Il Fatto

Proibizionismo criminale

Il suicidio di un sedicenne a Lavagna, indotto dalla vergogna di essersi visto entrare la Guardia di Finanza in casa per degli accertamenti legati al suo presunto possesso di “fumo”, ha riportato al centro delle attenzioni il tema della legalizzazione delle droghe leggere. Al di là del caso specifico, per il quale pare che a richiedere l’intervento delle Fiamme Gialle sia stata la stessa madre dell’adolescente – la quale, peraltro, proprio al funerale del figlio si è lasciata andare in un discutibile discorso che, non a caso, ha sollevato una ventata di polemiche – l’argomento va discusso in maniera ampia, attenta e scevra da pregiudizi.

Non è possibile, infatti, pensare di risolvere il problema punendo solo e semplicemente l’anello finale di una catena che affonda le sue radici nelle profondità più losche delle organizzazioni mafiose. Sanzionare il consumatore, o tutt’al più il piccolo spacciatore, e non essere capaci di agire sulle piazze di spaccio e sull’intero sistema di traffico criminale, è come spazzare la polvere sotto al letto e creare una parvenza di pulizia quando, invece, è ancora tutto sporco. Purtroppo, come per tante altre, la questione in Italia è complicata e, difatti, la proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis, che potrebbe produrre sicuramente degli ottimi effetti, approdata alla Camera la scorsa estate, è soggetta a rinvii e contrasti per opera delle destre più bigotte, Ncd in primis.

L’iniziativa, sottoscritta trasversalmente da 218 parlamentari di diversi fronti politici (Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Sinistra Italiana e, anche, alcuni esponenti di Forza Italia e Scelta Civica), mira a modificare l’attuale normativa risultante dalla bocciatura nel 2014, da parte della Corte Costituzionale, della legge Fini-Giovanardi, la quale, in buona sostanza, prevedeva di considerare anche il semplice possessore di pochi grammi di marijuana alla stregua di un criminale. Con la nuova legge, infatti, sarebbe consentito ai maggiorenni di possedere delle quantità di cannabis – 15 grammi nel proprio domicilio, 5 all’esterno – per uso ricreativo, coltivarne, sempre in maniera limitata, delle piante e detenerne il raccolto, ma con il divieto di vendita. Tuttavia, attraverso l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, si potrebbero autorizzare i privati a venderla in locali specifici – quali ad esempio i coffee shop all’olandese – purché siano rispettate tassativamente delle regole, come, tra le altre, quella sulla totale tracciabilità delle produzioni.

Si tratterebbe, insomma, anche se in modo non pienamente esaustivo, di un primo passo, che comunque sta suscitando non poche ostilità, in alcuni casi persino particolarmente marcate, in seno alla compagine politica, dove c’è chi sostiene che legalizzare le droghe leggere per combattere la criminalità equivarrebbe, in qualche misura, a cercare di debellare le ruberie legalizzando i furti. La fallacia di queste convinzioni dovrebbe provocare in noi un certo senso di ilarità, se esse non venissero esternate, tra una ragnatela e una muffa, dai vari Giovanardi, ogniqualvolta si cerchi di introdurre il tema della legalizzazione nel dibattito parlamentare. Quando si trattano questi argomenti, infatti, si riaprono i sarcofagi impolverati degli esponenti di Ncd – che peraltro hanno un certo talento nel riuscire ad attribuirsi sempre del potere, pur rappresentando il poco più che nulla – di cui si sentono le frasi sconnesse e piene di bile, tendenti all’evocazione di qualche punizione divina. Probabilmente, non avendo base rappresentativa nei cittadini, cercano di delinearsi quantomeno come portavoci di Dio. Del resto, si sa, la modestia appartiene a pochi, ma sicuramente non a Formigoni e ai suoi amici, i quali non si risparmiano mai di fare del moralismo spicciolo mentre, proprio loro, vengono sorpresi con le mani in pasta nei peggiori episodi di mala politica.

A simili esternazioni che, come i malanni, ritornano con una certa periodicità, abbiamo purtroppo fatto l’abitudine ma francamente, a questo punto, siamo anche piuttosto stanchi. Queste posizioni – ormai superatissime e, per giunta, sostenute da una minoranza sempre più sparuta – ci impediscono di fare un salto di qualità enorme in termini di evoluzione civile. Gli alfaniani, di grazia, dovrebbero spiegarci in che modo un giovane, e non solo, lederebbe i loro diritti o turberebbe la loro vita, se in una serata con gli amici decidesse di fumare una canna. Si potrebbe obiettare che il consumo di tali sostanze stupefacenti, abbassando i freni inibitori, rischierebbe senza dubbio di indurre le persone a commettere delle sciocchezze o dei reati ma, a quel punto, il polverone dovrebbe essere alzato anche per le bevande alcoliche che, a quanto pare, dispiacciono a pochi pur sortendo gli stessi effetti stordenti.

Il problema si fa in realtà serio se consideriamo che il proibizionismo non ha prodotto risultati apprezzabili nella lotta al consumo degli stupefacenti e, a ben guardare, continua a giovare soltanto alle mafie, le quali, occupandosi del traffico illecito, si arricchiscono spudoratamente – in maniera incontrollata e senza nessun tipo di accertamento sui prodotti che somministrano – nelle piazze di spaccio, nei vicoli, nelle periferie e persino all’ingresso delle scuole.

 

Legalizzare significa appunto sottrarre una fetta di mercato alla criminalità organizzata e, attraverso la vendita lecita, per esempio tramite i suddetti coffee shop, persino produrre benefici, tanto per le casse statali quanto per quelle di privati, i quali potrebbero iniziare a investire nel settore. Le testimonianze che provengono dall’estero – dall’Europa come dal Canada e dagli USA, ma anche dal Sud America, come l’Uruguay dell’ormai ex Presidente Mujica – dove questo passo legislativo è stato già ampiamente registrato, sono tutte molto positive. Pare, infatti, che i tassi di criminalità e di reati siano drasticamente diminuiti. Vi sono poi paesi, e un esempio lampante è il Portogallo, dove addirittura si è pensato di arrivare a delle modalità di depenalizzazione di tutte le droghe, in una maniera tale da riuscire a salvaguardare la salute e la vita di quanti purtroppo sono caduti nella trappola orrenda della tossicodipendenza, accostandoli a un processo di disintossicazione e soprattutto sottraendoli al giogo degli spacciatori.

Tutto questo discorso non deve sembrarci spinoso oppure irto di difficoltà e di perplessità, perché, se è vero che la Storia è maestra, basta ritornare indietro negli Stati Uniti degli inizi del Novecento per avere una prova di come e quanto il proibizionismo, in quel caso riguardante le bevande alcoliche, abbia rappresentato una continua fonte di approvvigionamento per la mafia. Del resto, è probabilmente nota a tutti la vicenda di Al Capone. Ebbene, solo attraverso l’abolizione di tale divieto, si è riusciti a dare un sonoro calcio alla delinquenza e ai suoi sporchi affari, conditi da corruzione e violenza, proprio come quella nostrana.

Iniziamo, dunque, a ragionare in questi termini, cominciamo a entrare nella logica che legalizzare è meglio che vietare e che il proibizionismo produce solo danni. Non lasciamo che resti ancora a lungo un vuoto legislativo anche in questo settore perché, purtroppo, lì dove non arriva lo Stato, spesso arrivano gli interessi di persone che non hanno a cuore il bene della collettività. Dipoi, al di là del contrasto alla malavita, un Paese è sano e forte quando, democraticamente, riesce ad affrontare e regolamentare, per quanto complesse siano, tutte le questioni, cercando di bilanciare i diritti, le libertà, le esigenze e la sicurezza dei cittadini. La legalizzazione, infatti, non deve essere intesa come una resa, o al peggio una debolezza, ma deve rappresentare una prova di maturità e consapevolezza del nostro sistema. Le preoccupazioni, anche comprensibili, possono essere superate sulla base degli studi scientifici che hanno rivelato come, sostanzialmente, fumare una canna non sia – si passi l’immagine – molto diverso, o più pericoloso, dallo scolarsi un fiasco di vino buono con il nonno la domenica, a patto che – e qui non si scherza – sia quando si beve che quando si fuma, lo si faccia in maniera responsabile e si eviti, nella maniera più assoluta, di mettersi alla guida. Se ci si mette in strada, sia chiaro, si è solo dei miseri stolti. Come guida pericolosa facciamoci bastare, ma non troppo, quella al Paese di Alfano e Ncd.

Clicca per commentare

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Popolari

To Top