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Il Fatto

Riappropriamoci dei nostri colori

La politica dei nostri giorni si differenzia dai movimenti culturali e ideologici di qualsiasi altra epoca storica per essere non-politica. Qualsiasi aspetto, dal dibattito fino alle agende dei governi, è dettato dai colori del percepito, da ciò che l’elettorato avverte come una minaccia per la propria libertà, i propri diritti, i propri privilegi. Benefici, quelli che le popolazioni dei rispettivi Stati d’origine ritengono a loro esclusivo appannaggio per il solo fatto di essere appartenenti al suolo di una nazione piuttosto che di un’altra. 

Nasce così il fenomeno populista, tornano in auge i venti neri di destra e il socialismo si trasforma nella politica che strizza l’occhio ai potenti, diventa espressione del liberismo come unica forma d’economia sostenibile, di fatto una subdola autorizzazione allo schiavismo 3.0, l’oppressione d’azienda in nome di un unico dio: il mercato globale. In questo scenario di incertezza e sfiducia, l’ideologia è nemica delle dinamiche appena descritte. 

Analizzando tali fenomeni e circoscrivendoli ai confini del nostro Paese, troviamo conferma di quanto appena illustrato, con i partiti protagonisti della scena istituzionale che, in questi ultimi tempi, hanno fagocitato le idee sostituendole con i nervi da tenere sempre ben tesi, cancellato i simboli della passione politica, appropriandosi di colori che, per la storia, sono espressione di valori in cui una fetta di mondo ancora si riconosce e da cui non vogliamo smettere di sentirci rappresentati.

Ecco che – sorvolando per carità di patria sul giallo dei 5 Stelle, la reazione populista priva di contenuti di cui sopra – il popolo dello Stivale, la stampa e l’opinione pubblica tutta associano il rosso delle battaglie proletarie, il tono sanguigno delle rivoluzioni a opera di giovani e lavoratori, al PD oggi guidato da un impalpabile Nicola Zingaretti, il partito che più di ogni altro sa dimostrarsi asservito alle logiche dell’austerity in linea con i grandi gruppi democratici europei, da En Marche del francese Emmanuel Macron al CDU della tedesca Angela Merkel.

Dipingere di vermiglio le manovre d’intesa che, di questi tempi, vengono fuori da Palazzo Chigi – anche se solo per metà – è offensivo per quanti ancora in quel colore riscoprono il brivido della nostalgia, per chi non si arrende a questo stato di cose senza anima e carne, in cui l’essere umano è spersonalizzato di ogni specificità a beneficio dell’omologazione. Parliamo di associazioni, cooperative, di comitati civici, le tanto odiate Organizzazioni Non Governative che tra le mille difficoltà che la legge pone in maniera sempre più restrittiva alle loro possibilità di manovra si propongono come un punto di riferimento per chi ha poco o non ha niente, partendo dal basso, dall’offrire una semplice chiacchierata a visite mediche altrimenti impossibili, consulenze legali, fino agli aiuti umanitari che, sempre più, vediamo aver luogo nel Mediterraneo.

Il discorso peggiora – se possibile – quando la tinta da rivendicare diventa quella del verde, in Italia associato alla Lega secessionista prima di Bossi e oggi capitanata dalla bramosia sovranista di Matteo Salvini. Quello che in tutto il globo è il colore delle grandi movimentazioni ambientaliste, che nel resto d’Europa è il simbolo di gruppi politici che fanno delle campagne a favore del clima e del pianeta il loro motivo d’azione, è da Milano a Palermo il cattivo presagio di un ritorno al passato, quando chi invocava pieni poteri si forgiava del titolo di Duce. Nel nostro Paese, il partito dei Verdi non è mai stato capace di proporsi come protagonista della scena politica, nemmeno oggi che godrebbe della eco delle manifestazioni dei Fridays For Future, ispirate dalla giovane attivista Greta Thunberg, sintomo di quella malattia di cui sopra che guarda solo al guadagno delle multinazionali a discapito dell’uomo.

Milioni di giovani, in ogni angolo dei cinque continenti, marciano per riappropriarsi del proprio futuro, del suolo su cui muoveranno i loro passi da adulti dal domani incerto. Folle oceaniche di ragazzi – a cinquant’anni da quel ’68 di cui hanno sempre parlato loro ma senza mai (di)mostrare degli effetti – fanno fronte comune, riempiono piazze, strade, intere città, sfidano aziende, governi, polizia. Il verde è il tono della speranza, dello sguardo in avanti, non il primo pezzo di una bandiera che vuole tornare a sventolare sulle catene che intende imporre al dissenso.

A tal proposito, non si può sorvolare sulla risoluzione del Parlamento Europeo del 19 settembre scorso dal titolo Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, per la quale il nazifascimo viene ufficialmente equiparato al comunismo, creando così un parallelismo storico dissonante, sbagliato, falso e, soprattutto, pericoloso. L’obiettivo dichiarato della UE è stigmatizzare il periodo stalinista della ex URSS, paragonando l’azione del dittatore russo a quella di Hitler o Mussolini. Si cancella, così, con un vile pretesto, la memoria storica, si distorce un giudizio già messo alla prova dalla narrazione odierna dei fatti, una revisione che non tiene conto dell’apporto fondamentale dell’Est europeo nello smottamento del regime del Terzo Reich e dei campi di concentramento, che non guarda alla rivoluzione d’ottobre guidata da Lenin e, soprattutto, se ne frega di ciò che la sinistra ha significato e significa ancora oggi per le classi deboli del mondo intero.

Il rosso è, infatti, il colore con cui le masse dipingono la lotta di classe, la ribellione al sistema capitalistico, la difesa dei processi democratici, tutto ciò, insomma, su cui si fonda l’ordine mondiale e su cui vuole basarsi la logica del potere, lo sfruttamento. Vestirono di rosso anche gli ultimi eroi di questo disgraziato Paese, i partigiani della resistenza a Mussolini, i padri costituenti che ci donarono la Carta che ancora oggi permette ai cittadini italiani di essere liberi e al sicuro da ogni rigurgito di quella componente nera che, ciclicamente, ora come mai, prova a tornare al potere. 

Riappropriamoci dei nostri colori, difendiamo le ideologie, teniamoci stretta la sinistra e pure la destra, lottiamo per la politica, per il dissenso. Facciamolo in rosso, in verde, al fianco di tutti quei ragazzi che chiedono un pianeta migliore, guidiamoli verso la meta e lasciamoci guidare dal loro entusiasmo. Il neutro è il tono dell’incoscienza, dell’assenza di vita, del servilismo che non sa reagire.

Riappropriamoci dei nostri colori
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