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“Martin Eden”: Pietro Marcello restituisce Jack London al mondo di oggi

Veramente, non ho nulla contro la banalità… ma quello che mi urta i nervi è quell’aria pomposa, soddisfatta e compiaciuta, di superiorità e di sicurezza, con cui ce la propinano. – Martin Eden, Jack London

È un film d’altri tempi il Martin Eden di Pietro Marcello, autore di bellissimi esperimenti al confine tra il documentario e la narrazione come La bocca del lupo (2009) e Il passaggio della linea (2007). A cominciare dalla scelta di girare in pellicola 16 mm per ritrovare quella pasta, quella grana che sola avrebbe potuto sostenere visivamente una storia come quella del romanzo di Jack London del 1909 in cui l’autore americano poneva titanicamente l’individuo a confronto con la collettività, spremendo fuori le contraddizioni dalle grandi ideologie del Novecento. Così riesce a fare anche il film del regista casertano che, trasponendo la vicenda del marinaio californiano in una Napoli dalla cronologia imprecisata ma comunque passata, non perde l’impatto esistenziale che il testo riusciva a trasmettere con grande energia.

Martin è ignorante a causa delle sue umili origini ma è animato da vivace intelligenza e da spirito di osservazione, come si evince dalla scena-fulcro, quasi all’inizio, che racchiude la chiave di lettura dell’intera vicenda. Il protagonista, ospite della benestante famiglia Orsini – Morse nel libro –, osserva il quadro di una barchetta: da lontano sembra affascinante e rifinito egregiamente, ma da vicino il nostro si accorge di tutte le imperfezioni dell’opera e ne resta deluso. Questa scena prefigura la disperata e vana ricerca di Martin della bellezza e di ciò che è assoluto all’interno di una società irreggimentata in convenzioni sociali e in banalità che purtroppo ammorbano e annichiliscono anche coloro che, tramite la lotta di classe, cercano di abbattere le prigioni sociali che opprimono gli schiavi.

Martin è un giovane marinaio che salva da un pestaggio Arturo, figlio di una famiglia aristocratica che gli apre le porte e nella quale il giovane Eden scopre la passione per la cultura e la bellezza. Non solo, ma conoscerà anche l’amore nella figura della bella Elena – Ruth nel romanzo –, in nome della quale si convincerà a diventare un grande scrittore e così a emanciparsi, conquistando una posizione che gli permetterà di sposare la bella e algida figlia di buona famiglia. Quest’ultima, romantica e al tempo stesso calcolatrice, vincolerà la relazione sempre a un’eventuale riuscita sociale di Martin. Ovviamente, le cose non saranno così semplici e il protagonista dovrà passare anni di frustrazioni e umiliazioni prima che il suo talento possa essere riconosciuto, ma anche quando le cose prenderanno una piega positiva Martin sarà ormai talmente evoluto e pieno da non poterne godere più.

S’era troppo evoluto; troppi libri aperti li separavano. Aveva fatto un viaggio così lungo nel paese dell’intelligenza, che non riusciva più a trovare la strada del ritorno. Come i suoi compagni d’una volta non potevano comprenderlo e neppure la sua famiglia, né la borghesia, così anche quella ragazza seduta accanto a lui e che egli stimava con tutto il cuore, era incapace di comprenderlo.

Il modo in cui Marcello mette in scena la vicenda è originale e avvincente. Come si diceva, già l’utilizzo della pellicola in un formato desueto dona alla storia un sapore d’altri tempi che difficilmente si sarebbe ottenuto con il digitale, pur con tutti i filtri vintage disponibili oggi. Tuttavia, non è solo questo. Il regista contrappunta l’intera storia con materiale di repertorio che va dagli inizi del Novecento fino agli anni Settanta e che fa da controcanto tematico al racconto arricchendolo, ampliandone il respiro e i riferimenti. L’incipit del film, infatti, consiste in filmati degli anni Venti che ritraggono Errico Malatesta, padre del volontarismo etico e teorico del movimento anarchico, che, durante un comizio, bacia dolcemente un bimbo in braccio a una mamma. Nel corso della pellicola, gli insert visivi riguarderanno partenze di uomini del Sud che emigrano accompagnati dalle lacrime delle mogli, oppure volti di vecchi nella folla, bambini che ballano nei vicoli di Napoli, treni, velieri che affondano e tanto altro. Questo per dare evidentemente un’impronta a tutto il film che, nei cortocircuiti tra la vicenda di Eden e le immagini reali dal passato, esprime al meglio la complessità di una vicenda che diventa universale ed esemplare della condizione umana di fronte alla massa.

Non vorremmo essere considerati eretici nello scomodare Ėjzenštejn, ma il modo in cui Marcello riesce a far esplodere i significati con il solo utilizzo del montaggio, accostando elementi visivamente eterogenei tra loro per ottenere un senso preciso, non può non ricordare a chi scrive le teorie e la pratica del grande maestro russo sul cosiddetto montaggio delle attrazioni.

La collocazione cronologica del racconto è sfumata, non nitida, la Napoli del film potrebbe essere tranquillamente quella degli anni Cinquanta oppure degli anni Sessanta. I riferimenti visivi sono volutamente contraddittori: la TV già presente in alcune case popolari indicherebbe più gli anni Sessanta e Settanta, ma le auto sembrano tradire un’epoca precedente. Inoltre, sul finale c’è l’irrompere di un evento che sconvolge ulteriormente i parametri e che ovviamente non possiamo dire qui. Anche l’utilizzo di canzoni moderne – come per esempio Voglia ‘e turnà di Teresa De Sio – contribuisce allo smarrimento dello spettatore. Così il racconto può acquistare il tono di una fiaba, di un racconto morale – non moralistico, attenzione – che, tramite questa temporalità fluida, diviene ancor più universale.

È come se Marcello mettesse in pratica la lezione di Rossellini nel suo senso più alto: pur con il filtro di un racconto atemporale e di un reale apparentemente trasfigurato, il regista riesce a far parlare gli eventi e i personaggi direttamente alle coscienze e alle anime degli spettatori e a trasmettere la dannazione di un uomo che si evolve troppo presto rispetto alla società che lo circonda e che, nel tentativo di mostrarne le contraddizioni, perfino quando ne viene accettato – almeno per certi versi –  se ne sente comunque imprigionato irrimediabilmente. Lo stesso Marcello, secondo le sue affermazioni, non crede in una scrittura troppo forte e strutturata, tipica dei manuali di sceneggiatura americani, piuttosto il suo metodo contempla il lasciarsi sorprendere dalle improvvisazioni sul set e dagli imprevisti che accadono nel corso delle riprese. In questo, non solo prosegue sui binari inaugurati da Rossellini ma fa sua anche la lezione di Jean Renoir che parlava di una porta sul reale da tenere sempre aperta mentre si gira.

Va detto, però, che a tre quarti il film subisce una cesura molto forte nel momento in cui si passa da un Martin Eden ancora giovane e irrisolto alla sua versione più adulta e disincantata. Questo passaggio avviene in modo troppo brusco e forse avrebbe meritato qualche scena in più che giustificasse un tale trauma narrativo. Si arriva così a un Eden ben più consapevole e cinico in maniera troppo repentina e assistiamo all’improvvisa introduzione di un personaggio, l’editore, apparso un po’ dal nulla. Oppure, ancora, c’è il recupero di un amico napoletano di Martin, visto all’inizio nelle scene ambientate a Genova, che ricompare non si sa da dove come una sorta di segretario del protagonista. Qui lo spettatore potrebbe allontanarsi emotivamente dalla storia.

In ogni caso, ci pensa la magistrale interpretazione di Luca Marinelli, giustamente premiato a Venezia con la coppa Volpi, a tenere le redini emotive di un racconto che sembra sfaldarsi un po’ verso la fine ma che non perde mai la sua lucidità. L’attore riesce a dare al suo Martin Eden un incredibile ventaglio di sfumature interpretative che vanno dall’ingenuità degli inizi – in una delle prime scene ricorda perfino la goffaggine napoletana di Troisi – alla matura consapevolezza e sfrontatezza della fine che, in certe intemperanze provocatorie, evoca il miglior Carmelo Bene.

Una curiosità da cinefili: il romanzo Martin Eden è lo stesso che Sergio Leone faceva leggere, chiuso nel bagno, al giovane Noodles di C’era una volta in America, personaggio che si sarebbe scontrato, proprio come nel romanzo di London, con un difficile riscatto sociale – in questo caso basato sulla delinquenza organizzata – e con un amore, quello di Deborah, che avrebbe sempre vincolato la sua realizzazione proprio a quel riscatto.

Al netto di alcuni difetti di tenuta verso la conclusione, il film di Pietro Marcello è un coraggiosissimo atto d’accusa nei confronti di una società che soffoca le legittime istanze dell’individuo, realizzato tramite un’originale rivisitazione di un classico della letteratura americana e un’audace disinvoltura nell’utilizzo del linguaggio cinematografico che fa sua la lezione dei grandi maestri del passato, attualizzandole. Se vi pare poco…

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