Stato
Il Fatto

Non è Stato fatta giustizia

Dodici anni non sono abbastanza, dodici anni non sono niente. Ma dieci, di attesa e calunnie, erano già troppi. La Corte d’Assise ha condannato gli agenti che pestarono Stefano Cucchi. Ora, anche ufficialmente, i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro sono gli assassini del geometra romano, su di loro pende l’accusa di omicidio preterintenzionale.

La sentenza è soltanto di primo grado, ma già oggi rappresenta una tappa importante nella scalata infinita di uno Stato che mira a definirsi di diritto. Finalmente, la battaglia di Ilaria e dei suoi straordinari genitori, Rita e Giovanni, è valsa la pena. Ed è valsa la pena per Stefano, che forse potrà riposare in pace, e per tutti quelli che, come lui, prima e dopo di lui, sono stati trattati quali ultimi tra gli ultimi, quale carne da macello. La paura che non basti, però, ancora non fa dormire la notte.

La storia d’Italia degli ultimi centosessant’anni ha cozzato spesso con la parola giustizia. Una parola che è parsa svuotarsi, con preoccupante costanza, al susseguirsi di sentenze discusse e discutibili, di condanne parse tali più per le vittime che per i carnefici, all’accendersi di un dibattito pubblico avvelenato dalla politica come dall’informazione, ambedue in fin troppe occasioni mosse dalla sete di un titolo in prima pagina piuttosto che dalla ricerca o garanzia di verità. Anche per questo, il caso Cucchi resta tra i più emblematici della cronaca moderna, capace come pochi di scuotere un intero Paese, di imprimersi nella memoria collettiva di chi lo abita, di segnare uno spartiacque che tanti volti tumefatti, tanti corpi massacrati, tante vite spezzate – purtroppo – non sono riusciti a rappresentare, pur nella stessa drammaticità, pur nella stessa brutalità gratuita.

La vicenda del trentenne romano, infatti, ha saputo fare un rumore diverso, complice la forza di una promessa dapprima sussurrata al freddo marmo di un obitorio, poi urlata in una foto violenta: Stefano ti giuro che non finisce qua. E là, infatti, non è finita, arrivando dopo dieci anni a un momento cruciale, a una verità già chiara, già evidente, già vergognosa per troppi e falsa per pochi, alla pronuncia di una parola che, sola, può forse prendere per mano il dolore e accompagnarlo in un angolino di cuore, quel tanto che basta a sopravvivere: colpevoli. A Rita, malata d’amore e di salute, sembrava necessaria. A Giovanni, che spera in un finale diverso per quel film che riguarda tutte le sere, pure. A Ilaria, offesa, denigrata e svilita, serviva per dare forma a tutto questo dannarsi. A Stefano per non soffrire più.

La sentenza, ha scritto Amnesty International Italia, è di grande importanza. Non solo restituisce dignità a Stefano Cucchi che per anni, insieme alla sua famiglia, è sembrato essere imputato della sua stessa morte. Soprattutto, conferma che Stefano ha subito gravissime violazioni dei diritti umani delle quali oggi, dopo dieci anni, si certificano sul piano giudiziario precise responsabilità. Resterà poi da capire, e non sarà cosa di poco conto, come e perché il muro dell’impunità abbia potuto reggere così a lungo.

La lotta di una famiglia si è fatta nel tempo lotta di singoli, di associazioni, di comitati, di uomini e donne che hanno sentito quei lividi sulla loro pelle, sulla pelle dei loro fratelli, tutti turbati da tanta violenza, da tanta omertà, da tanto cinismo – soprattutto politico – che ha tentato di nascondere un abuso evidente sin dalle prime ricostruzioni. Un’indignazione – come ha ben scritto Susanna Marietti, coordinatrice dell’Associazione Antigone – non più settoriale ma di massa. E l’indignazione di massa è la forma più alta di controllo sociale e di tutela dei più deboli. Per questo – e solo per questo – si è arrivati allo scorso 14 novembre, alla condanna nei confronti dei due carabinieri. Per questo – e solo per questo – si è giunti all’omicidio preterintenzionale. Una fattispecie di delitto della quale in passato si era parlato troppo poco.

Basti pensare a un altro volto e a un altro pestaggio, a un dolore di cui si è discusso ma mai abbastanza: l’assassinio di Federico Aldrovandi, il 18enne di Ferrara massacrato il 25 settembre 2005 dagli agenti della Polizia di Stato Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Paolo Forlani. Le schegge impazzite, come definite dal Procuratore Generale in Cassazione, non hanno mai veramente scontato la loro pena, tre anni e sei mesi di reclusione, diventati nei fatti appena sei mesi di sospensione dal servizio grazie all’indulto. Oggi, nonostante una condanna per eccesso colposo per uso legittimo delle armi, nonostante i manganelli tornati rotti in questura e un cuore spezzato, sono rientrati in servizio. Federico, invece, è un ritratto che non invecchia, per Lino e Patrizia, i suoi genitori, un ergastolo senza appello. Fino alla fine dei loro giorni.

Altrettanto dolorosa è, poi, la vicenda di Riccardo Magherini, 39 anni, deceduto, come Stefano e Federico, dopo un fermo delle forze dell’ordine. Le ecchimosi sul volto e sul corpo somigliano a quelle degli altri, stessa geografia di un destino segnato non dallo Stato di diritto, ma dal diritto che uno Stato, un certo tipo di Stato, pensa di avere. Per Riccardo, come per Federico, si è parlato di omicidio colposo. Per Riccardo, come per Federico, le divise imputate non hanno scontato alcuna pena, dapprima condannate a sette mesi di reclusione poi scagionate perché non potevano prevedere la scomparsa dell’ex calciatore nonostante quell’atto violento non giustificato: tredici minuti di pressione sul torace, di calci, di urla disperate. Sto morendo. Aiuto. C’ho un figliolo. Toccherà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, adesso, mettere la parola fine a questa storia.

Una parola che per Giuseppe Uva, l’operaio arrestato nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008, probabilmente non vedrà mai l’alba. Processati per omicidio preterintenzionale, infatti, i sei carabinieri e i due poliziotti imputati sono stati assolti appena pochi mesi fa perché il fatto non sussiste. Anche stavolta, però, è probabile che il processo continui a Strasburgo, dopo un iter giudiziario tortuoso che ha addirittura significato un’azione disciplinare nei  confronti del giudice incaricato per non aver indagato a dovere su una vicenda che resta tutt’oggi avvolta nel segreto di un luogo proprio dello Stato, uno di quelli che non sa proteggere. Perché se l’eventuale pestaggio di Uva non regge e Giuseppe è morto per altre cause, quali una vecchia patologia cardiaca, lo stress originato dal fermo e lo stato di ebbrezza, l’unico fatto che sussiste è che la sua scomparsa è avvenuta dopo un incontro con le forze dell’ordine, il suo corpo era – a detta della sorella – irriconoscibile, il processo lungo e ambiguo.

Alla luce di queste riflessioni, dunque, il caso Cucchi si conferma un faro nell’oscura giustizia italiana che, con difficoltà, analizza e valuta ciò che accade nelle questure o nelle piazze manifestanti, inibita dinanzi a una divisa violentata con una certa frequenza. La Costituzione non è andata al di là delle garitte delle caserme, sostiene Corrado Stajano, giornalista e politico che ha dedicato anche un libro-inchiesta a Franco Serantini, il ventenne massacrato e deceduto in piazza a Pisa tre anni dopo Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico precipitato dalla Questura di Milano all’indomani della strage di Piazza Fontana. Storie, anche queste, ancora mai chiarite, guardate con sospetto dalla politica come dall’opinione pubblica, entrambe subordinate a quel processo secondo il quale chi soccombe deve per forza essere colpevole perché, come ha scritto Roberto Saviano, la vittima, una volta morta, deve diventare qualcos’altro per evitare che il nostro sistema di “valori” vada in frantumi. Un sistema che vede l’ex Ministro dell’Interno politicizzare le forze dell’ordine e proporre l’abolizione del reato di tortura affinché la polizia sia libera di lavorare. Un messaggio, il suo, che attenta alla democrazia e ai diritti umani a tutela di un uso arbitrario della violenza psicofisica che chi simboleggia lo Stato talvolta crede di poter esercitare.

D’altro canto, è difficile per un Paese che sostiene la legittima difesa comprendere a pieno il valore di una divisa e dei suoi rappresentanti, soprattutto averne fiducia. Qualcuno ha sostenuto che l’ufficiale ammissione di massacro ai danni di Cucchi possa significare, finalmente, vicinanza tra i cittadini e le istituzioni. Lo sentenza, però, non cancella i dieci anni precedenti, tantomeno i giorni successivi, ancora, nonostante tutto, segnati da una brutalità inaudita nei confronti di una famiglia che si è fatta giustizia da sé, che ha lottato per Stefano e per tutti noi, trasformando il proprio dolore in un grido di verità, in indignazione di massa. Un’indignazione che, tuttavia, ha aspettato la tragedia. Come sempre in Italia.

Ecco che, allora, parafrasando le parole di Lino Aldrovandi, una cosa è certa: Federico, Stefano, Giuseppe, Riccardo non morirono di malore, ma di ben altro. Furono uccisi senza una ragione. Anche se di ragioni per uccidere non potranno mai essercene. È stato morto un ragazzo, poi un altro, e un altro ancora… Sulla mia pelle. Sulla pelle di tutti. Nessuna giustizia, non se a cambiare non è proprio quel sistema di “valori”.

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