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“Mary Shelley – Un amore immortale”: rappresentazione di una vita o di un ideale?

Dallo scorso 22 agosto, sui grandi schermi dei cinema italiani è stato possibile assistere alla proiezione di Mary Shelley – Un amore immortale, biopic sulla scrittrice inglese Mary Wollstonecraft Godwin Shelley, per l’appunto, diretta dalla regista araba Haifea Al-Monsour.

La vita della mamma di Frankenstein viene lentamente ripercorsa nella pellicola: gli attimi della sua esistenza si susseguono dal primo incontro con il poeta romantico Percy Bysshe Shelley sino alla pubblicazione della seconda edizione del suo grande capolavoro, il tutto intervallato dalla fuga amorosa, dalla sofferenza per la perdita della sua bambina e dal dolore causato dalla trascuratezza che le riserva il marito. Quando si apre, il film sembra un’insulsa storia d’amore tra due giovani che per caso portano i nomi di due dei più grandi scrittori della letteratura anglosassone, Percy e Mary. La loro forte attrazione nasce impetuosa, si manifesta in sguardi desiderosi e frasi ardenti. La passione spinge Mary, ingenua ed eterea, ad accettare il legame con un uomo sposato e con una figlia e a rinnegare il padre tanto amato, che pur avendo in passato elogiato l’amore libero di cui la coppia si fa portatrice, non accetta che ella macchi la sua reputazione e quella della famiglia, costringendola a scappare per vivere intensamente il suo sentimento. Per tutta la prima parte, quindi, Mary Shelley – Un amore immortale appare come un film che cerca di accattivare l’attenzione di un pubblico adolescente con un Percy Bysshe Shelley che più che il grande poeta romantico sembra un Edward Cullen un po’ più vivace e impetuoso.

I toni, tuttavia, cominciano a cambiare quando sullo schermo si iniziano a manifestare i primi problemi finanziari che i protagonisti devono affrontare a causa del giovane Shelley, problemi che indirettamente portano anche alla morte di Clara, figlia della coppia, spingendo Mary in uno stato di profonda depressione. Improvvisamente, dunque, la pellicola subisce un mutamento che, più che palesarsi negli scenari o in altre componenti del lungometraggio, diviene evidente grazie alla graduale metamorfosi della protagonista che da innocente e spensierata ragazza di 16 anni si trasforma in donna che esperienza il rifiuto, il dolore, ma soprattutto l’esclusione riservata alle signore nella società europea del 1800. Lo sguardo di Mary sul mondo diventa progressivamente più cupo e realista, la sofferenza si percepisce nelle sue parole, nei suoi atteggiamenti, ma soprattutto in quel testo che scrive e grazie al quale il suo nome riecheggia ancora oggi in tutto il mondo. La pellicola suggerisce, infatti, che Frankenstein; o il moderno Prometeo si sia generato proprio grazie alle brutalità che la sua ideatrice ha dovuto subire a causa del suo sesso, sostenendo quindi le teorie critiche che vedono il mostro come rappresentazione dell’universo femminile, il frutto di tutte le proibizioni subite dalle donne e della solitudine che spesso devono affrontare.

Mary Shelley – Un amore immortale da film romantico passa a essere, quindi, un film in cui la prima regista donna dell’Arabia Esaudita affronta il tema dell’emancipazione. Se si guarda in questa prospettiva, si capisce che nella pellicola la sfrontatezza di alcuni personaggi maschili, come Lord Byron, venga portata all’esagerazione fino al limite del grottesco, proprio per sottolineare come il maschilismo dilagasse nell’universo in cui Mary Shelley è stata costretta a vivere, di come l’abbia inevitabilmente influenzata e come ella abbia cercato in tutti i modi di combatterlo, seguendo l’esempio della madre, la proto-femminista Mary Wollstonecraft, fantasma che perseguita costantemente la scrittrice.

Seppure a volte melenso e non troppo brillante nella sceneggiatura, la pellicola si rivela una piacevole visione per la fotografia, le transizioni da una scena all’altra e la performance della delicata e celestiale Elle Fanning. Tuttavia, bisogna ammettere che, anche se gli anacronismi e le inesattezze storiche contribuiscono a manifestare il suo messaggio velato, la vita dell’autrice de L’ultimo uomo diventa solo un pretesto per Haifea Al-Monsour per trattare la questione femminile da lei anche esposta nel suo film d’esordio, La bicicletta verde, finendo per trascurare un po’ la vera grandezza di Mary Wollstonecreft Godwin Shelley.

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