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“Movember”: andare in meta (con i baffi) per una buona causa

Novembre non è un mese qualunque per chi gioca a rugby. Ogni rugbista lo sa: quello praticato è ben più che un semplice sport e colui (o colei) che lo ama non è solo la persona che scende in campo per cimentarsi in una lotta dichiarata innanzitutto a se stessa. Rugbisti sono anche tutti coloro che ruotano intorno e lavorano dentro al movimento rugbistico, operando per promuoverne lo spirito con l’obiettivo di divulgarlo il più possibile, andando nella direzione di una progressiva costruzione e crescita del movimento stesso.

Il rugby è un pluriverso-mondo di metafore che riguardano i valori più alti della vita, uno sport che si gioca in campo e si vive fuori.

Questa è la ragione per cui a novembre capiterà di andar per strada e notare magari alcune delle persone abitualmente conosciute portare i baffi inaspettatamente incolti, a fronte di barbe perfettamente rasate o comunque corte.

Movember – dall’inglese moustache (baffi) e da November – è un evento annuale che si svolge, appunto, nel corso dell’undicesimo mese dell’anno, durante il quale gli uomini che vi partecipano si fanno crescere i baffi per raccogliere fondi e diffondere consapevolezza sul carcinoma della prostata e su altre patologie maschili. La “novità” sul viso serve, dunque, per attirare l’attenzione nei confronti di chi, mosso da eventuale curiosità, sarà portato a chiedere: Come mai quei baffi? E la risposta non potrà che essere: Ovvio, siamo a Movember!

Siamo, quindi, di fronte a un atto di solidarietà che passa attraverso l’operato della Movember Foundation la quale, a partire dal 2004, anno della sua costituzione e nascita, come avviene sempre nel mondo della palla ovale, esplicita la sua missione ponendola in chiave goliardica.

Si tratta in sostanza di un gigantesco “terzo tempo” lungo un mese intero, vissuto in condivisione con chi ha bisogno di pensare ad altro in un determinato frangente della propria vita e che, grazie allo sport, può immaginare di poter concretamente continuare a guardare e andare oltre, forte di uno dei principi su cui si fonda lo stesso gioco del rugby, il “sostegno”. Sostegno dato a chi sta portando avanti una palla difficile e ha bisogno di aiuto per arrivare a schiacciarla in meta.

Movember, inoltre, è anche Martin Castro Giovanni che dice: Ho amato il rugby più della mia vita. Nella mia carriera ho avuto molti problemi fisici, ma ho giocato anche infortunato. Una volta, con un menisco fuori uso, entrai negli spogliatoi a gara finita e svenni per il dolore. […] Poi nel 2015, sono in ritiro con la Nazionale in Inghilterra per preparare il Mondiale. Mi fa male la schiena ma voglio giocare, non mi sono mai allenato così tanto, ci tengo, è la mia quarta coppa del mondo, un traguardo importante. Mi dicono che ho il nervo sciatico infiammato, un bel punturone di antidolorifico e vado in campo. Gioco malissimo, arrivo sempre in ritardo, vengo criticato e mi sento vecchio come mai mi è capitato. Chiedo allo staff sanitario di vederci chiaro. […] Mi fanno leggere il referto e scopro di avere un neurinoma al plesso lombare, un tumore per il quale gli inglesi mi danno sei mesi di vita. Non crollo, in fondo penso che finché parli, giochi, ti svegli la mattina, puoi lottare. Vengo di corsa alla clinica Humanitas a Milano e lì mi dicono che è raro che quel tumore sia maligno, però l’operazione sarà rischiosa perché potrei perdere l’uso della gamba. Mi operano, muovo la gamba. Un mese dopo sono di nuovo in campo. Poi vado a Cardiff con la Nazionale, durante l’inno piangevo come un bambino. […] Oggi vedo ragazzi che al primo risentimento si danno malati per una settimana. Io giocavo anche con il sangue che mi usciva dagli occhi.

Non ci resta, dunque, che lasciare che i giovani giochino il più possibile a rugby, affinché imparino qual è la differenza che c’è tra il prezzo e il valore, laddove il primo si dà alle cose e il secondo è proprio degli uomini che, dopo aver preso anche tante botte, hanno comunque la voglia di rialzarsi sapendo che saranno sempre aiutati dai propri simili per continuare ad avanzare, trasportando con sé un carico prezioso come quello costituito da una palla ovale la quale, nel momento dell’agone sportivo, altro non rappresenta che una vita da vivere fino in fondo, fino all’ultima linea, che in questo sport giocato in campo e vissuto fuori si chiama meta.

Certo, a ognuno la propria, aiutandoci però reciprocamente a raggiungerla assieme, dunque: here we go e… buon Movember a tutti!

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