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Pisa, edicola confiscata e poi rimossa: quando la forma è sostanza

Se ve lo raccontassero, ci credereste che un piccolo chiosco in disuso da anni nel centro storico di Pisa sia diventato il  fulcro del dibattito cittadino degli ultimi giorni, su cui anche le fazioni politiche si sono scontrate a suon di post su Facebook e interviste qua e là? Il tutto perché il chiosco in questione è stato rimosso all’alba del nuovo anno, senza alcun preavviso o spiegazione. Già, perché non stiamo parlando di un semplice rivenditore di giornali, bensì di un’edicola che era stata confiscata alla criminalità organizzata e che è stata riutilizzata per scopi sociali fino a marzo 2018, quando la cooperativa che se ne occupava – complice la crisi, i costi da sostenere per ripianare la situazione debitoria ereditata e il consumo difficile su cui l’attività si basava – ha dovuto cessare la gestione del bene. Dopo molteplici iniziative portate avanti dal coordinamento provinciale di Libera, era in via di definizione un nuovo progetto che vedeva la partecipazione in primo piano dell’Università di Pisa e di numerose associazioni del territorio, con l’interesse della Prefettura e il Comune in qualità di partner.

Nello specifico, quest’ultimo è da circa un anno e mezzo guidato dal leghista Michele Conti che, in presenza del fondatore e presidente di Libera don Ciotti, aveva garantito un riutilizzo sociale del bene, esattamente come previsto dalla Legge 109/96, e lo stesso aveva fatto in vari incontri pubblici e privati. Tuttavia, come dicevamo, l’edicola è stata rimossa la mattina del 2 gennaio in una Pisa svuotata, dove nessuno poteva accorgersi di quanto stesse accadendo, e senza darne notizia né a Libera né a chi era interessato a investire sul bene.

Quel chiosco era una chiara dimostrazione della vittoria da parte dello Stato – o meglio, di quella parte sana e legalitaria dello Stato – che era riuscito a sequestrarlo e confiscarlo, nonché l’esibizione dell’esemplare impegno sociale di una cooperativa che si era fatta assegnare l’edicola, assumendosi sin dall’inizio tutti i rischi del caso e facendo di essa un presidio culturale che ha attratto a sé studenti, giornalisti, università, associazioni, storie di persone che la percepivano non come un posto piccolo e freddo bensì quale terreno fertile su cui far fiorire semi di legalità e speranza. Basterebbe già questo, dunque, per indignarsi di un gesto che, involontariamente o meno, dal punto di vista sostanziale implica la rimozione della memoria storica di un luogo che simboleggiava la presenza della criminalità organizzata in un territorio apparentemente estraneo alle dinamiche mafiose ma nel quale la mafia era arrivata e si era insediata in pieno centro storico.

C’è, però, anche un punto di vista formale che rappresenta a pieno la vicenda, sino a diventare sostanza. Il bene, infatti, è stato rimosso in un momento dell’anno in cui Pisa era semivuota – come a non dare troppa visibilità –, tradendo di fatto il principio di lealtà e correttezza a cui l’Amministrazione avrebbe dovuto attenersi dato il dialogo in corso di cui Libera si era fatta promotrice. Soprattutto, l’atto non ha avuto alcuna giustificazione ufficiale tant’è vero che, nonostante le varie sollecitazioni, ancora non è stato comunicato in base a quali parametri sia stata effettuata la rimozione. E il silenzio è durato per giorni, come se mancasse il coraggio di rivendicare il gesto, prima di dire che è stato effettuato per motivi di degrado.

Un’azione di questo tipo sembra quasi testimoniare la mancanza di idee che portino a investire in quel luogo, come se il riutilizzo sociale dei beni confiscati sia da considerare una questione di poco conto o priva di iniziative. In realtà, queste ci sono e sono funzionali alla collettività: c’è, infatti, chi ha proposto di fare del sito una biblioteca antimafia dove raccogliere vari testi sui temi legati alla legalità e alla giustizia sociale oppure c’è chi, come don Ciotti in persona, ha lanciato l’ipotesi di attrezzare l’edicola di pannelli dove trasmettere le notizie riguardanti le attività di contrasto alla criminalità organizzata provenienti da tutta Italia. Ma vi è anche l’interesse a farne una web-radio e un centro associativo. Tutte proposte che dipendono certamente da un’adeguata sostenibilità economica e dalla fermezza del Comune nel volersi fare assegnare il chiosco dall’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati, ma che rappresentano senza dubbio più che un punto di partenza, proprio il terreno adatto su cui coltivare la valorizzazione del posto. Per questo, è degno di nota l’invito del confinante Comune di San Giuliano Terme di spostare lì l’edicola trovandole una collocazione, stando alle dichiarazioni ufficiali, in un parco o in un altro luogo pubblico per utilizzarla come punto di incontro coinvolgendo il mondo del volontariato e i circoli.

A queste parole, in cambio, si contrappongono quelle del deputato leghista Edoardo Ziello che ha definito l’edicola come una carcassa di ferro degradata e ha sminuito la campagna avviata da Libera per avere risposte dal Sindaco perché, a suo dire, serve l’antimafia dei fatti e non delle chiacchiere sterili a vuoto. Parole altrettanto forti vengono poi dall’opposizione con Ciccio Auletta, consigliere comunale di Una città in Comune, che ha definito l’azione di rimozione un blitz e ha aggiunto che non sono in gioco solo quattro lamiere e qualche metro quadro di suolo pubblico ma un’idea e una pratica di antimafia.

In questo marasma, diventato un dibattito politico tra chi, oltre alle fumose promesse, non si è per niente preoccupato del bene e chi, invece, se n’è preoccupato troppo poco – dunque tra chi si è reso autore di questo gesto e chi si sbraccia e grida alla vergogna senza contribuire, ahinoi, alla fase propositiva del progetto dove tutti, in primis le formazioni politiche, sono tenuti a sbilanciarsi e a mettere a disposizione le proprie idee – si avverte la sensazione che la battaglia stia diventando una partita esclusiva tra Comune e Libera, dove quest’ultima da varie parti riceve quel sostegno che sa tanto di pacca sulla spalla.

Quello che dobbiamo metterci in testa, però, è che l’edicola, come tutti i beni confiscati, non è di Libera o di una cooperativa, bensì appartiene all’intera collettività che ha il dovere di preservarla e valorizzarla. E se non lo si vuole fare per il presente e per il futuro perché alla politica manca una visione a lungo termine, almeno lo si faccia per il passato, in ricordo di Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e di tutti coloro che hanno dato vita a un’idea di antimafia fatta di leggi, di fatti, di simboli e manifestazioni.

Come quella organizzata dai ragazzi del Presidio Libera Pisa G. Siani che lo scorso sabato hanno chiamato a raccolta scout, associazioni e la cittadinanza tutta per ribadire, come affermato dal Coordinatore Provinciale, che quel semplice chiosco è stato lo strumento per parlare con tutti della presenza delle mafie in Toscana, della necessità di proteggere la nostra regione e la nostra città, attraverso un impegno comune di cittadini, istituzioni, e realtà economiche del territorio. Ci si ricordi, in fondo, che i volontari di Libera sono quotidianamente per le strade, nelle scuole e nelle università per combattere la più pericolosa forma di incuria: il degrado culturale.

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