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PD: le 5 regole su come svendersi

Spesso, c’è chi decide di utilizzare il proprio corpo come strumento per guadagnare soldi e avere una sorta di stipendio, una scelta da cui nascono due categorie di lavoratori: quelli che si concedono a caro prezzo, ad esempio le escort d’alto bordo, coloro che hanno sempre ricevuto una piacevole accoglienza ad Arcore, e quelli invece costretti a svendersi pur di sopravvivere, esattamente ciò che, in campo politico, sta facendo in questi giorni la coalizione che un tempo si definiva Partito Democratico, concedendosi alle Cinque Stelle più note del firmamento parlamentario con la speranza di mantenere quelle sedute tanto amate da tutta la classe politica italiana.

Dopo il non poi così tanto sofferto divorzio tra M5S e Lega, voluto dall’ala verde di Montecitorio, la parte sedotta e abbandonata, i pentastellati quindi, ha trovato conforto e amore tra le braccia dei democratici più frammentati del Paese. D’altronde, è risaputo che uno dei modi per dimenticare il passato è il tipico chiodo scaccia chiodo. A tal proposito, nella serata di venerdì 23 agosto alcuni membri dei due gruppi sono stati avvistati a cena insieme al pari di amanti segreti, nonostante avessero smentito, sempre nella stessa giornata, un possibile incontro nel weekend.

Al fine di raggiungere un accordo di governo, inoltre, il PD ha già stabilito cinque regole come, ad esempio, una svolta sul piano dell’immigrazione e più equità su quello sociale, territoriale, generazionale e di genere. Di tutta risposta, il MoVimento ha controbattuto proponendo ai dem dieci punti programmatici ritenuti fondamentali dagli uomini di Beppe Grillo con lo scopo di dare vita a un eventuale mandato esplorativo. Cinque ne pensa uno, dieci ne pretende l’altro e, così, quella che tra Partito Democratico e M5S dovrebbe essere un’alleanza si sta trasformando in una gara a chi ce l’ha più lungo, il programma, che ha fatto uscire inaspettatamente di scena il protagonista dei giorni passati, Matteo Salvini, relegato al momento a ricoprire un mero ruolo di comparsa.

I due nuovi protagonisti della telenovela più seguita dell’estate sono infatti Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, i quali, durante il colloquio, avrebbero valutato anche il nome dell’ex Presidente del Consiglio per proporre un possibile Conte bis, perpetuando, ancora una volta, l’illusione di trovare un punto di incontro tra due forze politiche che, a prescindere dalle evidenti divergenze, sono mosse dall’ipocrita motivazione di accordarsi per il bene dell’Italia e degli italiani.

Visto il repentino crollo nei sondaggi di quello che quattordici mesi fa era il leader indiscusso di casa nostra e la scarsa popolarità di cui gode attualmente il Partito Democratico, i due hanno deciso di unire le poche forze rimaste per combattere il nemico comune. Ma come può una coalizione come quella del PD, che non è mai stata in grado di restare unita e coesa, se non per brevi idilliaci periodi, riuscire a coordinarsi con un’altra forza politica, per giunta quella con cui fino a pochi giorni fa si scontrava duramente? Intanto, mentre si valutano svariati intrighi di potere, a restare orfana è gran parte dell’elettorato grillino ma, soprattutto, l’intera famiglia dem, lasciata sola con i propri valori.

Il 21 agosto, durante il suo discorso dimissionario al Senato, l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva accusato la Lega e il Ministro dell’Interno di aver fatto cadere il governo per perseguire interessi personali e di partito. Tralasciando la repentina capacità di cambio di rotta dei pentastellati – spesso analizzata su queste pagine –, coloro che stupiscono di più, però, sono proprio i democratici, che per l’occasione avevano persino applaudito alla bastonata dell’avvocato del popolo italiano ai danni del Carroccio, ritrovandosi ad agire adesso in egual misura.

Dopo essere stato eletto Segretario il 3 marzo scorso con un’affluenza a sorpresa persino per gli stessi componenti del PD, in cinque mesi di leadership, Nicola Zingaretti non ha mai chiarito la linea che la coalizione avrebbe fatto propria, lasciandola così in un limbo di continuità renziana intervallato da vani tentativi di distacco, non esplicitando mai chiaramente la sua posizione e non mettendo a tacere le interferenze del passato per affermarsi effettivamente come guida dem. E, così, il Partito Democratico fino a oggi non ha saputo, o forse non ha voluto, rialzarsi per costruire un’alternativa valida da offrire al Paese alle prossime urne, mostrando di non essere in grado di cogliere i sorprendentemente positivi risultati delle ultime Primarie.

Ma per riacquistare la credibilità tra i suoi elettori, il PD dovrebbe fare molto più che elemosinare attenzioni e intese con i pentastellati, comportandosi come un tossicodipendente in crisi di astinenza. Dovrebbe piuttosto lavorare internamente per riconquistare un’attendibilità che oramai, se l’accordo con i 5 Stelle andasse a buon fine, sarebbe definitivamente perduta. La possibile alleanza, infatti, sembra essere l’ultima spiaggia rimasta per evitare un governo populista tendente talvolta all’estrema destra. Tuttavia, a Zingaretti e compagni va chiarito che non è possibile sopravvivere e magari essere scelti perché si è il male minore. L’elettorato di sinistra non ha più un riferimento e, prima o poi, si stancherà di votare un partito con una dirigenza ancora non ben definita, caratterizzato da costanti contrasti interni e vaga adesione agli ideali per i quali è nato.

Per cambiare, però, c’è bisogno che prima si riconoscano gli errori fatti, soprattutto con i propri sostenitori, e poi che si smetta di porsi su un piedistallo di finto intellettualismo, accusando sempre gli altri di fare le cose sbagliate senza avanzare proposta alcuna. La strada per ritrovarsi e riscoprirsi, infatti, è sempre un percorso in solitaria, fatto di consapevole ammissione dei limiti.

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