Il Fatto

“Io non ti appartengo”: storie di muri, confini, interessi e intolleranza

Un mondo unito, libero, senza frontiere, una Terra in cui tutti gli esseri viventi che la abitano sono cittadini di un unico grande Stato, protetti da un solo cielo, rimarrà un bel sogno di qualche rivoluzionario uomo di pace del Novecento o un orecchiabile ritornello di una delle canzoni più belle di John Lennon o Bob Marley.

La realtà, purtroppo, è un’altra, ed è tremendamente triste. Il mondo è in preda a una frenesia scissionista, i muri abbattuti solo trent’anni fa oggi si costruiscono più alti, i confini non sono più porte aperte verso l’integrazione e il futuro, ma territori di guerra silenziosa, cimiteri di speranze, mentre le piccole identità presenti su suoli nazionali più vasti rivendicano l’indipendenza.

Sembra ormai ridondante sottolineare le politiche pericolosamente nazionaliste messe in atto dal nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, eppure, se la più grande democrazia del mondo – come gli americani amano ipocritamente definirla – propone una messa al bando di alcune culture e nazionalità in maniera così cieca, forse d’informazione non se n’è fatta abbastanza o la stessa è stata troppo inquinata dalle propagande razziste di gruppi che, anche in Italia, strizzano l’occhio alle destre estreme, quei contenitori di odio che hanno portato alle persecuzioni che ancora oggi facciamo finta di commemorare per pulirci la coscienza.

E se l’America propone di alzare un muro al confine con il Messico, i valichi europei ai lati della Francia, come Ventimiglia, fanno, forse, pure peggio, e costringono migliaia di disperati a combattere per la propria vita, non risparmiando donne e minori – la parte più danneggiata – in un’inaccettabile vera e propria violazione dei diritti umani che classifica il comune ligure come la “Lampedusa del Nord”. Il tutto, in un silenzio irreale, straziante, come se l’emergenza non fosse un dramma da affrontare quotidianamente ma uno sporadico episodio di intolleranza.

Se a questo, poi, si somma il desiderio di indipendenza che sempre più prende piede in paesi come l’Italia e la Francia, il quadro della delicata situazione dell’equilibrio mondiale appare in bilico come forse non accadeva dai primi decenni del secolo scorso.

Marine Le Pen, Matteo Salvini, Beppe Grillo sono solo alcuni dei nomi che spingono, sull’onda della Brexit, a rompere il patto che ha visto la nascita di un’Europa unita sia sotto il profilo sociale che, soprattutto, quello economico. Si può certo discutere sui vantaggi e gli svantaggi che la UE ha effettivamente prodotto per i singoli Stati – e l’Italia ne uscirebbe con le ossa rotte e una credibilità sepolta sotto un mucchio di briciole – ma non gettare via quanto di importante è stato fatto nella direzione di evitare nuovi fascismi, nuove dittature, nuove superpotenze a discapito dei paesi limitrofi. I populismi fioriscono e si sviluppano sull’inefficienza delle politiche interne, terreni fertili per erbacce velenose a rapida espansione.

Sembra, quindi, scontato, normale, automatico l’effetto domino che le azioni di cui sopra provocano anche nei territori più piccoli. Il caso principale, quello che fa più rumore, è certamente quello della Scozia, che ha già annunciato di aver tutta l’intenzione di voler indire un nuovo referendum al fine di rivendicare, e finalmente ottenere, l’indipendenza dal regno di Sua Maestà la regina di Inghilterra. Segue la Spagna, con la Catalogna in gran fermento, che dimentica però gli scontri che si susseguono da ormai cinquecento anni nelle zone tra Ceuta e Melilla, nel territorio del Marocco. Lo Stato africano ne recrimina l’appartenenza, quello ispanico, vista la posizione strategica sul Mediterraneo delle due cittadine, non vuol sentirne parlare. La popolazione locale si divide tra rappresentanti della nazione iberica e quelli del continente nero. Le barriere in ferro, che demarcano i confini dei due paesi, non riescono ad arginare i continui tentativi d’invasione provenienti dalla parte ovviamente più debole, quella marocchina. Anche in questo caso non vi è una vera e propria unità d’intenti di chi abita quelle zone, difficile, pertanto, prevedere l’esito della disputa.

I confini, così sottili, e così spessi, così invisibili eppure così netti. Linee di polvere che anziché cancellare con un gesto rapido della mano di un bambino, per abbracciarci tutti, gli uni e gli altri, in uno scambio di ricchezza che è la nostra diversità, marchiamo col cemento, dando una mano a chi le proprie neanche se le sporca di calce. A tenerci fuori dal mondo siamo già bravi abbastanza da soli. E la storia riempie solo pagine, ma non insegna.

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