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Non c’è bellezza senza giustizia: la realtà antica e contraddittoria di “Borgo Vecchio”

Sabato 7 aprile la Scugnizzeria di Scampia ha accolto l’evento organizzato dall’Associazione Culturale L’Anguilla e da Mar dei Sargassi dedicato al giornalista e scrittore palermitano Giosuè Calaciura per la presentazione di Borgo Vecchio, il suo ultimo romanzo edito da Sellerio.

L’opera, classificatasi prima al Premio Letterario Nazionale Paolo Volponi nel 2017, seppur scritta in terza persona, trasmette ai lettori una forte influenza del narratore. Si evince tra le righe quanto i luoghi descritti minuziosamente nel racconto appartengano allo scrittore che vi ha vissuto per anni.

Le storie descritte da Calaciura sono dettagliate in ogni sfumatura, sono tanto inventate quanto realistiche, sono racconti dal tocco fantastico pur contenendo, al contempo, elementi veritieri. In Borgo Vecchio, infatti, a fare da sfondo sono le esperienze di vita dell’autore, i luoghi dell’infanzia, i quartieri della sua terra d’origine, mentre tra i protagonisti prendono parola anche gli animali. Come spiegato dallo scrittore, attraverso la favola è più semplice raccontare ciò che sembra indicibile. Con gli animali, dunque, ci si discosta dalle impurità, dalla corruzione, dalle illusioni e dalle falsità create tipicamente dagli uomini. Nello specifico, nel romanzo è la figura del cavallo a incarnare con naturalezza e purezza i valori autentici, ormai perduti, del quartiere degradato palermitano.

Durante l’intervista, coordinata dal Direttore della nostra rivista, Alessandro Campaiola, e dal Presidente del sodalizio, Flavia Fedele, l’autore ha dichiarato, difatti, che questa fusione tra realtà e fantasia rappresenta un escamotage voluto e necessario per accattivare il lettore che spesso risulta restio ed estraneo alle problematiche sociali e alle dinamiche della periferia.

A tal proposito, la letteratura, la cui funzione sociale principale è quella di informare e arricchire chi legge con nozioni e insegnamenti, ha delle carenze evidenti. Talvolta, infatti, si rivolge esclusivamente a una ristretta cerchia d’élite e questo comporta la creazione di un distacco con gran parte dei lettori. La penna di Calaciura, tuttavia, è cruda e delicata al contempo, accarezza sfidando ogni barriera, arriva forte, piena del suo messaggio.

Chi scrive è, come ha affermato il siciliano, un artigiano del linguaggio che deve inseguire un mondo, impacciato, che balbetta e non trova le parole per raccontarsi. La chiave, dunque, deve essere la narrazione pura e semplice, che seppur cruda, descrive la realtà effettiva con i suoi vizi e le sue virtù.

Come Verga, che ne Il ciclo dei Vinti ebbe l’intuizione di descrivere e raccontare dei problemi e delle condizioni di vita delle classi più umili, che rappresentano la grande maggioranza della popolazione, così, a distanza di centoventi anni, Calaciura ha sostenuto che le esigenze non sono cambiate e che la letteratura deve avvicinarsi a situazioni concrete, a storie di vita quotidiana. Ma cos’è che affligge la fetta più consistente della società, quindi gli strati più umili? Cosa rovina questi quartieri e crea degrado, povertà e disperazione?

È la mancanza di giustizia la causa dell’inarrestabile deterioramento a cui sono soggetti molti quartieri malfamati, dove le leggi della strada la fanno da padrone, dove non esistono regole né si osserva il cosiddetto buon costume, dove si danneggia l’intera comunità per fare del bene a sé stessi, dove l’interesse personale arriva a prevalere anche sugli affetti familiari e sul rispetto del prossimo.

Questi luoghi, come ha fatto notare lo scrittore, devono essere raccontati, descritti, analizzati affinché non vengano trascurati, abbandonati e dimenticati. La gente che vive in quartieri degradati andrebbe educata, seguita e indirizzata verso una progressiva evoluzione e non ignorata ed emarginata. La cultura, intesa come buon governo, gentilezza, bon ton, è capire dove ci sono le urgenze, è agire per ridare speranza, è comprendere che il cambiamento è non solo possibile, ma necessario.

Bisogna tutelare chi quotidianamente è vittima impotente di queste dinamiche, chi vorrebbe evadere ma è segregato e costretto a vivere la vita faticosa e ostile di quartieri, pericolosi e allo sbaraglio, in cui il governo non agisce in via diretta, dove i reati restano impuniti e la giustizia risulta assente. Perché, lo ha ribadito con convinzione Giosuè Calaciura prima di lasciarsi andare ai saluti e alle dediche, regalando a noi giovani colleghi che tentiamo di seguirne le orme, il titolo adatto a sintetizzare quello che è stato un pomeriggio di scambio, di valori, di cultura, di bella letteratura, non ci può essere bellezza senza giustizia. In Borgo Vecchio, allora, tutto è contraddittorio, la bellezza è nascosta, offuscata dal presente, in attesa di riemergere nella speranza di un futuro migliore.

*Foto di Ferdinando Kaiser©

Non c’è bellezza senza giustizia: la realtà antica e contraddittoria di “Borgo Vecchio”
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