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“Midsommar: il villaggio dei dannati”: horror alla luce del sole

Sembra quasi una citazione di Shakespeare il titolo dell’ultimo film del regista e sceneggiatore Ari Aster (lasciamo stare il sottotitolo aggiunto dalla distribuzione italiana), quella mezza estate da sogno nel quale il gioco di alcune coppie si confondeva con gli imbrogli del folletto Puck e con le trame orchestrate da Oberon e Titania, monarchi del Popolo delle Fate. Come si intuisce, la vicenda raccontata in Midsommar, sebbene infusa di toni onirici, ha maggiormente a che fare con il versante oscuro dei sogni. Qualche connessione con il cosiddetto Piccolo Popolo, presente nella famosa opera del Bardo, comunque c’è, anche se non in forma esplicita.

Il film inizia con una tragedia che colpisce duramente la vita della giovane Dani – un’intensa e bravissima Florence Pugh –, resa in modo non banale ma invece ellittico e quindi ancor più brutale. L’evento mette spietatamente a nudo, almeno per lo spettatore, l’inautenticità del suo rapporto con il fidanzato Christian, imbelle ragazzotto della middle class americana, totalmente privo di empatia e preso solo da se stesso. Vorrebbe lasciare la ragazza ma rimane con lei soltanto per un senso di colpa, svilendo la relazione in una serie di comportamenti sempre più ipocriti e, aggiungerei, irritanti. Dani, invece, nella sua vulnerabilità, non vuole vedere la realtà e si mostra fin troppo accondiscendente. Il tutto non viene certamente raccontato didascalicamente, bensì suggerito in maniera molto sottile ed efficace dalla messa in scena e dai comportamenti dei personaggi. Questo è comunque solo l’avvio della trama. 

Il clou avviene poi in Svezia dove andranno Christian e i suoi amici per realizzare una tesi in antropologia su un festival folkloristico per celebrare il solstizio d’estate, che si svolge presso la comune di Harga. Sebbene restio, Christian porterà Dani con sé, più per compassione che per amore, con il malcontento del gruppetto di amici che non la soffre. Nel villaggio svedese, apparentemente paradisiaco, in cui tolleranza, contatto con la natura e serenità sembrano farla da padroni, i giovani americani entreranno in contatto con una cultura totalmente altra rispetto alla loro, intrisa di rituali ancestrali legati a una visione arcaica del mondo nel quale gli dei sono ben presenti come forze della natura con cui venire a patti per poter condurre una vita degna. Tali culti pagani sembrerebbero di stampo druidico e infatti, nel corso dei riti, c’è un ampio utilizzo delle rune, alfabeto magico tipico delle tradizioni celtiche. In questo riconnettersi a tali tradizioni possiamo ravvisare un certo legame con il Sogno di Mezza Estate a cui si accennava, ricco appunto di creature magiche tipiche del folklore nordico. Non a caso, nella comunità svedese del film, un ruolo sociale molto importante lo gioca un ragazzo deforme, frutto deliberato di accoppiamenti endogamici, che richiama non poco i folletti dell’opera di Shakespeare.

Inoltre, la comunità non sembra tanto dissimile da certe collettività Hippy degli anni Sessanta-Settanta: totale condivisione dei beni e autonomia per quanto riguarda la produzione di alimenti tramite agricoltura e allevamento. La vita quotidiana è totalmente scandita da rituali che permeano le esistenze degli abitanti di Harga di un senso del sacro che fa sorridere i giovani protagonisti. Ovviamente le cose non sono così fantastiche come sembrano e i quattro americani se ne accorgeranno presto.

Ari Aster, dopo l’exploit di Hereditary con il quale, tramite il genere horror, analizzava la deflagrazione della famiglia media occidentale, passa al microscopio l’inautenticità, il narcisismo e la totale mancanza di empatia che purtroppo spesso caratterizza i rapporti di coppia nel nuovo millennio. Non solo, allarga il discorso anche alla collettività e alla generale carenza di supporto sociale che manca all’individuo nella società occidentale. In Midsommar lo fa ancora con le armi del genere horror, ma ribaltandone, di nuovo, totalmente i canoni. Tutto avviene alla luce del sole – anche perché in quella parte della Svezia non tramonta mai –, un sole abbacinante che illumina spietatamente le coscienze dei quattro americani che vengono messe a nudo nelle loro ipocrisie di fronte a una comunità che riesce davvero a vivere in armonia. Peccato che la cura sia peggiore del male e la discesa nell’incubo arriverà ineluttabile, ma in maniera lenta, sottile, senza utilizzo di banali Jump-Scares di cui sono conditi gli horror odierni.

La totale alterità del microcosmo con cui entrano in contatto i protagonisti di Midsommar viene suggerita visivamente da un capovolgimento letterale dell’inquadratura durante il viaggio in auto che li condurrà ad Harga, a sottolineare il ribaltamento totale di valori e visione del mondo con il quale dovranno fare i conti. La messa in scena dei rituali è precisa e ossessiva, sottolineata da inquadrature dall’alto che ne esaltano la geometria. I rapporti psicologici tra i personaggi vengono messi in risalto da composizioni visive ricche di senso. Certi dettagli della scenografia inoltre suggeriscono significati diversi dal contenuto manifesto di alcune scene apparentemente serene. La creazione del mondo della comune di Harga e del suo culto, infatti, è minuziosa e ricca di particolari, con le pareti delle capanne zeppe di simboli e dipinti che contraddicono l’atmosfera celestiale del luogo.

Il tutto procede quindi come un’inesorabile spirale verso un finale che, va detto, non è affatto imprevedibile. Chi conosce il cult-movie The wicker man (diretto nel 1973 da Robin Hardy e interpretato da Christopher Lee), capolavoro del genere folk-horror in cui Midsommar si inscrive, può ben immaginare dove Aster voglia andare a parare. Anche l’horror atipico di Hardy, ambientato su un’isola scozzese delle Ebridi, metteva in scena una comunità fuori dal mondo, dedita a culti pagani in cui il protagonista, proveniente dalla civiltà occidentale, si trovava totalmente straniato. E stranianti sono i rituali in cui vengono coinvolti i ragazzi americani che, assumendo droghe psichedeliche, accederanno a una visione del mondo più pura da un lato, ma distorta dall’altro. Tale distorsione viene resa visivamente da alcuni effetti organici davvero efficaci.

Il climax del film deflagra in momenti che ricordano certe performance di body-art, di danza coreografica o di happening emotivamente provocatori, in maniera curiosamente analoga, se vogliamo, a quanto abbiamo visto in altri film usciti quest’anno come Capri-Revolution e Suspiria. Tutta la costruzione di Midsommar è caratterizzata da una lenta progressione, costellata da alcuni shock per lo spettatore che non potrà rimanere indifferente perché la visione del mondo suggerita da Aster, nel mettere a nudo le ipocrisie dei rapporti nella nostra società, è volutamente disturbante. L’autore è molto bravo a usare gli strumenti a sua disposizione e lo fa con estrema disinvoltura, fino a sfiorare però un certo compiacimento di sé. Per queste sue caratteristiche estreme è un film che divide e non metterà d’accordo nessuno: ci sarà chi lo apprezzerà molto e chi lo rigetterà.

Dal canto nostro, possiamo dire che siamo rimasti molto affascinati dal modo in cui anche in questo lavoro Aster riesce a ridefinire i canoni del genere per trattare in realtà temi sociali molto ampi, tuttavia una certa prevedibilità della trama e una messa in scena che vira in un grottesco, chiaramente voluto, ma talmente straniante da allontanare emotivamente lo spettatore dalla vicenda, lo rende respingente. Insomma, per Midsommar, prendere o lasciare.

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