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Romeo e Giulietta, un amore incurabile

“To be, or not to be” potrà essere il quesito shakespeariano per eccellenza ma, di certo,  non l’unico. È l’amore un prodigio o una maledizione? Un balsamo di salvezza o un male irrimediabilmente incurabile?

Amore incurabile è lo slogan con il quale la compagnia Khora Teatro presenta la propria versione di Romeo e Giulietta, portandola in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 5 marzo, per la regia di Andrea Baracco.

Il soggetto shakespeariano, in questo riadattamento, viene declinato secondo direttrici artistiche molteplici, con contaminazioni provenienti da estetiche a tratti minimaliste, dark e postmoderne, attingenti al panorama adolescenziale e a dinamiche familiari proprie dell’ultimo trentennio, le quali investono soprattutto la dimensione temporale e quella singola di ogni personaggio, portatrice di una caratterizzazione estremamente individuale.

I due protagonisti, nei monologhi – ancor più che nelle scene condivise – incarnano due poli e due dramatis personae emotivamente molto diverse, investite dallo stesso amore, ma influenzate da esso in maniera differente: mentre Romeo (Antonio Folletto) è iperattivo, vivace e imbevuto di una frizzante passione amorosa, Giulietta (Lucia Lavia) appare nettamente più solenne e apprensiva, quasi reclusa in una personale dimensione di costante lotta, realmente felice solo nelle celebri scene del balcone e del matrimonio con l’innamorato.

Il personaggio di Mercuzio, in assoluto uno dei più affascinanti del dramma, viene qui interpretato da un magistrale Alessandro Preziosi, che ne restituisce tutta la traboccante verve dialettica, corroborandola con una presenza scenica perfetta e un’espressività tanto densa e poliedrica quanto piacevole e adeguata per ogni scena.

Altrettanto calzanti nei propri ruoli tutti gli altri personaggi, dal pacato Benvolio (Dario Iubatti), al ribollente Tebaldo (Lawrence Mazzoni), all’algido e autoritario padre di Giulietta (Woody Neri) fino all’accondiscendente e saggio frate Lorenzo (Gabriele Portoghese).

Mentre l’ordito della trama e lo snodo degli eventi non si discostano dagli adattamenti tradizionali della tragedia shakespeariana, mantenendone vivi il passo incalzante e la tensione poetica, l’apparato visivo e musicale possiede peculiarità proprie, che vanno dalla presenza nella colonna sonora di canzoni di Fabrizio de André e David Bowie al particolare allestimento della scena.

Su quest’ultima troneggiano, infatti, le due dimore fisiche dei Montecchi e dei Capuleti ? composte da semplici blocchi in ferro e plexiglass trasparente, tanto anonimi quanto industriali – i cui piani superiori costituiscono rispettivamente la stanza di Romeo e quella di Giulietta, con il relativo, notorio balcone.

A ulteriore conferma della dichiarata modernità dell’apparato formale dello spettacolo, vi è l’impiego di pennarelli rossi da parte dei protagonisti, i quali in diversi momenti utilizzano le pareti trasparenti come lavagne, riempiendole di scritte che ricordano immediatamente i graffiti metropolitani, a un tempo immediati e laconici.

La presenza di elementi e materiali contemporanei sul palcoscenico giustifica una considerazione più che dovuta sulla suddetta dimensione temporale dello spettacolo, poiché quest’ultima appare, per varie motivazioni, tripliceattualizzata, se si guarda agli allestimenti, alla musica, ai costumi degli attori – Romeo indossa jeans e t-shirt – all’attitudine di alcuni personaggi e ad alcune scene, come quella della festa in casa Capuleti; classica, nel corpus dei dialoghi e degli avvenimenti, come il duello di spade tra Mercuzio e Tebaldo; in ultimo, una dimensione che nasce dal mescolarsi delle prime due e che rende lo spettacolo quasi atemporale – pur preservando l’arco cronologico dei quattro giorni in cui si consuma la tragedia ? con dicotomie pressoché antitetiche che riescono, ciò nonostante, a dialogare tra loro in modo funzionale e senza intoppi.

Per questo gioco di contrasti temporali, basti pensare a immagini come quella della nutrice (Elisa Di Eusanio) che fuma, mentre la madre di Giulietta (Roberta Zanardo), in abito lungo e vistosamente scollato, propone alla figlia tredicenne il matrimonio con il conte Paride, ricordando che molte fanciulle della sua età sono già madri felici, oppure quella in cui Romeo, ancora pazzo d’amore per Rosalina, si chiude nella sua stanza cantando a squarciagola canzoni romantiche, con tanto di microfono.

Forse, però, in questo senso, la scena esemplare è quella del ballo che permette ai due giovani di conoscersi, e che qui diventa una festa “disco” simile a quelle inscenate da Baz Luhrman, dove il primo, emblematico dialogo tra i protagonisti viene addirittura eliminato ? come coperto dalla musica assordante ? e sostituito da un unico, significativo bacio, che i due si scambiano dopo aver calato le proprie maschere dal sapore vagamente cyberpunk.

Questo tipo di dialogo tra contaminazione contemporanea e rispetto dell’ambientazione originale sembra essere un filone comune a più di un adattamento dell’opera di William Shakespeare di epoca attuale, come testimoniano – tra gli altri ? il sensazionale film Titus (1999) di Julie Taymor e Hamlet (2009) di Gregory Doran.

All’indomani dell’imponente Shakespeare Lives, festival globale e di durata annuale, promosso dal British Council per il quattrocentesimo anniversario dalla morte del bardo, ricorso nel 2016, Romeo e Giulietta della Khora Teatro ci offre una brillante versione di una delle tragedie più amate dal pubblico, confermando per l’ennesima volta la validità ? tanto sempiterna quanto plastica – e l’esatta, invariabile umanità dei soggetti shakespeariani.

*Foto di scena: Studio Brenzoni© (2016)

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