza del maresciallo, nei pressi della località di Torre Palidoro, alcuni soldati tedeschi, ispezionando delle munizioni dismesse, furono colpiti da un’esplosione di una bomba – sicuramente causata dalla loro imprudenza nel maneggiare gli ordigni – che provocò la morte di due militari e diversi feriti. Nonostante la totale accidentalità dell’evento, il comandante del reparto tedesco attribuì la colpa dell’accaduto a degli anonimi attentatori locali e richiese la collaborazione dei Carabinieri per individuare le precise responsabilità.  Salvo D’Acquisto, poco più che ventenne, si sforzò di dimostrare la verità dei fatti, ma le SS vollero comunque procedere nei rastrellamenti di civili per dare una punizione esemplare. Furano catturate 22 persone del posto ma, prima che potessero essere fucilate, il vicebrigadiere, coraggiosamente, decise di attribuirsi la totale responsabilità dell’accaduto, sacrificando la sua vita per salvare quella degli altri. La potenza di tale gesto impressionò gli stessi nazisti, i quali, nei giorni immediatamente successivi riferirono: “Il vostro brigadiere è morto da eroe. Impassibile anche di fronte alla morte.”

Ecco, trovarsi dinanzi alla tomba di Salvo D’Acquisto inevitabilmente ci fa sentire piccoli e insignificanti. Di fronte alla grandezza del suo sacrificio e all’esaltazione dell’umanità che il giovane è riuscito a racchiudere dentro di sé, poi, è impossibile non soffermarsi a riflettere su quale sia il significato più vero della parola “eroe”. Salvo D’Acquisto è, infatti, la definizione di eroe.

È importante ragionare su questo vocabolo perché, purtroppo, oggi l’uso che ne viene fatto pare del tutto inappropriato. Sicuramente ricordiamo tutti come esso sia stato utilizzato, e per certi versi abusato, recentemente per designare i due poliziotti che hanno ucciso l’attentatore di Berlino nei pressi di Milano. A tal proposito, è notizia proprio di pochi giorni fa il dietrofront della Germania per quanto riguarda la consegna di medaglie al merito ai due agenti italiani, a seguito della scoperta di come gli stessi, sui propri profili di Facebook – poi cancellati anche per ovvie ragioni di sicurezza – oltre a diversi insulti a  immigrati, donne, meridionali e minoranze, non si risparmiassero neppure celebrazioni e inneggiamenti a Hitler e Mussolini. Al di là della bassezza di questi contenuti, che ci dispiacciono non poco e chi ci fanno anche abbastanza male, ci ha colpito, nei giorni successivi all’uccisione del criminale, proprio la facilità con la quale è stata spesa la parola eroe e il clamore mediatico – con tanto di decine e decine di pagine social dedicate ai nuovi “salvatori della patria” – che si è fatto attorno ai loro nomi, peraltro anche in maniera poco intelligente in termini di tutela personale. Analizzando le modalità che li hanno portati ad assassinare il terrorista, infatti, si è appreso che i due, durante un comune posto di blocco, si sono trovati a dover rispondere al fuoco aperto su di loro. Certo, sono stati bravissimi e hanno adempiuto in maniera brillante, precisa e salda al dovere ma, precisamente, dove risiede l’eroismo? Hanno eseguito il loro lavoro proprio come un medico in corsia o come un professore in aula, con la differenza che questi ultimi, però, non si vedono mai attribuire dei riconoscimenti. Dunque, un conto è chi tutti i giorni riveste, anche con merito, il suo ruolo, un conto, invece, è chi va oltre il proprio dovere, chi si sacrifica per l’altro, chi spende la propria vita, le proprie forze, il proprio talento, il proprio impegno per la filantropia più sincera.

Volendo chiedere l’ausilio dell’Enciclopedia Treccani, alla voce “eroe” troviamo: “Nel suo significato più generale il termine denota chi si leva al di sopra degli altri in quanto è potente, forte, di nobile stirpe. La figura dell’eroe non è propria soltanto della Grecia, che ne ha fornito il nome e una ricchissima documentazione mitica e culturale, ma si trova in tutte le mitologie e risponde al bisogno di concretare nella figura di un essere, che racchiude in sé gli attributi della divinità e dell’umanità, la storia, la vita e le aspirazioni sociali e morali del gruppo umano che l’ha foggiato. L’eroe porta in sé il duplice concetto di operatore di imprese gloriose e di personaggio sacro e possente, dalla cui tomba irradiano benefici d’ogni sorta sul suo gruppo gentilizio e sociale…”.

Ebbene, volendo applicare il termine alla modernità dei nostri tempi, si può facilmente intuire come il corretto uso dello stesso sia da individuare ogniqualvolta lo si spenda per indicare donne e uomini che sono stati capaci di veicolare valori di umanità tali da dover essere testimoniati e tramandati per dare il buon esempio alla collettività e ai posteri. E proprio in tal misura, difatti, hanno motivo di essere, rievocando in un certo modo una memoria foscoliana, i sepolcri, quale appunto quello di Salvo D’Acquisto. Orbene, sarebbe più che mai opportuno invitare i giovani a una sorta di pellegrinaggio laico su quella tomba e sarebbe necessario invitare anche chi, troppo facilmente e in maniera pretestuosa, ha visto nei due poliziotti suddetti degli esempi da esaltare e da elevare alla stregua di condottieri per la salvezza della Paese. Magari, poi, l’invito dovrebbe essere esteso anche ai due agenti medesimi, per far capire loro che un eroe vero, che indossava una divisa come la loro, è stato ucciso proprio da quelli che sulle bacheche di Facebook erano soliti inneggiare per scagliarsi contro altri esseri umani, colpevoli solo di essere diversi.

Ricordiamoci che le parole sono importanti e che se le svuotiamo di senso, adoperandole in maniera impropria, rischiamo di sminuire anche il valore che esse sono chiamate a designare nel momento in cui le si usa per identificare una data persona, cosa o situazione. Ricordiamoci sempre quali sono i veri eroi.

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