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Il Fatto

Renzi lascia il PD: sarà rinascita o definitiva disfatta?

Matteo Renzi lascia il PD. L’ex Sindaco di Firenze, dopo gli ultimi due anni passati a litigare con le correnti interne al partito che gli attribuivano la responsabilità delle tante scissioni interne al centrosinistra – l’ultima, quella che ha portato, tra i vari, D’Alema e Bersani a separarsi dal gruppo figlio de l’Ulivo –, si è reso protagonista di una manovra di Palazzo con la quale ha salutato ufficialmente il Nazareno. 

Studiato ad arte e portato a termine con una tempistica degna della miglior sceneggiatura holliwoodiana – esattamente come nello stile dell’ex Premier democratico –, l’addio di Renzi sigla la nascita di un nuovo soggetto politico, Italia Viva, e, chissà, l’inizio di una nuova stagione istituzionale. Che il Senatore toscano e il PD vivessero, ormai, una condizione simile a un matrimonio di comodo era sotto gli occhi di tutti, allo stesso modo era lampante che ogni mossa compiuta in tempi recenti fosse preludio della separazione. 

Nella sua lettera di addio parla di giochi di corrente, attribuisce a questi i motivi della rottura e, in fondo, tutti i torti non ha. Il PD, dalla sua fondazione, non ha mai offerto segnali di stabilità, mai dichiarato una linea politica coerente, in continuità con quelli che erano i valori che l’elettorato del PCI prima e della quercia poi non ha mai smesso di aspettarsi dai democratici. La fusione del 2007 tra i DS e la Margherita, al contrario, è stata sinonimo, negli anni a venire, di un approccio liberista, ben lontano dalle attenzioni che il centrosinistra degli anni ’80-’90 riservava a sindacati, lavoratori e ambiente scuola.

Quel che il Senatore fa finta di dimenticare, però, è quanto la vocazione fratricida di cui il suo ex partito non ha mai saputo fare a meno sia stata alimentata proprio dalla sua ingombrante presenza e dal peso che ha assunto nel 2013, completata la scalata fino al ruolo di Segretario. Renzi dichiarò guerra alla vecchia guardia, annunciando la rottamazione della leadership che, fino a quel momento, aveva tenuto a freno una coalizione che – grazie al suo carisma e all’indiscutibile abilità oratoria – avrebbe portato fino al 40% dei consensi. Da allora, e ancora più dall’anno successivo, quando scansò Enrico Letta dalla poltrona del Consiglio dei Ministri, il PD è diventato un campo minato composto di trincee una in opposizione all’altra, ognuna ottusa e chiusa a ogni forma di dialogo tra le parti. Il fastidio reciproco si è manifestato a ogni occasione possibile.

Il risultato non è stato nulla che la storia politica italiana non avesse già raccontato: l’ego è un boomerang che in pochi attimi rivolge la propria azione verso chi lo ha scagliato. L’ex Sindaco di Firenze, infatti, personalizzò a tal punto l’esito del referendum costituzionale del dicembre 2016 che tutte le forze avverse, esterne e anche interne al PD, colsero l’occasione per gettarlo giù dalla torre di comando sulla quale si era avventato troppo precipitosamente. Nonostante Martina prima, Zingaretti poi l’abbiano sostituito al volante del Nazareno, però, ogni scelta compiuta dai democratici è rimasta a suo esclusivo appannaggio, non ultima la soluzione che sembrava impossibile fino a due mesi or sono, quella di un’alleanza con il MoVimento 5 Stelle per formare la maggioranza dell’attuale governo: il Conte Bis. 

Risulta sbagliato, tuttavia, cercare punti in comune tra questa nuova divisione del Parlamento e la stagione resa celebre dalla frase «Enrico, stai sereno» che Renzi indirizzò al Premier dem che lo aveva preceduto alla guida di Palazzo Chigi, prima di azzannarlo nel giro di un anno. Nonostante le perplessità – lecite – dei gruppi alla Camera e al Senato del suo ormai ex partito, e di Giuseppe Conte, «l’esecutivo non cadrà – dice – vogliamo un governo che duri fino al 2023 e che eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica», e non abbiamo motivo di credere che non sia davvero così. Strategia o meno, infatti, Matteo Renzi aveva già prima della scissione – e ha dunque ancora – il potere di tenere in mano le sorti della nuova alleanza, allo stesso modo di come ne ha deciso la nascita.

La sensazione – a dirla tutta – è che il Senatore non sarà solo il centro di gravità di Italia Viva, ma determinerà ancora il destino del Partito Democratico stesso, non fosse altro che tanti dei suoi fedelissimi hanno deciso di non seguirlo nella sua nuova avventura, ma ne condividono, tutt’oggi, la visione politica. Come escludere a priori che un’eventuale rinascita del loro ex Segretario non li porti a incrinare gli equilibri che il PD dovrà impegnarsi a ristabilire?

Certamente, per il Partito Democratico è tempo di calare la maschera. Non basterà, infatti, il reintegro di LeU o almeno di parte dei fuoriusciti del 2018 per tornare a rappresentare l’elettorato rosso, soprattutto se i nomi citati in apertura di questo articolo, D’Alema e Bersani, torneranno a dettare l’agenda di un partito che hanno già dimostrato di non saper governare. I dem hanno, finalmente, l’opportunità di dimostrare che le politiche renziane erano dettate esclusivamente dall’ego del fiorentino e dal peso che la sua corrente aveva all’interno dei gruppi parlamentari. L’approdo, confermato nella giornata di ieri, dell’ex Ministro Lorenzin, però, non fa certo sperare in questa inversione di rotta, tutt’altro.

L’obiettivo di Renzi, invece, sarà quello di farsi precursore di un centrosinistra italiano sulla scia dei partiti socialisti francese e tedesco, una decisa virata liberista già messa in chiaro con l’investitura della Ministra Bellanova a capofila del nuovo corso, lei che in meno di una settimana ha già dichiarato di voler ratificare l’accordo CETA anche tra i nostri confini. Una sciagurata notizia per agricoltura e allevamento made in Italy. 

Il Senatore, dunque, sfida tutti: gli ex colleghi che lo hanno incolpato della débâcle del PD, isolandolo, i 5 stelle che ancora oggi poggiano le loro invettive sulle offese da rivolgere al leader toscano e al suo operato, e Matteo Salvini, il suo odio seriale, il populismo e la fomentazione inconcludente delle piazze, quella che gli piace definire la politica del Papeete. Soprattutto, sfida se stesso.

Con questa mossa, con la nascita di Italia Viva, dunque, o Renzi resusciterà infilando negli scatoloni del trasloco i voti portati in dote fino a ieri al PD, quelli dei pentastellati delusi dall’inconcludenza di Di Maio e compagni, le preferenze di Confindustria, di chi vedeva in Forza Italia il partito garante dei propri interessi imprenditoriali e che sempre ha riconosciuto una vicinanza tra l’ex Sindaco e la linea dettata da Berlusconi, o sancirà la sua definitiva scomparsa. D’altro canto, da una larga fetta dell’elettorato – non è un mistero – Matteo Renzi è dipinto come l’origine di tutti i mali, il fautore della crisi del mondo del lavoro, della sanità, il promotore dell’immigrazione incontrollata, l’assassino della scuola, quella buona per davvero che lo Stivale ha sempre portato come suo fiore all’occhiello, come se tutto, insomma, fosse colpa esclusiva dei tre anni dell’operato del leader toscano. 

La voglia di riprendersi i riflettori gli brucia negli occhi, la speranza – sua! – è che di quella luce non si abbagli ancora una volta. La responsabilità di dimostrare di tenere alle sorti di quell’Italia che ha messo nel nome della prossima avventura dovrà costringerlo a contenere gli argini della sua presunzione fino alla prossima tornata elettorale, prevista nel 2023. C’è, innanzitutto, da fare in modo che Viva sia presto l’aggettivo più adatto a descrivere il nostro Paese, oggi moribondo sotto i colpi della politica incompetente. Renzi lo sa e ne gongola. Ancora una volta, tutto, anche il proprio destino, può dipendere da una sua mossa: «Mi fa impazzire quando mi danno per morto».

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