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“Rocketman”: il poco convincente biopic su Elton John

Un uomo vestito da diavolo entra in ralenti da una porta a doppie ante e avanza minacciosamente verso le macchina da presa. Lungo il percorso perde lustrini e altri ammennicoli dal complicato abito che indossa. Si tratta di Elton John, ma il suo non è l’ingresso nel backstage di un concerto, come saremmo naturalmente portati a pensare, bensì l’arrivo della rockstar in una clinica di riabilitazione dove subito rivelerà le sue dipendenze e tossicità: alcool, sesso, droghe e shopping sfrenato. È questo l’efficace incipit di Rocketman, biopic (Biographic Picture) sul baronetto Reginald Kenneth Dwight, in arte Elton John.

Il racconto agli altri pazienti e ai dottori della clinica diverrà una confessione che permetterà agli spettatori di conoscere la parabola umana e artistica di Reggie e all’artista di confidarsi e denudarsi. Nel corso di questa lunga confessione, infatti, Elton perderà man mano tutti gli elementi – a cominciare dalle corna – che compongono il suo sfarzoso vestito per restare in accappatoio, spogliato degli orpelli, nudo di fronte agli altri e soprattutto davanti a se stesso. La metafora è fin troppo chiara.

Rocketman è un film roboante che vive di colori, vestiti impossibili, musica e coreografie audaci. L’intuizione, non certo originale, dell’opera di Dexter Fletcher è la reinterpretazione della vita di John come un musical nel quale le canzoni servono a sublimare, chiarificare e illustrare pezzi di trama o di vita. Il regista scatena tutte le sue armi migliori nel rendere visivamente l’universo pop del musicista a cominciare dai suoi abiti sempre più sgargianti e incredibili, passando per l’infinita serie di occhiali iconici fino all’utilizzo di coreografie collettive che illustrano fasi della vita del cantante come fosse un musical degli anni Cinquanta in acido. Alcuni passaggi temporali sono particolarmente riusciti come, per esempio, nella scatenata esecuzione di Saturday night’s alright for fighting che ci trasporta dall’adolescenza di Elton alla sua prima maturità. Oppure la visionaria girandola visiva realizzata su Pinball wizard, pezzo originariamente degli Who, reinterpretato dall’artista quando partecipò al film Tommy, basato sull’omonima rock-opera della band inglese, in cui il cantante si esibiva appunto al flipper, nel ruolo di Pinball Wizard. 

La pellicola rende perfettamente il mondo colorato, pop e lussureggiante dell’autore di Your song. Il problema principale risiede, però, nel suo ricalcare in pieno la formula usurata di tantissimi biopic del mondo del rock, qui declinata nella semplicistica equazione: ragazzo non amato da piccolo, sfoga negli eccessi e nella musica, poi si redime. Il film, purtroppo, non va molto al di là di questo canone, presentandoci un Elton John piuttosto bidimensionale, il cui carattere si riduce alla formula di cui sopra con tanto di santificazione suggellata dalle didascalie finali in cui si informa che da 28 anni il cantante non fa più uso di droghe e che ha anche trovato l’amore in un matrimonio felice. In questo, ha certamente influito l’ingombrante presenza dello stesso artista nel ruolo di produttore esecutivo. Inoltre, nel lungometraggio, il protagonista si vestirà in modo sempre più sgargiante nel corso di esecuzioni sempre più parossistiche in netto contrasto con il senso di solitudine che lo assale man mano che le persone della sua vita lo abbandonano dopo averlo usato.

In ogni caso, la scena emotivamente più rimarchevole è quella in cui l’Elton adulto si riconcilia con il suo bambino interiore in un catartico e risolutorio abbraccio nel quale egli assolve finalmente se stesso, reo di non essere stato amato abbastanza e quindi di non essersi amato a sua volta. Tra coloro che non gli hanno voluto bene, oltre i genitori, troviamo il manager John Reid – interpretato da Richard Madden – che intavola una relazione con Elton solo per poterlo usare a fini economici. Poco importa che le cose siano andate realmente così: magari è vero che Reid fosse avido e crudele, ma il suo ruolo da cattivo non fa altro che confermare ulteriormente la formula stantia su cui si basa il film.

Siamo ben lontani dalla geniale reinvenzione narrativa che operò Todd Haynes con Bob Dylan nel bellissimo Io non sono qui (2007) in cui fece interpretare il menestrello del rock a ben sette attori diversi – tra cui Cate Blanchett –, cogliendo il carattere ambiguo e contraddittorio delle molte anime di cui è composto Dylan restituendone un ritratto sfaccettato e non banale. Anche Bohemian Rhapsody – di cui lo stesso Fletcher completò le riprese dopo il licenziamento di Bryan Singer – soffriva di debolezze simili a quelle di Rocketman, ma l’entusiasmante ricostruzione filologica del concerto dei Queen del Live Aid negli ultimi fenomenali 20 minuti ne risollevava le sorti. Nonostante la pellicola su Mercury risentisse di stigmi affini, però, riusciva comunque ad appassionare ed emozionare con uno spettacolo popolare nel senso buono.

Valore aggiunto del film, però, è l’interpretazione mimetica di Taron Egerton che non solo si è calato nei lustrini e nelle paillette di Elton, ma ha anche cantato lui stesso in tutte le scene, arrivando a simulare in modo egregio la voce dell’artista, oltre che le movenze. In conclusione, Rocketman non dice nulla di nuovo rispetto a tanti altri film che in passato hanno già raccontato genio e sregolatezza di molte rockstar: Sid e Nancy (1986), Jim Morrison in The Doors (1991), Ray Charles in Ray (2004), Johnny Cash in Walk the line – quando l’amore brucia l’anima (2005), fino ad arrivare al Freddie di Rami Malek nel 2018. Fletcher riesce a costruire attorno alla vicenda una confezione sgargiante e accattivante che, purtroppo, non basta. 

La storia di Elton John è solo il primo di una nuova ondata di biopic di rockstar che cavalcheranno il successo mondiale di Bohemian Rhapsody: dopo Dirt, l’instant-movie di Netflix sui Motley Crue, sono già in lavorazione film su David Bowie, George Michael, Prince, Lynyrd Skynyrd e altri ancora. Lo stesso Fletcher ha dichiarato che gli piacerebbe girarne uno su Madonna. È normale che i produttori si buttino su questo sotto-genere molto prolifico, ma se continueranno a spremere sempre la stessa formula senza trovare nuove strade, difficilmente vedremo opere memorabili.

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