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Interviste

Paolo Borrometi: «Sconfiggere le mafie? Facendo squadra, possiamo farcela»

Paolo Borrometi è un giornalista, vicedirettore dell’AGI e collaboratore de La Spia. Autore, tra i vari, del libro Un morto ogni tanto, dal 2014 vive sotto la protezione della scorta a causa di un’aggressione che gli ha provocato una menomazione alla spalla. Ha, inoltre, ripetutamente subito gravi minacce, da lui sempre denunciate, per le quali diversi esponenti della criminalità organizzata sono stati condannati. Lo abbiamo incontrato.

Qual è oggi la percezione delle mafie nel Paese?

«Purtroppo, ci accorgiamo delle organizzazioni criminali di stampo mafioso soltanto in due momenti: quando c’è un fatto di sangue o quando c’è un’importante operazione delle Forze dell’Ordine e della magistratura. Sfortunatamente, tutto ciò mi porta a pensare che ci sia una scarsissima considerazione delle mafie non tanto da parte della società civile, quanto da parte della politica e questa è la cosa che mi preoccupa di più».

Questo scenario, però, si presenta piuttosto diverso rispetto a quanto accadeva agli inizi degli anni Novanta, quando con l’inchiesta di Mani Pulite a Milano e il maxi-processo a Palermo c’era la forte sensazione che la questione della legalità stesse diventando primaria. Basti ricordare come venivano idolatrati Di Pietro e i suoi colleghi…

«Sono d’accordo. Il problema è che noi pensiamo che un’operazione degli inquirenti o un importante processo possano servire a debellare il fenomeno: all’epoca vi era la convinzione che con il maxi-processo e con i grandi arresti successivi alle tragiche morti di Falcone e Borsellino – per dare i nomi di due simboli della lotta alle mafie – avessimo sconfitto Cosa Nostra, invece oggi essa spara ancora, seppur molto meno, ma fa tantissimi affari. Questo sta a significare che non dobbiamo sempre aspettare le grandi inchieste o i clamorosi fatti di sangue e, soprattutto, che dobbiamo avere la consapevolezza che le mafie, proprio mentre non sparano e restano in silenzio, stanno facendo affari alle spalle di ognuno di noi».

È probabile che i cittadini lodassero le inchieste – e ci riferiamo soprattutto a Tangentopoli – ma solo quando queste coinvolgevano la classe dirigente, mentre l’interesse è particolarmente diminuito quando sono stati smascherati sistemi di illegalità che riguardavano i pesci piccoli?

«Credo che il discorso da fare sia l’opposto: si è partiti, e si continua oggi, a prendere i pesci piccoli ma si ha una grande difficoltà a prendere i pesci grandi. Ti faccio un esempio: quando c’è un capomafia, o anche in presenza della cosiddetta manovalanza, noi non ci pensiamo due volte a contestare il 416 bis; quando, invece, prendiamo un politico, nella stragrande maggioranza dei casi vengono imputati o l’aggravante del metodo mafioso o l’associazione esterna. Abbiamo ancora adesso un grande rispetto per i personaggi più importanti e purtroppo i cittadini avvertono questa tendenza».

Lei è un profondo conoscitore della situazione di Vittoria. Qual è stata la reazione dei cittadini a seguito dello scioglimento del Consiglio Comunale? Dalle statistiche emerge che di solito, in casi simili, vi è una notevole indifferenza…

«Il discorso può essere generalizzato. Quando si scioglie un Consiglio Comunale, la classe politica che subisce tale misura inizia a soffiare sull’opinione pubblica con il cosiddetto marchio della mafiosità affermando che “la città non è mafiosa”. Come se lo scioglimento del Consiglio Comunale non fosse un provvedimento d’emergenza avente a che fare solo con gli amministratori comunali ma riguardasse tutti i cittadini. Da un lato, pertanto, abbiamo una fetta della cittadinanza che resta indifferente, dall’altro esiste una distinta parte che reagisce cadendo nella trappola dello slogan poc’anzi citato. Ma chi ha detto che la città è mafiosa? Semmai sono i politici coinvolti a essere mafiosi o ad avere aderenze con la criminalità organizzata. Il problema vero è che in pochi collaborano con i commissari che – precisiamo – non sono lì per rappresentare la politica bensì lo Stato, quindi ognuno di noi dovrebbe sostenerli».

Qual è la responsabilità dei partiti quando nei piccoli centri vengono candidate figure vicine a esponenti della criminalità organizzata?

«La lotta alle mafie è sostanzialmente scomparsa dai programmi dei partiti, tranne qualche rara eccezione, a testimonianza della bassissima attenzione della classe dirigente verso il tema. Ciò è aggravato da una distratta selezione dei candidati sostituita dalla convenienza di chi garantisce un pacchetto di voti più consistente rispetto a un altro e questa mentalità non ci porta da nessuna parte. Tutte le fazioni politiche dovrebbero comprendere che l’unico modo per combattere le mafie e per dare un segnale chiaro è, appunto, contrastare tale andazzo clientelare che tiene conto non del pedigree della criminalità ma del mero interesse elettorale del partito».

Ci sono leggi che hanno sfavorito la lotta alle mafie?

«Sono assolutamente convinto che la legislazione italiana sia la migliore a livello mondiale per il contrasto alle mafie: è stata fatta con il sangue di grandi giudici quali Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino, giusto per citarne alcuni. Magari altri Paesi europei avessero un’attenzione legislativa sul tema come quella che abbiamo noi. Detto questo, è chiaro che ogni possibilità viene letta come un segnale. Si pensi al codice degli appalti (di cui qualche mese fa si prospettava la sospensione, ndr), che ha portato Cantone a dimettersi dalla presidenza dell’ANAC polemizzando con lo scorso governo, mi inquieta molto. Ogni nuova iniziativa normativa del legislatore deve mostrare considerazione al fenomeno del contrasto alla criminalità organizzata, che continua a essere il vero problema del nostro Paese».

Crede che si possano sconfiggere le mafie?

«Se non ci credessi, non avrei fatto e non farei tutto quello che ho fatto. Credo profondamente che la vita dell’Italia possa migliorare unicamente quando sconfiggeremo le mafie. Ci credo, ci spero con forza e penso che con un po’ meno indifferenza ed egoismo e con un po’ più di squadra si possa arrivare a questo obiettivo, ma dobbiamo volerlo realmente. Ecco, spesso noto che noi – inteso come Stato – non lavoriamo realmente per la sconfitta delle mafie».

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?

«Non ho fatto nulla di particolare, ho fatto semplicemente il giornalista. Ho scritto, ho raccontato una realtà e continuo a farlo. Ho sicuramente perso un pizzico della mia libertà, però, ne ho tutelata un’altra che per me è la più importante».

Dal 2014 vive sotto scorta. Cos’è per Lei la libertà?

«Ho certamente perso la libertà fisica di andare a mare o di andare a cenare con gli amici all’improvviso. Ma per me la libertà è quella di parola, di pensiero e di fare semplicemente il mio dovere, che è quello di inseguire un sogno. Non so se lo realizzerò mai pienamente. So, però, che la cosa più bella non è la realizzazione finale del sogno ma è il lottare affinché esso si possa concretizzare».

Si sente un uomo libero?

«Sì, mi sento un uomo libero».

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