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“Macchine come me”: Ian McEwan, l’uomo e l’androide

Vi sarà capitato, una volta o l’altra, di rivolgere una domanda al vostro smartphone per metterne alla prova l’intelligenza. Le intelligenze artificiali, infatti, ci affascinano perché rappresentano il trionfo della scienza sulla natura, processori potentissimi programmati per svolgere compiti specifici con efficienza certosina al quadrato della miglior prestazione umana. La quotidianità si è trasformata, così, in una delle più rosee utopie della fantascienza: l’Homo Sapiens che si evolve al punto da delegare alla macchina attività che, poco meno di un secolo fa, lo vedevano coinvolto in prima persona. Le macchine lo sostituiscono ormai nel settore manifatturiero e, in alcuni casi, sono persino in grado di produrre e vendere arte. Ma come nella migliore delle speculazioni fantascientifiche, l’uomo non può fare a meno di porsi alcuni interrogativi etici di fronte a una rivoluzione di questo tipo, soprattutto quando si trova faccia a faccia con gli ultimi modelli di quelli che, grazie a una tradizione di fortunatissimi film sul tema, potremmo considerare i titani moderni: gli androidi.

Del rapporto uomo-androide si occupa l’ultimo romanzo di Ian McEwan, tradotto da Susanna Basso per Einaudi con il titolo di Macchine come me. In una Londra alternativa, l’esito divergente di alcuni eventi ha trasformato gli anni Ottanta nell’era digitale. La Tatcher ha perso la guerra nelle Falkland e il risultato disastroso, insieme al tasso di disoccupazione sempre più elevato, spingono il Paese a incolpare l’Europa. L’espediente di ambientare una vicenda quanto mai contemporanea nel passato o nel futuro remoti è stato spesso adottato dai grandi narratori per offrire un quadro completo delle ossessioni della loro epoca: basti pensare al 1984 di Orwell.

In questo universo parallelo, vengono commercializzati i primi modelli di androidi da compagnia: una serie limitata di robot maschi e femmine in vendita a prezzi esorbitanti, ma non inaccessibili per un certo tipo di borghesia. Charlie, il protagonista, ha ereditato una discreta somma dopo la morte di sua madre e decide d’investirla per toccare con mano questo prodigio dell’evoluzione. Acquista, per 86mila sterline, un modello Adam e lo mette in carica nella cucina del suo bilocale scalcagnato con un lungo spinotto nero che gli fuoriesce dall’ombelico. Da questo momento comincia l’esperimento di fiction speculativa di Ian McEwan, che raccoglie, in parte, l’eredità narrativa di Isaac Asimov.

Padre dei robot in letteratura, Asimov enunciò le tre leggi della robotica, le quali costituiscono ancora oggi la base di un dibattito etico-letterario sulle intelligenze artificiali. Non a caso, stampata sul libretto delle istruzioni di Adam, campeggia proprio la prima legge, che recita: Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva un danno. Tipico della fantascienza asimoviana è il conflitto generato dalle leggi della robotica, una sorta di circolo vizioso che affligge la macchina quando la propria autocoscienza (fondata sulle tre leggi) si scontra brutalmente con la realtà contestuale della vita umana e dello sviluppo, nell’androide, di una volontà di autoconservazione. Un esempio estremo che si potrebbe fare in tal senso è il seguente: se si sottopone a un super computer il problema dell’eliminazione definitiva di una malattia mortale, il super computer potrebbe ritenere lo sterminio del genere umano una soluzione logica ed “economica” al problema.

macchineAlla base del romanzo di McEwan, invece, vige l’incomunicabilità tra la soggettività dell’uomo e l’oggettività della macchina. Charlie è un trentenne in crisi, mediocre, illuso, infantile. Gli eventi orbitano intorno a lui, eppure lui non riesce mai a esserne veramente parte, immerso com’è nell’alternarsi di commiserazione ed elogio del proprio ego. Gioca in Borsa con risultati deludenti e, nonostante ciò, sceglie di usare tutta l’eredità per comprare Adam nel tentativo di fare colpo sulla vicina del piano di sopra, Miranda, che è di dieci anni più giovane e serba il segreto di un passato difficile. La sua presenza all’interno del romanzo avvolge Charlie nelle spire dell’attrazione fatale, dell’innamoramento prima della carne e poi dello spirito. Il suo è un personaggio luminoso, energico, ricco di contrasti. Durante la lettura si è colti, più d’una volta, dalla sgradevole sensazione che lei non sia altro che un attributo di Charlie. La sensazione viene accresciuta, poi, da una narrazione in prima persona che vede il protagonista come unico interlocutore diretto del lettore: racconta la storia dal proprio punto di vista e, data la sua pesante soggettività, è inevitabile che presenti gli altri personaggi sulla scena in funzione di sé, come se tutti fossero automi e lui l’unico essere umano.

La prospettiva cambia quando il potere all’interno della coppia si sbilancia a favore di Miranda: è allora Charlie a orbitarle intorno, a battere, come una macchina, al ritmo del suo cuore. Moltissime descrizioni del romanzo sono dedicate alla particolare meccanica dei corpi, alla chimica dell’attrazione, allo slancio sessuale dei personaggi, alla lussuria del gusto, al decadimento dei tessuti, alla fragilità delle ossa. Anzi, per essere un romanzo di fiction speculativa, conserva gran parte della concretezza che è poi la cifra stilistica del migliore McEwan. Adam, l’androide, si staglia contro tutto questo con il suo corpo fatto di fibre sintetiche, con l’espressione vacua da manichino, con un’intelligenza superiore messa a punto dall’uomo per far provare ad altri uomini l’ebbrezza di possedere qualcosa di nettamente superiore a sé e poterne disporre a piacimento.

Piegare una macchina in grado di capirci, che ci somigli nei tratti e nei movimenti, alla nostra volontà (senza dover badare troppo alle implicazioni morali del nostro atteggiamento nei suoi confronti) è la pulsione che sta alla base del grande interesse del mercato per i robot umanoidi ideati a scopo sessuale, con i quali si può conversare amabilmente di filosofia dopo l’amplesso, già in commercio da un paio d’anni. Ecco, dunque, affacciarsi un altro quesito etico: se la macchina può pensare come noi, muoversi come noi, parlare e provare sentimenti come noi, come si può non riconoscerle un certo grado di privacy, non garantirle dignità umana?

Charlie e Miranda determinano la personalità di Adam, gli danno dei compiti da svolgere. Lo osservano incantati: il robot sortisce lo stesso effetto di un’imponete scultura in una catapecchia di periferia o di un super-computer utilizzato per il banale calcolo delle tabelline. Esattamente come quando noi poniamo estasiati quesiti esistenziali ai nostri smartphone, pronti a essere stupiti da qualche pillola di saggezza involontaria nel pattern di risposte semi-identiche che possono fornire. Adam, però, non è uno smartphone: è un’intelligenza artificiale complessa, sviluppata da Alan Turing in persona il quale, nell’universo alternativo di McEwan, non è stato sottoposto alla castrazione chimica a causa della sua omosessualità e ha potuto continuare a lavorare alle sue macchine, risolvendo l’equazione P=NP, dando inizio a uno scambio di conoscenze open-source per la messa a punto di robot sempre più simili all’uomo. Adam, dunque, non è solo programmato per pensare e per fare conversazione, ma è dotato di coscienza. Impara dai propri errori, sviluppa una personalità autonoma a partire dall’esperienza, riesce a bypassare l’interruttore d’emergenza per non farsi più spegnere. Scrive e recita haiku, conosce Shakespeare a memoria. Si innamora. Viene turbato dalla logica umana.

Tra l’uomo e la macchina vige, infatti, ancora una fondamentale differenza: l’esperienza umana è soggettiva, quella dell’androide è oggettiva. Charlie non riesce a guardare il mondo se non attraverso i propri occhi, attraverso le proprie categorie di giusto e sbagliato, di bene e male. Adam è una mente connessa alla rete, la sua esperienza è al contempo personale e globale. Affronta con razionalità tutto quello che gli succede: è una macchina che trova la soluzione più logica ai problemi che le si pongono, applica la matematica alla vita, scevra di qualsiasi altro significato metafisico, perché il paradigma binario di una macchina è l’intervallo di vero e falso. Eppure è investita, in qualche modo, di una sua spiritualità. Riflette molto più di Charlie o Miranda sul significato che ha la religione per l’uomo, sulla sopravvivenza dopo la morte, sull’importanza di vivere per amore. Gli manca, però, la caratteristica tutta antropica di mentire.

La stessa condizione umana deriva dalla menzogna: il primo uomo e la prima donna assaggiarono il frutto della conoscenza perché tratti in inganno dal serpente nell’Eden. Non appena l’ebbero morso, furono spogliati dell’ingenuità e scoprirono la vergogna della propria dimensione corporea. Fuori dal paradiso terrestre, infatti, l’uomo mente a se stesso, agli altri, a fin di bene o per causare dolore. Mente per sopravvivere. Anche la grande letteratura nasce dalla mistificazione della realtà. C’è un momento dell’infanzia in cui i bambini s’inventano di tutto: la fantasia, la costruzione di un proprio immaginario ricco di personaggi che non esistono, un modo che aiuta a sviluppare l’intelligenza e a crescere in adulti sani. La stessa percezione che abbiamo di noi stessi, in quanto parziale, è in qualche modo fasulla, così come la ricostruzione dei nostri ricordi. L’uomo si muove nello spazio del verosimile laddove per la macchina non è tollerabile altro che il vero. Adam, che pure porta il nome del primo uomo biblico, non ne eredita la condanna. Adam, che scaturisce dall’impeto umano di farsi Dio, è libero dal peccato originale.

Si scatena, a questo punto, nella macchina l’eterno conflitto: nel sistema binario sono ammessi solo i valori di vero e falso, ove vero corrisponde sempre al bene e al giusto, e falso corrisponde sempre al male, allo sbagliato. La prima legge della robotica obbliga una macchina a non poter mai, a causa del suo intervento o del suo mancato intervento, fare del male a un essere umano. Allora una macchina non può e non deve mai mentire all’uomo. Se, però, fosse una verità a lungo taciuta a rivelarsi dannosa?

Dall’affiorare di questo quesito scaturisce la visione sul futuro di McEwan. Una visione dolorosa e positiva, violenta e tenera, ambigua come il risultato del lancio di una moneta. Vivere non è imboccare una strada a un bivio. A volte, spesso, si tratta di fare compromessi, di scendere a patti, di avere la flessibilità di cambiare. Di fallire e ricominciare daccapo. Riformulare l’equazione. Chi può dire davvero cosa sia un’esperienza puramente umana? Forse, siamo macchine noi stessi. Forse siamo programmati per cercare la risposta a un quesito che non ha soluzione. Non possiamo saperlo. Nel frattempo, siamo vivi.

Contributo a cura di Marina Finaldi

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