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Morti sul lavoro: l’INAIL lancia l’allarme, chi risponde?

Li chiamano incidenti sul lavoro e, invece, sono dei veri e propri omicidi. Di Stato, si intende. Quest’anno, soltanto nei primi otto mesi, se ne sono registrati circa 713, il 4.5% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Un numero mostruoso. A lanciare l’allarme, stavolta, è l’INAIL, il quale nel suo ultimo rapporto ci informa anche di un picco relativo al mese di agosto che, all’ombra di un sole cocente, ha visto morire 92 persone contro le 51 di dodici mesi prima. Quasi il doppio.

A contribuire all’esito negativo, spiega l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, purtroppo, sono state anche le tragedie che hanno caratterizzato l’estate italiana: il crollo del Ponte Morandi di Genova e i decessi dei braccianti in Puglia. Stragi evitabili, come spesso le si definisce quando si parla di morti bianche e non solo avvenute lungo lo Stivale. In quei giorni, infatti, le vittime di incidenti plurimi – ovvero quelli che causano la dipartita di due o più lavoratori contemporaneamente – hanno raggiunto quota 34, tante quante se ne erano contate dal gennaio al giugno 2017. Negli otto mesi complessivi, invece, sempre nel 2018, gli operai che non hanno fatto rientro a casa sono stati 60, per un totale di 15 incidenti, a differenza degli 11 dello scorso anno, con un incremento sia dei casi avvenuti nelle ore di lavoro, che sono passati da 491 a 498 (1.4% in più), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 12.6% (da 191 a 215). Abbastanza per non alzare la voce, troppi per non fermare la macchina del progresso e scendere in piazza. Decreto Salvini permettendo, ovviamente.

I disastri di quest’estate, inoltre, si riverberano sull’analisi territoriale degli infortuni mortali, che sono aumentati di 32 episodi nel Nord Ovest (da 163 a 195), di 11 al Sud (da 140 a 151) e di 3 nel Nord Est (da 179 a 182). Sono diminuiti, invece, al Centro (da 138 a 129) e nelle Isole (da 62 a 56). Anche a livello regionale la situazione è mutata: spiccano i 20 casi in più del Veneto (da 62 a 82) e i 15 della Lombardia (da 82 a 97). Cali significativi, al contrario, si sono registrati nelle Marche (da 28 a 12) e in Abruzzo (da 32 a 18). In particolare, ad aver perso la vita sono stati soprattutto uomini, con 28 decessi in più denunciati (da 615 a 643), mentre per la componente femminile le scomparse in aumento sono state 3 (da 67 a 70). L’incremento ha interessato sia i lavoratori italiani (da 574 a 589), sia i lavoratori extracomunitari (da 74 a 88) e comunitari (da 34 a 36), con una morte su due che ha coinvolto persone tra i 50 e i 64 anni (da 289 a 334 casi). Ad aumentare, infine, anche le vittime under 34 (da 113 a 132) e gli over 65 (da 49 a 52). In calo, invece, le morti dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 231 a 195).

Tagli, schiavismo e caporalato sono solo alcuni dei motivi per i quali l’Italia è diventato ormai il Paese del precariato, non soltanto dal punto di vista contrattuale. La certezza di nessun controllo, così come la certezza della non pena, poi, fanno il resto, con i datori di lavoro, più comunemente percepiti quali padroni, che poco o nulla si concentrano sul rispetto delle norme di sicurezza a tutela dei propri dipendenti. Un giorno di servizio, quindi, per molti si trasforma nell’ultimo di una vita fatta di sacrifici e soprusi, di diritti negati, di un piatto in tavola da assicurare ai bambini la sera a qualsiasi costo, fosse anche il proprio sangue. Umiliazioni e sfruttamento mietono vittime, una dopo l’altra, senza pietà alcuna: perché un morto si sostituisce senza remore, perché un altro morto, di fame stavolta, lo si trova piuttosto facilmente. E questo il capitalismo lo sa, ci ha costruito su tutta la sua storia, è l’essenza della sua ragion d’essere, linfa vitale per non sgretolarsi su se stesso. Ma non basta.

Analizzando ancora i dati dell’INAIL, si evidenzia che gli episodi mortali nel settore industria e servizi hanno raggiunto i 617, per un totale di 43 famiglie in più a piangere un proprio caro. Un leggero miglioramento, invece, si è ottenuto nel settore agricoltura, con 2 decessi in meno rispetto allo scorso anno (86). Su quest’ultimo numero, tuttavia, qualche dubbio sorge spontaneo: spostando la riflessione nelle campagne, infatti, terre in cui i braccianti svolgono le proprie mansioni in condizioni ai limiti della schiavitù – la Puglia docet –, non è possibile ignorare che i contratti e/o i documenti in regola in queste aree siano perlopiù assenti, soprattutto perché a essere assunti per la semina o per i raccolti sono spesso migranti e disperati sfruttati dalla malavita nostrana. Uomini e donne che per lo Stato italiano nemmeno esistono e che, quindi, per la maggiore, muoiono nel silenzio generale di chi sa che è meglio farli sparire piuttosto che denunciarne la scomparsa. Storie senza nome che probabilmente non si conosceranno mai. Non a caso, uno dei più grandi nemici, se non il principale avversario della sicurezza degli operai, è proprio il lavoro a nero, quello non dichiarato che, quindi, nemmeno apparentemente è tenuto a preoccuparsi di garantire una qualche forma di salvaguardia della persona impiegata. Una falla enorme del nostro sistema che impedisce una stima concreta delle vittime coinvolte, al di là dei dati resi noti, e che, tuttavia, la politica non combatte ma avalla con scelte e manovre assurde, quali il Job’s Act, la pagliacciata di Garanzia Giovani e, tra qualche mese, probabilmente anche il reddito di cittadinanza che potrebbe contribuire a sottopagare il lavoratore, a non inserirlo ufficialmente nella lista degli stipendiati, a esentarlo quindi da qualsiasi controllo. Perché, si sa, da noi è tutto un do ut des, dunque tu risparmi sui contribuiti e io, che – leggasi senza il forse – non vedrò la pensione, mi prendo i soldi stanziati dalla nuova Legge di Bilancio. Sempre che arrivino.

Interessanti, a tal proposito, possono apparire la proposta di Massimo De Felice, Presidente INAIL, che in occasione della relazione annuale 2017 presentata lo scorso giugno a Montecitorio ha invitato alla definizione di uno standard pubblico per assegnare su richiesta un rating in sicurezza alle imprese, e quella del Ministro del Lavoro Luigi Di Maio che ha avanzato l’idea di introdurre nuovi strumenti e meccanismi di incentivo per chi in quella stessa sicurezza investe. Ancor più necessario, però, allo stato attuale delle cose, appare la pretesa di controlli seri e concreti, controlli che smettano di garantire immunità, che vedano finire dietro le sbarre quei padroni che sfruttano e infrangono le regole, che finalmente lascino il lavoratore libero di dire no, certo che un altro come lui non accetterà passivamente, ma pretenderà di più, diritti e rispetto. Perché il lavoro deve nobilitare, non uccidere l’uomo.

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