Il Fatto

Mattarella certifica l’instabilità. Inciucione o nuove elezioni?

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, certifica lo stato di instabilità politica prodotto dalla peggiore legge elettorale – forse – di sempre. Lo fa attraverso un discorso successivo alle ultime consultazioni avute luogo nel corso dell’intera giornata di ieri, in cui nessuna delle forze politiche si è detta, ancora una volta, disponibile a una qualsiasi forma di dialogo con esponenti di fazioni contrarie. I nodi sono tanti, troppi, e nessun pettine è riuscito a sbrogliarli tutti.

La verità è che nessuno ha tirato indietro la gamba, nessun gruppo coinvolto ha rinunciato alla propria posizione di forza nell’interesse dei cittadini, ognuno ha pensato a massimizzare l’esito di una votazione, quella del 4 marzo scorso, che di fatto ha aperto a un ballottaggio che vedrà contrapposti Lega (più ampiamente parlando, la coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi… pardon, da Matteo Salvini) e il MoVimento 5 Stelle che ha provato ad allearsi con chiunque, ma che non è riuscito a fare pace con nessuno di tutti quelli a cui negli anni ha dedicato un vaffa da ogni pulpito disponibile.

Situazione ideale, quindi, per Salvini e Di Maio, i principi dello slogan, i populisti che della campagna elettorale hanno fatto il veicolo per la loro sopravvivenza, già pronti a darsi battaglia a suon di accuse per l’esito di questi oltre sessanta giorni di inattività totale del Parlamento che, però, garantisce comunque i suoi lauti stipendi ai rappresentanti che lo compongono.

Una nuova tornata elettorale è, quindi, alle porte, rimane soltanto da individuare una data precisa, missione tutt’altro che semplice. Già, perché se i partiti spingono per la prima domenica disponibile, ossia, a luglio, il Presidente Mattarella vorrebbe rallentare l’enfasi delle forze coinvolte e rimandare l’appuntamento con le matite della discordia alla prossima primavera, successivamente a un periodo gestito da un governo di servizio. Governo neutrale che, al contrario di quanto tenteranno di farci credere, non è così mal visto dalla coalizione di centrodestra che potrebbe beneficiare dell’appoggio dei voti di alcuni – o tutti – parlamentari del Partito Democratico, camuffando così l’inciucione che non osano rivelare. Dal ce lo chiede l’Europa renziano al ce lo chiede l’Italia (o il Presidente, fate voi!) il passo è più breve di quanto si creda, e consentirebbe agli alleati dell’ultima legislatura di votare la legge finanziaria che tanto preoccupa il Capo dello Stato, motivo per cui eviterebbe volentieri nuove elezioni in autunno.

Dem e Forza Italia – non c’erano dubbi – sembra si siano già resi disponibili a seguire le indicazioni del Colle, i primi per dimostrare una parvenza di coerenza con l’azione degli ultimi cinque anni, i secondi per recuperare un po’ di quello scarto che il Carroccio ha accumulato prendendo, di fatto, la leadership della coalizione. Berlusconi, libero anche da vincoli giuridici, è già pronto a ricostruirsi e a dare battaglia. Al contrario, Luigi Di Maio, dal quartier generale del MoVimento, ha già fatto sapere che i suoi non appoggeranno alcun tentativo tecnico, diffidando il Presidente da un Monti-bis e dando appuntamento agli elettori già in estate. Salvini pare sulla stessa lunghezza d’onda.

Come finirà? Cambia poco, e cambierà ancora meno dopo il voto. Certo, il centrodestra potrebbe coprire quello scarto di soli tre punti che gli permetterebbe di avere la maggioranza assoluta dei seggi disponibili, mentre i pentastellati necessitano di un ulteriore miracolo per azzerare la distanza da quota “quaranta” che, al 4 marzo, distava ancora sette lunghezze. Il rischio è che anche dopo le prossime elezioni la situazione possa cambiare relativamente, troppo poco per offrire stabilità a un Paese che dell’equlibrio politico ha dimenticato il significato. Comunque vada, però, resta un rammarico. Lega e 5 Stelle avrebbero,  congiunti, i voti necessari alle Camere per agire sui punti in comune dei propri programmi. Uno su tutti? L’abolizione della Legge Fornero. Nessun governo, nessuna maggioranza impedirebbe l’esito positivo della votazione. Ennesima dimostrazione che non cambia mai nulla e l’interesse sovrano resta sempre e comunque il generoso bonifico di fine mese.

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