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Media e social: la normativa dell’AGCOM contro l’odio

Da secoli, i mass media sono il fulcro della comunicazione. Voce del popolo a volte, voce dell’élite altre, voce dei poteri molto spesso, sono sempre stati, come dice il nome, la via di mezzo, lo strumento tramite il quale politica e cittadini possono comunicare. Il loro ruolo è fondamentale all’interno della democrazia, garantita dalla pluralità d’informazione e dalla sempre discussa libertà d’espressione.

Reduce da anni di censure e opinioni limitate, dal Ventennio fascista alla più antica Inquisizione, l’esistenza della stampa e della libertà d’espressione resta il fragile strumento che ci divide dal temuto tracollo antidemocratico. Garantirla, a volte, costa l’insorgere di notizie false o di opinioni discutibili. Un compromesso che, però, vale la pena, perché garantisce che non esista alcuna forma di censura preventiva affinché la politica eviti il dilagare di notizie scomode. Una garanzia di cui, però, non bisogna abusare.

I media hanno tra le mani un immenso potere perché veicolano l’attenzione del pubblico e sono l’unica – per quanto immensamente plurale – fonte di informazioni indirette. Rappresentano l’unico modo, insomma, di conoscere il mondo e tutto ciò che accade oltre i confini della percezione personale diretta. Permettono di comprendere, di sapere e di informarsi e proprio per questo sono necessarie delle regolamentazioni che possano garantirne l’integrità.

Nel clima sociale attuale, che non ha investito solo l’Italia, ma tutto il globo, e con la tendenza politica generale verso una destra sempre più radicale e intollerante, dunque, il ruolo dei media diventa sempre più delicato e il rischio di pericolose generalizzazioni che si tramutano in istigazione all’odio è dietro l’angolo. È proprio in tale contesto, quindi, che l’Autorità Garante nelle Comunicazioni si è inserita con una nuova normativa. Il regolamento, approvato il 22 maggio, minaccia multe e sanzioni per media tradizionali e social che promuovono, consapevolmente e non, l’intolleranza verso specifici gruppi sociali, spesso supportati da dati statistici alterati. L’esigenza di una regolamentazione a tal proposito nasce dal contesto di stereotipi e luoghi comuni in cui naviga l’informazione, probabilmente influenzata dall’andamento politico contemporaneo.

Il connubio tra preconcetti e informazione mediata, infatti, si rivela molto pericoloso ai fini della formazione delle opinioni, spesso basate su dati e conoscenze errati. Uno stereotipo, per definizione, è una verità precostituita che influenza la percezione. In aggiunta, non potendo avere percezione di tutto, e la conseguente necessità di acquisire conoscenze tramite la mediazione dei portatori di informazione, il rischio di manipolazione diventa più imminente. Saranno duramente giudicate, infatti, anche le generalizzazioni che approfittano dei fondati episodi di cronaca per giungere a conclusioni non solo non attendibili, ma orientate all’intolleranza.

L’Autorità ha specificato che non si metterà in alcun modo in discussione la libertà d’espressione, che non ha assolutamente nulla a che fare con l’odio e l’istigazione. Incoraggia, piuttosto, a scegliere le parole giuste per descrivere le notizie e garantirà maggiori contenuti a scopo educativo e di inclusione sociale. Infatti, telegiornali e trasmissioni di intrattenimento dovranno dedicare spazio a inclusione sociale, coesione, promozione della diversità e diritti fondamentali della persona. Tutti quei temi, insomma, spesso scandalosamente trascurati, sia dai media che dalla politica.

La nuova normativa si inserisce nell’elenco dei tentativi di limitare la discriminazione e l’intolleranza che però, purtroppo, continuano a dilagare. Un mondo che cerca di ricostruirsi per il bene comune ha bisogno di un’attenzione molto maggiore nei confronti di quei diritti fondamentali, finora ignorati, che garantiscono parità, uguaglianza e la libertà di non essere visti solo attraverso la spessa e ingannevole lente dei pregiudizi.

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