Il Fatto

I piazzisti della misera politica

Con il mio amico Ezio, vecchio militante del PCI prima e di uno strano e variegato contenitore costituito dal Partito Democratico poi, la scorsa domenica, nel corso di una lunga conversazione telefonica, ci siamo confrontati sulle strategie da piazzisti della prima ora, del tutto simili, dei principali esponenti di partiti che di fatto non esistono se non nell’incarnazione dei loro proprietari.

Nello stesso giorno, in luoghi diversi, l’uomo che ha governato per circa vent’anni questa nazione portandola allo sfascio e la giovane speranza in cui molti hanno intravisto la nuova stagione della politica, entrambi perdenti e super sconfitti, si sono riproposti alla guida di un Paese disastrato che da un trentennio continua a mettere toppe a una vecchia nave piena di falle in un mare in tempesta.

Ci siamo chiesti, quindi, pur avendo già pronta la risposta: esistono i partiti, i movimenti come centro di elaborazione politica, o sono soltanto dei contenitori vuoti?

Gestiti da apparati invisibili che si materializzano soltanto per l’accaparramento di piccoli e grandi poteri, finanche per una nomina a vicepresidente di una sottocommissione che non servirà mai a nulla a causa anche di evidente ignoranza e incapacità – come in altra conversazione ha tenuto a precisare la mia omonima, cugina virtuale, avvocatessa Anita – i partiti, ormai svuotati di qualsiasi contenuto ideologico, non elaborano né programmano alcun progetto politico, tantomeno fanno formazione di classe dirigente, se non con corsi accelerati in stile CEPU, producendo parlamentari, componenti di commissioni importanti chiamati a discutere proposte di legge su temi delicati, impreparati e ignoranti nel significato più etimologico del termine, come nel caso del riconoscimento del sacrosanto diritto alla conoscenza delle origini biologiche che giace in Commissione Giustizia del Senato (argomento del quale ci siamo interessati su questo giornale).

Preso atto dell’inesistenza e del fallimento del sistema dei partiti, la proposta politica – se la si vuole così definire per pura decenza – è esclusiva di coloro che rappresentano i loghi che per amore di verità chiamerei piazzisti della misera politica dove l’antica arte del saper vendere i propri prodotti si trasforma in arte della promessa di qualcosa che forse verrà ma con pagamento anticipato, con il voto. Non si tratta di vendite online su Amazon o su eBay, sono vendite con gli antichi sistemi del porta a porta o nei mercati rionali, oggi anche nel gran bazar mediatico con i favori dei cavalier serventi senza dignità.

Ed ecco che tornano i milioni di posti di lavoro, il raddoppio e anche più delle pensioni minime, veterinari gratuiti come pure dentiere e cure odontoiatriche e non so quali altri prodotti che certamente aumenteranno man mano che si avvicineranno le elezioni.

Di contro, l’altro piazzista alla Leopolda – il cui nome in verità ricorda gli squallidi film di Banfi e Vitali – promette di estendere i famosi ottanta euro, divorati dall’aumento delle tasse locali, anche alle famiglie con figli, oltre al solito milione di posti di lavoro, tanto per tenere testa alla concorrenza.

Fedelissimi dell’una e dell’altra fazione, clienti affezionati, con e senza tessera di partito, disposti a farsi coinvolgere dal canto delle sirene nel corso delle apparizioni televisive, quasi come abbagliati dal fascio di luce nella grotta di Lourdes, dove la memoria perde ogni traccia di ricordi e dove anche pesanti reati commessi e altri in corso di indagine, perfino di concorso in strage, diventano semplice materiale persecutorio.

Intanto, un deputato della Repubblica italiana, in carcere con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, viene difeso nella televisione di Stato da un ex Presidente del Consiglio che si ripropone per guidare il Paese.

Se ancora oggi nulla riesce a spezzare quel cordone ombelicale che unisce piazzisti e clienti aventi natura comune e pari DNA, non c’è da meravigliarsi del proliferare di una concorrenza capace di calamitare il consenso proponendo altri prodotti fatti di persone, di povera gente in cerca di un minimo di dignità, da cacciare, da rispedire alle loro case. Quelle case che essi stessi hanno contribuito a distruggere con le scellerate politiche di guerra.

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