Attualità

Malasanità italiana: quando le strutture (e non solo) non sono abbastanza

Bambino di tre anni morto dopo il mancato soccorso: polmonite scambiata per influenza.

Studentessa trapassata per aneurisma: per i medici era stress.

Anziano deceduto: tumore scambiato per calcoli.

Sono solo alcuni dei titoli che si possono leggere sui giornali che evidenziano il declino che sta subendo il Sistema Sanitario Nazionale Italiano. Ogni giorno una notizia muta quella che dovrebbe essere una delle eccellenze del Bel Paese in un vero e proprio esempio di malasanità.

A quarant’anni dalla sua istituzione nel 1978, sempre più sono i problemi che affliggono il sistema nostrano, come denunciato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha lanciato l’allarme sulla sostenibilità del modello italiano: secondo questa, infatti, dal 2010 il Prodotto Interno Lordo destinato alla spesa nazionale assistenziale è calato drasticamente e pericolosamente, tanto che vi è una previsione a dir poco pessimistica di quanto accadrà entro il 2020.

Sembrerebbe che l’Italia poco sia preoccupata della salute dei suoi cittadini. I dati ci fanno capire perfettamente che solo una piccola percentuale del patrimonio nazionale viene investito nelle cure del popolo. Il risultato? Nelle spesso fatiscenti strutture ospedaliere dello Stivale mancano attrezzature mediche, medicinali e arredi, al punto che sembrerebbe che per ogni mille abitanti siano disponibili solo tre letti a confronto dei quattro della media OCSE. Proprio per questo non è raro che in cliniche pubbliche si trovino persone che invece di essere fornite di giacigli adatti alle loro condizioni vengono sistemate su barelle nei corridoi. E se i pazienti non trovano il modo di curarsi nelle strutture addette, risulta loro impossibile persino a casa: infatti, le cure domiciliari si riducono in media a diciassette ore per ognuno di essi.

Se non bastasse l’appropriatezza delle strutture a rovinare la previdenza sanitaria italiana, a questa si aggiungono anche liste di attesa lunghissime per le visite: nel pubblico, in media, per sottoporsi a un consulto medico occorrono circa sessantacinque giorni, per questo molti italiani rinunciano a controllarsi e a curarsi oppure scelgono di ricorrere al privato, dove i tempi si riducono a circa una settimana e il prezzo per il servizio equivale, spesso, a quello speso per il ticket. E se tale interminabile attesa è da una parte dovuta alla mancanza di personale, che siano medici o assistenti sanitari, dall’altra è da imputare alla corruzione che dilaga tra coloro che hanno giurato di dedicare le loro vite a salvare quelle degli altri: non è raro, infatti, che dottori o infermieri accettino le cosiddette “mazzette” da quanti vogliono accorciare la durata del periodo che li separa dalla tanto agognata visita, scavalcando chi ha la precedenza anche per questioni d’urgenza.

Il Sistema Sanitario Nazionale, con le sue disparità regionali, soprattutto tra i territori del Nord e quelli del Sud, dunque, incita sempre più alla creazione di una sanità duplice, che si sviluppa su di un binario pubblico, dove tutto viene lasciato al caso, la gente muore per semplici otiti o perché non ci si è accorti dell’esistenza di un tumore, e su di un binario privato, dove i medici, spesso solo perché ben pagati, dedicano ai pazienti l’attenzione che meritano. Ciò che sembra è che di questo passo l’Italia finirà per adottare quella visione propria dell’America per cui solo i ricchi possono curarsi, mentre i poveri, per selezione naturale, possono estinguersi.

Tuttavia, se da un lato la rovina del sistema di previsione medica italiano è da ascrivere alla mancanza di fondi, all’inefficienza delle strutture e alle interminabili liste d’attesa, non si può prescindere dal dire che il disfacimento della sanità è da imputare anche a una mancanza di etica di tanti che ci lavorano. Ciò che appare più evidente per chi negli ultimi anni ha, purtroppo, dovuto avere a che fare con medici e infermieri, è che si fa spesso difficile trovare quali tra questi svolgono il loro mestiere con dedizione. I casi di personale che sparisce dal posto di lavoro lasciando i pazienti ricoverati in ospedale alle cure dei familiari non sono rari: non è l’operatore sanitario a misurare la pressione alla malata, ma la figlia che è lì per tenerle compagnia. E se questi paramedici si riducono a figure fantasma, i medici diventano sempre meno sensibili e rispettosi nei confronti dell’infermo, trattandolo come un cliente a cui offrire un freddo servizio spesso inefficiente. Ciò che non viene messo in conto è che la loro imperturbabilità non fa altro che aggravare la situazione emotiva, già critica, di coloro che vi si rivolgono non solo per mali passeggeri e lievi, ma anche per patologie più gravi, da cui dipende la loro vita.

Malasanità italiana: quando le strutture (e non solo) non sono abbastanza
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