Attualità

O si fa l’Europa o si muore

Tra imbarcazioni ONG bloccate in mare aperto e ingressi nei porti negati anche a navi militari, al punto tale da spingere la portata delle decisioni assunte quasi al limite dello scontro diplomatico con i partner europei, non si spengono i riflettori sull’accordo di programma per la gestione dei flussi migratori sottoscritto dai 28 dell’area Schengen lo scorso 28 giugno a Bruxelles, occasione in cui tutti i Paesi coinvolti hanno placidamente messo nero su bianco la propria disponibilità a realizzare, su base puramente volontaria, degli hot-spot per l’accoglienza dei migranti sui relativi territori nazionali. Nessuno, però, probabilmente per un mero calcolo di opportunità politica, si è spinto a dichiarare con trasparenza quale sia stato il vero obiettivo raggiunto a fronte di tale apertura. Il nocciolo della questione, infatti, è legato al rifinanziamento del fondo per il Nord Africa. Di fatto, un trasferimento di mezzi, ma soprattutto finanziario di stampo neocoloniale emesso a beneficio di tutti quegli Stati, Libia inclusa, che saranno controllati in quanto pagati dall’UE, cioè da noi, per trattenere il “problema” in casa loro.

È così, dunque, che si è provato a mettere un tappo sulla bocca delle opinioni pubbliche degli Stati di primo approdo ed è sempre così che si è pensato di tener buone anche quelle dei Paesi del gruppo di Visegrád, di modo tale che Macron possa continuare a dire che in Francia non accoglieranno mai nessuno poiché, si sa, all’ombra della Torre Eiffel i migranti sono qualcuno solo a patto di poterli continuare a sfruttare a casa loro, mentre la Germania conserverà intatto il suo mercato interno privilegiato, cioè l’Italia.

Un equilibrio perfetto che si regge su logiche di morte e di ricatto, che “giovano” al Bel Paese per il semplice fatto di non avere più un Presidente del Consiglio a sua volta ricattabile in politica per effetto dei suoi interessi privati in economia. Non di meno, inoltre, conta l’esserci liberati di tutta una serie di claque governative costituite da servi post-ideologici che troppo spesso, nel recente passato, hanno confuso gli interessi dell’Europa con quelli dell’Italia, facendoci diventare, in buona sostanza, una sorta di protettorato franco-prussiano, e che per tale ragione mai e poi mai avrebbero potuto sbattere i cosiddetti pugni sul tavolo. Ciò nonostante, quel che non si può dire continua a essere vigliaccamente taciuto: è il Vecchio Continente, infatti, ad aver bisogno dell’Africa per continuare a nutrire i suoi giochi di potere interni e non viceversa. Quando gli africani capiranno questo, loro saranno il centro del mondo e noi una massa di disperati costretti a imbarcarci per non essere trucidati da una guerra o vinti dalla fame.

Intanto, Matteo Salvini ha avuto tutto il tempo e il modo di fare la sua comparsa sul pratone di Pontida, dove domenica 1 luglio ha messianicamente riunito l’Italia sotto l’effige di ciò che fino a ieri la negava, la Lega, ovvero un partito razzista, secessionista e offensivo per il solo fatto di esistere nei confronti di un Paese mai nato, a cui viene imposto lo sforzo di ospitare frotte di “nuovi italiani” senza neanche aver ancora fatto i vecchi.

Cinque milioni di euro è la somma che il Vicepremier ha dichiarato di voler sottrarre al business dell’accoglienza e in più, con l’aiuto di un rosario realizzato da parte di una donna nigeriana, ha promesso di sconfiggere mafia, camorra e ‘ndrangheta, strumentalizzando l’operato di personalità come Chinnici, Falcone e Borsellino, e minacciando di voler togliere la scorta a chi la criminalità organizzata la combatte “a parole”, dimenticando che le parole veicolano le idee attraverso cui si costruisce il genius populi, ovvero l’anima di un popolo a cui la sinistra ha sempre e solo dato torto e che, quindi, oggi, per far sentire le sue inascoltate ragioni, si rivolge paradossalmente a chi in tempi non recenti, ma neanche lontani – per l’esattezza nel 2009 – aveva tra i suoi amministratori locali un Sindaco della bergamasca che ebbe il coraggio squallido di sostituire il nome di Peppino Impastato – a cui era stata intitolata la biblioteca comunale del paese di Ponteranica (BG) – con quello di un parroco locale, Giancarlo Baggi, sicuramente degno di ogni menzione e dedica, legato però a fatti riferiti a una dimensione locale che venivano meschinamente cavalcati per perseguire l’obiettivo più ampio legato al tentativo di portare avanti una sistematica opera di distruzione della memoria collettiva. È dunque questo lo spirito con cui si intende distruggere il giro d’affari legato alla gestione dei centri di permanenza e relativo indotto malavitoso?

La ricetta è, allora, ancora una volta, aiutiamoli a casa loro, in un Paese in cui la gente ritrova sempre più a destra la difesa di tutti quei diritti sociali come ammortizzatori (reddito di cittadinanza), salario minimo garantito, occupazione a tempo indeterminato o giusta età ed equo riconoscimento pensionistico. Insomma, in poche parole, quel Decreto dignità che la sinistra ha saputo renzianamente annegare nel calderone del Jobs Act, nonché dei diritti civili i quali, per quanto non sottraggano nulla a chi non ne beneficia e aggiungano molto a chi è legittimato a goderne, pur garantendo progresso spirituale e morale, non incrementano quello di tipo materiale e, si sa, quando a venir meno sono i bisogni primari, quelli secondari sono percepiti come puri e ingiustificabili privilegi.

Il punto è che finché la sinistra non tornerà a prendere qualche caffè con la gente davanti al bancone di un bar continuando a preferire i salotti alle piazze, il pratone di Pontida non potrà che diventare sempre più ristretto e amaro, come una ciofeca salata, allorché ci chiederemo, a fronte di un totalitarismo non più minacciato o latente, ma disgraziatamente conclamato, se avevano ragione gli economisti neoclassici a parlare di mobilità dei fattori produttivi o se, invece, non avessero poi tutti i torti i neo keinesiani nel parlare in termini ben più chiari di emigrazione e dei problemi che questa crea ai Paesi d’approdo, ma ancor più a quelli di partenza, dato lo svuotamento patologico che viene a generarsi in termini di perdita di energie, creatività, vitalità, forza lavoro, mercato, in altre parole desertificazione e annichilimento sociale.

Dunque basta, con o senza maglietta rossa, è giunto il momento di guarire dalla sindrome di Stoccolma che ci attanaglia, guardiamo in faccia il carnefice che è dentro di noi e ribelliamoci a quello che è fuori di noi, poiché solo così scongiureremo il rischio di continuare a essere pervasivamente condotti attraverso i deplorevoli percorsi di una “vomitevole”, nonché fratricida, autodistruzione di massa.

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