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Perché lo sciopero docenti dovrebbe riguardare anche noi studenti

Il mese di maggio per alcuni significa l’inizio delle vacanze, per molti altri l’avvento dell’esperienza più simile agli arresti domiciliari: la sessione estiva. Mentre tanti studenti si preparano a concludere l’anno o a recuperare qualche insufficienza, infatti, numerosi sono coloro che si rinchiudono in casa per poter preparare gli esami, in particolar modo quelli universitari. Accade qualche volta, però, che i professori decidano di cambiare le carte in tavola e stravolgere tutti gli obiettivi che gli allievi si erano prefissati di raggiungere. In che modo? Aderendo allo sciopero e lasciando così disponibili solo due dei tre appelli previsti per ogni sessione. Già a settembre, difatti, circa diecimila docenti universitari avevano preso parte a una contestazione ma, non avendo visto esaudire le richieste sperate, hanno dovuto stravolgere anche questa sessione. Le adesioni del secondo sciopero, però, si sono ridotte a settemila e i professori assicurano che saranno garantiti appelli straordinari per i laureandi tuttavia, al tempo stesso, ancora una volta, a pagare il prezzo delle manifestazioni sono gli studenti.

Lo sciopero dei docenti di facoltà trae spunto da una questione relativa agli scatti stipendiali. Nel 2011, infatti, le retribuzioni dei professori universitari hanno subìto un blocco degli adeguamenti a causa della crisi finanziaria e delle politiche draconiane del governo Monti. Di conseguenza, sono stati intaccati lo stipendio netto percepito e i versamenti contributivi ai fini pensionistici di tutti gli impiegati. Stessa sorte è toccata anche ad altre categorie professionali, come, ad esempio, Forze Armate e dipendenti della Pubblica Amministrazione, che dal 2014 però hanno visto la cancellazione del blocco e il recupero completo di tutti gli arretrati. Inoltre, sono stati fatti numerosi tagli alle risorse per l’università e la ricerca, di cui gli addetti ai lavori da anni si lamentano.

Prima fra tutti, la mancata sostituzione dei docenti andati in pensione da parte di altri colleghi ha comportato la riduzione delle spese del 66%, pesando, al tempo stesso, sui professori rimasti che hanno dovuto sopperire all’assenza dei loro colleghi, offrendo così inevitabilmente una qualità dell’insegnamento decisamente inferiore ed eliminando la speranza di giovani ricercatori di poter essere assunti. Ultimo problema, ma non decisamente per importanza, i tagli hanno causato danni strutturali a servizi che dovrebbero essere basilari come i bagni che, spesso e volentieri, sono difettosi e mancano perfino di carta da toilette. Nel mentre, continuano a essere stanziati fondi per la costruzione di nuovi edifici, principalmente quelli di rappresentanza quali rettorati o centri d’accoglienza, mentre gli studenti e i docenti che frequentano quotidianamente l’università sono costretti a vivere in un ambiente decisamente lesivo sia per la loro salute che per la loro dignità. Che senso ha creare altre strutture se non si è capaci di gestire in modo decoroso quelle già esistenti?

Per comprendere ancora meglio quanto questa non sia una lotta corporativa volta solo agli interessi di una ristretta cerchia sociale, abbiamo chiesto a Paolo Mattera, professore di Storia Contemporanea dell’Università Roma Tre, di spiegarci le loro motivazioni: «Noi docenti non chiediamo un aumento dello stipendio, tantomeno gli arretrati dei blocchi stipendiali subiti. Chiediamo lo sblocco degli scatti a partire dal 1° gennaio 2015, così come è stato fatto per tutti gli altri dipendenti pubblici; che ci siano riconosciuti dal 2011 al 2014 i contributi previdenziali; che vengano stanziati ottanta milioni di euro per incrementare le borse di studio per gli studenti universitari e che vengano rese disponibili risorse per la messa a concorso di posti per professori e ricercatori.»

Una lotta non individuale, dunque, ma anche per i loro allievi. Pochi, infatti, sanno che esiste la figura dello studente meritevole senza borsa. «È una cosa assurda e ingiusta» afferma il professor Mattera «se sei meritevole devi avere la borsa, punto e basta.»

In Italia, per essere ascoltati, bisogna far rumore, aizzare la massa, altrimenti non si ottiene nulla. Motivo per il quale, ad esempio, i due esponenti dei partiti del momento, subito dopo il veto di Mattarella, hanno scelto di andare a manifestare la loro rabbia e il loro dissenso nel salottino popolare e populista di Barbara d’Urso. Allo stesso modo, i prestigiosi docenti universitari hanno deciso di adeguarsi al sistema e cancellare un appello d’esame per far insorgere gli studenti.

Perché, quindi, nonostante i professori lottino non solo per i loro interessi, anche a costo di avere una notevole decurtazione dallo stipendio a causa dell’adesione allo sciopero, chi studia resta irretito e infastidito? Perché molti dei docenti sottovalutano l’importanza di coinvolgere i loro ragazzi. Se non si dichiarano le motivazioni degli scioperi, se non si comunica con i propri studenti, è inevitabile che la contestazione venga fraintesa con l’ennesima lotta di classe fatta da chi è considerato generalmente già abbastanza privilegiato per avere qualche spicciolo in più al mese. I professori dovrebbero ricordare che le più significative rivolte, come quelle del Sessantotto, che hanno veramente cambiato la storia dell’istituzione scolastica, sono sempre partite da una forte coesione, in quel caso tra operai e studenti. Se si aderisce allo sciopero e non si spiega il motivo per il quale lo si fa, tanto vale non scioperare. L’assenza di comunicazione comporta fraintendimenti e la mancata possibilità di fare un fronte comune che possa veramente essere preso in considerazione.

Si dice che un popolo ignorante sia più facile da governare ma qui ci sono solo studenti che, uniti con i loro professori, vogliono lottare per ciò che è giusto e per ciò che spetta loro. Solo perché il più delle volte restano in silenzio, non significa che non siano consapevoli di tutti i torti che vengono compiuti da chi pensa narcisisticamente ai propri interessi invece di attuare una concreta politica per il bene del Paese e per un cambiamento che l’Italia aspetta da troppo tempo.

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