Interviste

Mario Calabresi: “Il mio divorzio da La Repubblica? Sofferto, ma vado avanti”

Milanese doc, come si evince dal suo accento, Mario Calabresi è uno dei giornalisti più conosciuti e apprezzati d’Italia. Dopo aver frequentato l’Istituto per la formazione al giornalismo Carlo de Martino nel capoluogo lombardo, nel 1998 lavora per l’ANSA come cronista parlamentare e un anno dopo passa a La Repubblica nella redazione politica, giornale di cui diviene caporedattore nel 2002 dopo un’esperienza a La Stampa. La sua avventura piemontese, però, non finisce così, e appena trentanovenne, torna all’ombra della Mole per dirigere il quotidiano torinese per i successivi sette anni.

Nel 2016, invece, richiamato da Scalfari, sostituisce la direzione ventennale di Ezio Mauro per intraprendere una nuova fase della sua carriera. Un lavoro che, nonostante non sia privo di controversie e attacchi di ogni tipo da parte del governo pentastellato, contribuisce a rinnovare e svecchiare il giornale, al fine di dargli una più forte identità: dalla nuova impaginazione grafica al mutato carattere tipografico chiamato Eugenio, in onore del fondatore del quotidiano, fino a Robinson, il novello inserto culturale domenicale, oggi punto di riferimento di lettori e addetti ai lavori del settore dell’editoria. Dopo tre anni, tuttavia, la collaborazione si interrompe bruscamente a causa di differenti visioni sull’organizzazione del quotidiano, lasciando al direttore la consolazione, anche se amara, di aver dimezzato il crollo delle vendite dal 14 al 7%. 

Secondo la testata TPI, dietro la drastica decisione ci sarebbero i rapporti quasi assenti tra le parti: Calabresi in un suo editoriale, infatti, specifica come le vicende personali della famiglia De Benedetti, proprietari del Gruppo Gedi, non influiscano con le linee guida del giornale, intervento che però pare a Carlo De Benedetti non piaccia troppo.

In occasione di Libri Come – Festa del Libro e della Lettura 2019 tenutosi all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove l’ex direttore duettava con Antonio Scurati a proposito del suo nuovo libro, M. Il figlio del secolo, abbiamo avuto modo di incontrare e parlare con Mario Calabresi della sua professione e della sua carriera che, come specifica lui stesso, è divisa esattamente a metà tra La Stampa e La Repubblica, nonché dei suoi progetti futuri.

Il settore dell’editoria è in forte crisi, soprattutto le vendite dei giornali. Come mai, secondo Lei, sempre meno persone li comprano?

«Perché il mondo è cambiato completamente. L’arrivo delle tecnologie, della rete e, soprattutto, l’informazione sugli smartphone fanno sì che moltissime persone apprendano notizie in questo modo. Di conseguenza, non sentono più la necessità di andare in un’edicola e comprare un prodotto cartaceo. Oggi, quindi, l’editoria è in difficoltà perché non riesce a stare al passo di questa trasformazione, perché se è vero che diminuiscono i lettori di carta, al tempo stesso sono infinitamente aumentati i lettori digitali. Il punto è trovare dei modelli per cui si possa sostenere il giornalismo anche nel mondo digitale.»

Negli ultimi tempi ci sono stati numerosi attacchi all’informazione da parte delle forze politiche. Pensa che nel nostro Paese ci sia la libertà di stampa o che anch’essa sia in crisi?

«No, siamo un Paese dove, grazie al cielo, la libertà di stampa c’è. Le critiche dei cittadini sono benvenute. Quando, invece, i politici minacciano i giornali di creare delle leggi per danneggiarli, allora questo lo trovo preoccupante, è un brutto segnale, un modo non democratico di agire.»

Durante la Sua carriera, divisa tra La Stampa e Repubblica, dal 1999 ha lavorato al giornale fondato da Eugenio Scalfari, sodalizio che però si è interrotto lo scorso febbraio. È stato un divorzio facile o sofferto?

«Come tutte le cose che finiscono, naturalmente è stato sofferto. Con l’editore avevamo idee diverse su come si dovesse sviluppare il giornale e quando il direttore la pensa in modo diverso dall’editore, l’editore lo cambia, è normale che accada così. Però mi ritengo abbastanza giovane, ho almeno altri venti anni per lavorare ancora.»

A questo proposito, quali progetti ci sono nel Suo futuro?

«Al momento sto lavorando a un libro e anche a un documentario. Per il resto, ci sono altri progetti ma vedremo, con calma.»

Per quanto riguarda la Sua professione invece, cosa consiglia a chi oggi vuole fare il giornalista? 

«Di essere completamente multimediale, di saper usare bene la tecnologia e di essere capace di usare i linguaggi, come la scrittura e la parte video, e incrociarli.»

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