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“Mira corpora”, un romanzo senza confini

Mira corpora è un romanzo di formazione distorto in cui l’autore racconta l’adolescenza del giovane Jeff Jackson – suo omonimo – segnata da esperienze che ne cambieranno per sempre l’esistenza. Vicende importanti, speciali, al limite dell’immaginazione, assurde e violente, il tutto calato in un contesto quasi post-apocalittico, ma che in realtà non lo è affatto. 

Lo scrittore precede il testo con una piccola nota: Questo romanzo è basato sui diari che ho scritto crescendo. Quando li ho riscoperti, questi documenti mi hanno aiutato a confrontare i frammenti della mia infanzia e a comprendere le lacune che fanno altrettanto parte dell’insieme. A volte è stato difficile distinguere i ricordi dall’immaginazione, ma lo stesso valeva anche allora. Ho provato dall’inizio alla fine a onorare le mie fonti e i miei primi tentativi di trasformare queste esperienze in linguaggio. Mira corpora, corpi meravigliosi, racconta quindi di come quel corpo può diventare un oggetto estraneo, lontano dal proprio pensiero e dai propri sentimenti a seconda della necessità. Non a caso, infatti, il corpo sarà il tema più rilevante e allo stesso tempo più delicato di tutto il romanzo.

Sono sei i momenti decisivi che scandiscono la vita di Jeff. Quest’ultimo vive in luoghi irreali, attraversa scenari utopici, incredibilmente selvaggi, ma anche deserti urbani, dove oracoli ed esperienze simboliche sconvolgono la sua esistenza. Il ritmo quasi ossessivo del testo spinge chi legge a ricreare immagini “mostrate” con violenza attraverso parole che destabilizzano e bucano la pagina, spesso difficili da digerire, soprattutto perché il rapporto e il distacco che il ragazzo crea con il suo corpo sono allucinanti.

Il primo momento decisivo il mio anno zero, così chiamato dall’autore – è quando Jeff ha sei anni e viene portato in un bosco per cacciare dei cani randagi, poiché, essendo il più piccolo, può fare da esca legato a un albero. Gli animali, però, si dimostreranno molto più amici degli esseri umani. Il secondo momento, invece, arriva a undici anni – la mia vita in cattività –, quando il giovane scappa di casa lasciandosi alle spalle una madre alcolizzata. A dodici anni, in cambio – la mia vita tra gli alberi –, il protagonista si unisce a una tribù di ragazzi che vive in foreste distanti l’una dall’altra e dove l’attività del gruppo è fatta di spedizioni. Qui Jeff entra in contatto con il sesso e la droga e incontra un oracolo che gli predice la morte. A quattordici anni – la mia vita in città –, invece, si ritrova a vivere come un barbone in un quartiere povero infestato da baby gang e dove fa amicizia con alcuni ragazzi con i quali condivide la passione verso un cantante misteriosamente scomparso, Kin Mersey.

Lo scandire del tempo, però, raggiunge l’apice a quindici anni, la mia vita in esilio. Jeff viene catturato, proprio come se fosse un animale, da un certo Gert-Jan e portato nella sua gabbia dorata dove subisce violenze fisiche di ogni tipo e viene imbottito di droga. La sua coscienza è completamente contraffatta dagli acidi e, come scrive l’autore, ridotta a un cervello rettile che vaga verso meandri disperati. Il corpo acquisisce un linguaggio tutto nuovo, conosce qui il significato del dolore. Tutto finisce ai diciotto anni il mio anno zero ancora una volta –, quando il ragazzo viene a conoscenza della morte della madre e quando un semplice quaderno vuoto gli offre la possibilità di intraprendere le infinite strade della scrittura. La creatività, da questo momento, regna sovrana.

Comincio a sentirmi in colpa per qualcosa che è accaduto la notte scorsa. Non sono ancora sicuro di cosa sia. Ma comunque mi sento dispiaciuto a riguardo. Il cervello rettile mi dice di mettermi a sedere. Immediatamente il retro del mio collo comincia a formicolare. C’è qualcun altro nel letto. Una figura indistinta è ammucchiata sotto la trapunta decorata con barche a vela. Un piccolo piede spunta da sotto il tessuto sfilacciato. Non riesco a ricordare nulla sul suo proprietario.

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