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“Pink Tank”: donne al potere, potere alle donne

Secondo la filosofa Simone de Beauvoir, l’uomo – il maschile – racchiude, nella nostra società, il concetto stesso di umano, tant’è che in molte lingue il maschile fa anche da genere neutro: la donna non sarebbe, dunque, un soggetto alla pari nell’equazione di umanità poiché trova una definizione del sé solo nella sua relazione con il maschile, nell’essere non-maschio. È l’inessenziale di fronte all’essenziale, è l’altro perenne, quello al confronto del quale ci si sente invincibilmente, virilmente, superiori. Quando questa illusione di superiorità viene infranta dalla presenza di una donna in un contesto ritenuto d’appannaggio maschile, dunque, crollano le certezze di supremazia, ci si sente minacciati. Le donne al potere fanno paura.

La politica è forse l’attività che associamo più spesso all’idea di potere. Sulle donne che scelgono di perseguire la vocazione e la carriera politica si riversano le attenzioni morbose dell’opinione pubblica. Lo scorso agosto, ad esempio, mentre prendeva forma la nuova coalizione di governo, Teresa Bellanova, Ministro dell’Agricoltura, è stata bombardata di insulti sui social network per il suo abito. Se si prova a digitare Maria Elena Boschi nella barra di Google, invece, le prime queries predittive del motore di ricerca sono Instagram, fidanzato, altezza, vita privata, figli. Mara Carfagna, poi, è da sempre bersaglio di commenti sessisti legati al suo aspetto. Così come Laura Boldrini è stata paragonata a una bambola gonfiabile e ha ricevuto minacce di morte.

Di sessismo e potere si occupa Serena Marchi in Pink Tank, una raccolta di interviste alle donne italiane in politica, pubblicata di recente da Fandango. Il mercato editoriale nostrano sembra aver intercettato, negli ultimi anni, l’esigenza del pubblico di vedere finalmente messe a nudo le crepe del sistema sociale occidentale, di vedere rappresentato un punto di vista divergente, che restituisca una storia ai soggetti che dalla storia vengono messi ai margini. Tra questi, ci sono i racconti delle donne lontane dal ruolo secolare di mogli, madri e angeli del focolare. Il pensiero femminista si reinventa tra gli scaffali delle librerie, diventa brand. A dover essere presa in considerazione, per tale motivo, non è più solo il contenuto del libro, ma la funzione che il libro come oggetto svolge nella società digitale.

Non siamo più esclusivamente interessati a cosa il testo abbia da dirci, ma anche a mostrare  sui nostri profili pubblici cosa quel testo dica di noi. La copertina, che prima serviva ad attrarre e stimolare la curiosità, oggi assume anche la funzione di attributo del lettore. Perciò, sì, i libri vanno giudicati anche dalla copertina. E su quella di Pink Tank un grosso carro armato di un bel rosa acceso sgomita per la nostra attenzione, la canna del fucile un simbolo di Venere riottosamente puntato all’insù. Il sottotitolo ci avverte che quello che stiamo per leggere è un libro sulle donne al potere e sul potere alle donne. Un potere per il quale, intuiamo dall’immagine non propriamente pacifica, bisogna lottare con ogni arma per ottenere. Le premesse sono, dunque, quelle di un nuovo, dirompente manifesto femminista.

donne-potereSerena Marchi raccoglie le testimonianze di diciotto donne che occupano, o hanno occupato, un posto nelle stanze dei bottoni. Sceglie interlocutrici di ogni partito o colore politico, alternandole all’interno della raccolta per età, visione ed esperienza. A ciascuna di loro vengono poste tre domande: sulla propria infanzia, sul potere femminile e sulle quote rosa. La giornalista non interviene mai a interrompere la narrazione, non cerca di forzare un punto di vista in particolare. Unica eccezione è la prefazione in cui la Marchi, con intento un po’ provocatorio, esorta il lettore a fare un gioco: coprire i nomi delle intervistate e provare a rendersi conto da sé che, nonostante le differenze di percorso e di vita, le conclusioni tratte da ciascuna sullo stato del potere femminile in Italia non sono poi così diverse come ci si aspetterebbe.

Una volta che si arriva alle interviste vere e proprie, però, qualcosa si incrina. C’è, infatti, un fil rouge inequivocabile nelle conversazioni con queste diciotto donne della politica: la retorica. Nessuna intervista riesce a uscire dagli schemi di contrapposizione tra il maschile e il femminile. Si rincorre il tentativo di restituire una definizione di potere diversa, alternativa. Il potere del maschio è competitivo, violento, punta alla conquista, all’istituzione di un capo unico da seguire. Il potere femminile, allora, è la rete, la cooperazione, la squadra dove tutti prosperano e hanno cura l’uno dell’altro. Una donna leader è diversa da un uomo leader perché è meno interessata al potere per se stessa. Si passa dall’elogio della caratteristica femminile per antonomasia, il multitasking, all’assolutismo che le donne sono più brave in tutto, che siano biologicamente programmate per essere generose e salvifiche. Un posto d’onore è occupato dall’eroico canto dell’uomo che sceglie di stare al fianco di una donna potente, sacrificando la virilità per la riconoscenza. E non importa quante grandi personalità si intervistino sull’argomento: il nemico più grande delle donne saranno sempre le donne.

Il messaggio, che pure vuole essere positivo, di speranza, femminista in un modo un po’ ingenuo, si trova a percorrere il tragitto dalla carta alla mente del lettore in bilico sul burrone dei cliché. In qualche caso, fa capolino lo sgradevole sospetto d’aver scorto un sottotesto più pericoloso della retorica, uno che racconti di più sul potere di quanto non facciano le sequenze di frasi infarcite di stereotipi recitati in buona fede. I background delle politiche intervistate sono tutti simili: donne di buona famiglia, della media o alta borghesia, che hanno avuto la possibilità di studiare in ottime scuole, formarsi, affermarsi e decidere quale strada intraprendere restando fedeli a se stesse grazie ai mezzi che avevano a disposizione. Per alcune la politica è arrivata come evoluzione naturale del proprio percorso, per altre è stata una folgorazione a ciel sereno. Moltissime sono impegnate in battaglie sociali di tutto rispetto. Quasi tutte accarezzano l’idea che alla base della presenza ancora così sparuta di donne nei luoghi di potere ci sia una qualche inclinazione alla sottomissione o alla timidezza. Questa sottomissione non è, però, innata: spesso deriva dall’assenza di mezzi che diano alle donne appartenenti alla vasta platea del popolo, la libertà e il privilegio di scegliere per sé.

Non c’è accusa di pavidità che tenga: nel nostro sistema, l’emancipazione vera è possibile solo attraverso il raggiungimento dell’indipendenza economica. Lo affermava già Virginia Woolf, quando, nel corso delle conferenze che furono poi raccolte all’interno del celebre Una Stanza tutta per Sé diceva che una donna, per poter creare arte e scrivere, deve avere i soldi e una stanza tutta per lei. Alcune, la maggior parte a dire il vero, il potere semplicemente non possono permetterselo. Il che ha perfettamente senso nel nostro sistema socio-economico. Non ha senso, invece, nell’ottica di un dibattito sul potere. E siccome l’unico potere concepibile è quello di stampo patriarcale, le donne che riescono a sedere al tavolo delle discussioni scendono a compromessi con il sistema pur di ottenere a poco a poco qualche conquista (la legge sull’aborto, il divorzio, il diritto di voto).

Siamo talmente radicate in questo modo di pensare che l’unica alternativa al potere che riusciamo ad articolare è un gioco di contrari del sostantivo maschile singolare. Il sottotesto si esprime anche attraverso la scelta delle intervistate di esprimersi con il pronome inclusivo noi solo al momento dell’enunciazione di pregi e difetti della femminilità. Un effetto particolarmente straniante è causato, invece, dall’utilizzo della terza persona plurale o del si impersonale quando la discussione sul potere vero e proprio entra nel vivo, quasi a voler rimarcare il fatto che si tratti di  un’astrazione, distante anni luce dalle donne.

Ci si aspetterebbe, da un libro con un carro armato in copertina, un approccio meno accomodante nei confronti del patriarcato che chiaramente aborra. Tuttavia, la scelta dell’autrice di lasciare il lettore libero di trarre le proprie conclusioni è una misura indovinata. In questo modo, è possibile darne sempre interpretazioni differenti. Le interviste possono essere lette come singoli documenti che restituiscano un quadro fedele dell’Italia degli ultimi decenni. Possono fungere da spunto di riflessione o da punto di partenza per un’indagine più approfondita della disparità di genere nel nostro Paese, potrebbero addirittura indirizzare qualche giovane donna verso la politica. Dipenderà, un po’, da quel che il lettore cerca nel libro, a patto di non farsi ingannare dalle premesse rivoluzionarie.

Contributo a cura di Marina Finaldi

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