Il Fatto

«Ritiratevi tutti»: Katia Tarasconi grida in faccia al PD

L’avesse urlata Luigi Di Maio, il tenero animatore turistico Cuore di Panna (al secolo Alessandro Di Battista) o, peggio, il comico Beppe Grillo, la frase che dà il titolo a questo articolo, ritiratevi tutti, non ci sarebbe stata sorpresa nel leggerla. Probabilmente non sarebbe neppure rimbalzata di giornale in giornale, anche perché – diciamoci la verità – dai pentastellati, la morale, a fronte delle recenti azioni di governo, farebbe ridere anche lo stesso elettorato che lo scorso 4 marzo ha consegnato loro le chiavi del Parlamento al grido di onestà.

L’invito rivolto ai vertici del Partito Democratico, infatti, fa notizia perché espresso da una di loro, più precisamente dalla Consigliera Regionale dell’Emilia Romagna, Katia Tarasconi, non nuova – a dire il vero – ad attacchi mirati al quartier generale dem. Ritiratevi tutti (video in basso). Un appello, un consiglio, una provocazione – certo – agli effetti l’unica proposta concreta volta alla soluzione del dramma che vive il partito principale del centrosinistra italiano. «Siamo presuntuosi, arroganti e spesso autoreferenziali».

La quarantacinquenne piacentina, in soli sette minuti di intervento, seguiti proprio allo speech di Maurizio Martina, ha ribadito tutto ciò che la gente aveva espresso con le ultime elezioni politiche e messo a nudo le criticità che portano quotidianamente il PD a sparire dalle intenzioni di voto degli italiani, già pronti a massacrare gli ex Ulivo alla prossima tornata europea: «Noi siamo il partito che dovrebbe stare in mezzo alla gente, persino qui in assemblea c’è un cordone che divide quelli importanti da un altro pezzo di assemblea, che sta dietro. Eh no, ragazzi. Se siamo il partito della gente, siamo tutti assieme».

È stato questo – e a quanto pare continua a esserlo – il vero punto debole della politica del PD: non sta a sentire nessuno. Avesse dato retta alle istanze provenienti dai territori alle piccole sedi di partito o alla gente, Matteo Salvini e Luigi Di Maio oggi starebbero ancora a raccogliere le briciole o a partecipare ai quiz in TV. Invece, negli ultimi anni, i dem hanno tirato dritto tappando la bocca ai lavoratori, a chiunque chiedesse di rivedere il Jobs Act, di non toccare l’Articolo 18 a garanzia dei dipendenti, alle migliaia di ragazzi che hanno, sì, dopato le statistiche di occupazione, ma all’atto pratico sono diventati le vittime di un sistema basato su precariato e spersonalizzazione, un modus operandi diventato virale che ha leso alla dignità di chiunque si sia svegliato al mattino per recarsi in fabbrica o in ufficio.

Stesso discorso per la scuola. Quanti insegnanti hanno consultato i vertici prima di firmare la Buona Scuola, l’ASL, gli ennesimi tagli all’istruzione? Eppure, semplicemente scendendo in strada ne avrebbero incontrati tanti pronti a chiedere una revisione del provvedimento. Nulla da fare. Testa bassa, unico confronto allo specchio, e via dritti verso l’ennesimo fallimento, un altro passo lontano dalla gente comune.

Prima della Consigliera Tarasconi, il MoVimento 5 Stelle aveva urlato loro di starsene a casa, proponendo un’alternativa, seppure illusoria e improbabile. E il risultato è stato netto, chiaro, schiacciante, umiliante. Eppure – lo abbiamo già raccontato – il PD non è tutto marcio, da cancellare con una X di matita su qualsiasi altro simbolo. Esistono, infatti, assemblee di giovani, ragazzi brillanti che puntano a rifondare il gruppo dalla sua base, superando l’oligarchia dei soliti noti, di quelli che hanno trasformato il partito delle persone nel difensore dell’élite, delle banche, degli imprenditori alla Marchionne.

Ciò che il PD, e la sinistra tutta, ha smarrito, nel corso degli ultimi vent’anni di finte lotte e veri inciuci con Berlusconi, sono le ideologie. Democratico è diventato sinonimo di globalizzazione a tutti i costi, soprattutto nei suoi aspetti più cupi, di sottomissione alle regole del capitalismo più nero. «Ritiratevi tutti. Non ripartiamo dalle persone, alla gente non importa nulla di Renzi, Franceschini, Martina, Zingaretti, Minniti. Ripartiamo dalle idee, dai valori. Riscriviamo lo statuto».

Già lo scorso luglio, la Consigliera emiliana aveva tracciato la strada, ma ad applaudirla furono solo quelli come lei, delegati di serie B, quelli dietro al cordone. Anche stavolta, purtroppo, è stato così. Il suo sfogo si è perso in timidi applausi provenienti dal retro della sala congressi, mentre lì davanti i pezzi grossi pensavano ciò che Graziano Delrio le ha, invece, detto davvero: «Ci sono andata prima di parlare», ha dichiarato Katia Tarasconi a Il Fatto. «Mi ha abbracciato e mi ha detto: stai calma».

Eccola, la riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno. Ancora un muro, ancora un no, ancora una porta chiusa in faccia a una proposta dal basso. La speranza, per chi non vuole arrendersi alla barbarie, chi non cede al fascino del pugno duro leghista o delle bugie grilline, è che giovani come Katia Tarasconi possano riunirsi sotto un’unica bandiera, libera, vicina alla gente, che riprenda il contatto con i territori, con le voci di chi non aspetta il reddito di cittadinanza, ma ha voglia di riappropriarsi della dignità di sentirsi figlio di questo Paese alla deriva.

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