Il Fatto

Prove tecniche di (non) governo: aspettando il ballottaggio

Prove tecniche tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini di un governo che, molto probabilmente, non si formerà. Prove tecniche di un’alleanza MoVimento 5 Stelle-Lega che già puzza di marcio ancor prima di maturare ma che, tuttavia, appare l’unica soluzione praticabile all’indomani del risultato delle urne, un asse necessario per tentare di offrire stabilità a un Paese da troppo tempo in balia delle vertigini.

Purtroppo, tocca a loro trovare una soluzione allo stallo politico prodotto dalla peggiore legge elettorale (forse) di sempre, con i rispettivi leader ad auto-proclamarsi vincitori della tornata, salvo poi scontrarsi con il conteggio dei seggi che non premia nessuno.

Ognuno ha bisogno dell’altro per tentare di dare un volto al prossimo esecutivo, come nella più classica delle storie in cui gli opposti si attraggono, e questi tanto opposti manco lo sono. Di Maio ha bisogno di Salvini, e Salvini ha bisogno di Di Maio. Entrambi vorrebbero abbracciare il PD, ma non possono confessarlo per non indispettire l’elettorato che ha dato loro fiducia solo perché “diversi”, lontani dal tradizionale schema della politica moderna, bypassando idee e programmi, ammesso che ne avessero uno. Ognuno, pur di non stringere la mano al proprio avversario, accoglierebbe volentieri quel Matteo Renzi che tanti consensi gli ha fatto guadagnare, ciascuno accetterebbe qualsiasi soluzione pur di non ritrovarsi Berlusconi a tenere i fili di un Parlamento di burattini pronto a lasciargli spazio non appena la legge glielo consentirà nuovamente.

Chi non voleva alleanze – proprio come i due in questione che della propria indipendenza hanno fatto il cavallo di battaglia delle rispettive, impraticabili promesse – dovrà rassegnarsi all’idea di sottostare a un governo che non sarà quello votato, un intruglio di ogni ingrediente possibile, molti dei quali apparentemente incompatibili, tutti certamente causa di prossime sere indigeste.

Insieme per una nuova legge elettorale, poi al voto in autunno è l’ipotesi più paventata nelle ultime ore, probabilmente l’unica sensata partorita dalle brillanti menti a cui tocca condurre il gioco. A quel punto, trovato l’accordo sulla presidenza delle Camere, ci si preparerà a quello che appare come un vero e proprio ballottaggio tra la coalizione di centrodestra che – come per magia – appianerà nuovamente tutte le dissonanze tra i big three dello slogan a tutti i costi che poco si sopportano, Berlusconi-Salvini-Meloni, e i grillini, i quali – in tutta probabilità – succhieranno al PD quel poco di sangue che ancora gli hanno lasciato nel misero 18% che li ha scortati fino a Montecitorio.

Se la soglia utile a governare restasse in orbita 40%, il centrodestra sembrerebbe la formazione più accreditata a spuntarla, tuttavia, non sarebbe da sottovalutare l’enorme mole di anti-berlusconiani (a cui ci uniamo con spirito di resistenza) pronti a virare sul MoVimento pur di non concedere all’ex Cavaliere di proseguire nell’opera di sfascio intrapresa già venticinque anni fa e ancora non destinata a chiudersi. Quanti dem, in un crudele gioco tra bere o affogare, sceglierebbero di farsi gettare l’acqua direttamente alla gola da Berlusconi? E quanti, invece, sarebbero pronti a rinunciare a un pugno, – allo stato attuale – comunque ininfluente, di rappresentanti pur di scongiurare l’ennesima discesa in campo dell’imprenditore milanese o del leghista che cerca voti in quel Sud che tanto disprezzava?

La differenza potrebbe essere, a quel punto, sottilissima, ma il premio di maggioranza che certamente verrebbe inserito nella nuova normativa per la composizione del Parlamento consentirebbe a Di Maio e compagni di avere la meglio anche per pochi voti in più, il che, considerando la natura di unico partito, contro una larga coalizione di oltre tre simboli, avrebbe dell’incredibile e sarebbe non sottovalutabile.

Di Maio ha bisogno di Salvini, e Salvini ha bisogno di Di Maio, ognuno per battere l’altro. Poi toccherà ancora al buio della cabina, alle matite della gente. E chissà che non sia l’inizio di una presa di coscienza importante di una nuova generazione nel voler prendere le redini di ciò che le appartiene. In tal caso, le vertigini potrebbero assomigliare persino a una speranza.

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