Cultura

I luoghi della conservazione: Napoli e i suoi archivi fotografici

La capacità del linguaggio fotografico di documentare e di esprimere anche contenuti di ordine estetico fa sì che l’oggetto “fotografia” sia diversamente caratterizzato in relazione ai contesti culturali o commerciali in cui, solitamente, è inserita o utilizzata. Proprio per questo motivo la fotografia, come mezzo di documentazione, ha portato, sin dalla sua invenzione, alla costituzione di archivi o raccolte per soddisfare esigenze di ricerca e di studio, oltre che commerciali.

Ciò che caratterizza una fototeca, non è soltanto la natura del patrimonio (fotografie storiche, d’attualità, documentarie), ma anche l’organizzazione e l’erogazione dei servizi che questa può offrire. Requisito importante è la conoscenza del materiale fotografico, della storia della fotografia, ma soprattutto quella relativa ai fondi in essa conservati.

Obiettivo primario di una fototeca o di un archivio fotografico è, quindi, la valorizzazione del patrimonio e dei servizi esistenti, considerando l’ordinamento dei materiali e la loro conservazione, riproduzione, esposizione e restauro, nonché attività quali l’inventariazione, la catalogazione, la consultazione e l’informazione, ma anche la possibilità di acquisire e implementare le collezioni.

Purtroppo non esiste in campo internazionale una disciplina specifica inerente alla gestione, alla conservazione e alla catalogazione dei materiali fotografici, soprattutto in relazione all’indicazione dei criteri di gestione dei servizi che l’archivio fotografico e la fototeca possono offrire all’utenza. In genere, gli archivi sono composti da una grande quantità di immagini, sia materiale fotografico negativo che positivo, eseguite da un unico autore o da autori diversi. Spesso, però, integrano anche attrezzature, inventari, registri di contabilità, diari, opuscoli, libri e riviste.

A Napoli ce ne sono tre molto importanti: l’Archivio Carbone, l’Archivio Fotografico Parisio-Troncone e l’Archivio Fotografico Pedicini.

Fondatore dell’Archivio Carbone fu Riccardo Carbone nato a Napoli il 17 aprile del 1897 e  morto nel 1973 che, nei primi anni Venti del Novecento, cominciò a dedicarsi alla fotografia a livello amatoriale. Iniziò, poi, a collaborare con il quotidiano Il Mattino, convincendo il direttore, Eduardo Scarfoglio – del quale era amico di famiglia – a dare maggiore spazio alle immagini come documentazione giornalistica, divenendo, in seguito, fotoreporter del quotidiano, tra i primi accreditati a Napoli come giornalista, con un’attività ininterrotta fino al 1970. Il suo archivio, attualmente custodito dal figlio Renato, è composto da cinquecentomila negativi, oltre ad alcune migliaia di stampe e lastre di vetro. Questa documentazione è stata quasi totalmente realizzata nel corso dell’ultra trentennale collaborazione tra il fotografo e il quotidiano.

I fratelli Troncone, Roberto, Vincenzo e Guglielmo, nacquero a Napoli nell’ultimo quarto di quel XIX secolo che vide nascere anche in Francia, quella che divenne la loro prima passione, il cinema. Roberto, il maggiore dei tre, dopo un’esperienza di successo come documentarista, fondò nel 1906 la Fratelli Troncone & Co., dando avvio alla prima casa di produzione cinematografica napoletana. Alla Casa che – nel 1909 cambiò il nome in Partenope Film – lavorarono tutti i fratelli: Roberto diresse quasi tutte le produzioni, mentre Guglielmo recitò con lo pseudonimo di Italo Guglielmini. Con l’inizio della prima guerra mondiale, però, l’attività venne sospesa e soltanto nel 1919 si ripartì con le riprese, tuttavia con scarsi risultati economici e artistici. Nel 1926, infatti, la Partenope Film chiuse i battenti. Vincenzo e Guglielmo, allora, decisero di aprire uno studio fotografico: le Edizioni Fotografiche f.lli Troncone, poi ribattezzato Foto Troncone, che si occupò principalmente di cronaca, quindi di personaggi ed eventi, racconti di matrimoni e funerali, feste, anniversari, processioni, riti sacri e culti pagani, ma soprattutto di calcio. E, ancora, di principi, artisti, militari, fasci littori, circoli di sezione, della guerra, della ricostruzione. Con il passare degli anni, poi, i fratelli si divisero gli ambiti. Guglielmo continuò a interessarsi di cronaca lavorando con il Roma, Il Mattino e con il Mezzogiorno Sportivo. Vincenzo, invece, si avvicinò al campo industriale, non abbandonando mai quella logica giornalistica che guardava il mondo dell’industria nascente e in crescita a trecentosessanta gradi, documentando il lavoro in tutti i suoi aspetti.

Giulio Parisio, napoletano, classe 1891, cominciò ad avvicinarsi alla fotografia in età molto precoce, grazie alla passione dilettantesca del padre. Partecipò, sempre con grande successo, ad alcune mostre di fotografia, in Italia, prima nel capoluogo campano e poi a Torino, e poi intervenendo alla Exposition Internationale du Confort Moderne di Parigi e alla Exposition Internationale du Confort dans l’Habitation di Bruxelles. Per Giulio, però, la vetrina più scintillante restò la sua città, Napoli, e per questo fu necessario per lui reperire un luogo che fosse il segno tangibile della sua presenza. I locali trovati all’interno del colonnato di Piazza del Plebiscito gli sembrarono la cornice perfetta. Qui nel 1924 sistemò il suo studio, destinato a diventare qualche anno più tardi la Bottega di Decorazione ovvero un laboratorio d’arte e artigianato frutto di un’idea nata insieme all’amico Carlo Cocchia, un giovane artista vicino al Futurismo. Con la fine della guerra, Parisio si concentrò sulla fotografia industriale, puntando l’obiettivo sulla nuova Italia che si andava costruendo, raccontandola, nelle sue nuove vesti e nei suoi soliti contrasti, con quell’inquieta ricerca dell’attimo di luce, quell’angolo imprevisto, quel riflesso impercettibile di vitalità che egli mantenne sempre intatta, fino alla morte, nel 1967.

Luciano Pedicini, invece, iniziò l’attività di fotografo con il padre Rocco, dedicandosi alla documentazione di arte, archeologia e architettura. Tra le numerose campagne fotografiche realizzate vanno ricordate: i due grandi repertori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (1980-85), le collezioni del Museo di Arti Orientali di Mosca per la mostra sui tesori dei Kurgani (1990) e quelle per l’Enciclopedia dell’Arte Medievale Treccani, realizzate in Italia, Spagna, Francia e Austria. Nel 1984 iniziò l’archiviazione e l’informatizzazione di tutte le foto realizzate in tanti anni di attività specialistica. Nacque, così, l’Archivio dell’Arte, che oggi conta più di settantamila immagini relative all’archeologia, all’architettura e all’arte, un punto di riferimento per editori e studiosi di tutto il mondo, il cui fondatore insegna, da alcuni anni, Fotografia di Beni Culturali presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dal 1950 città sede dell’Archivio Pedicini nello storico Palazzo Framarino.

Luoghi importantissimi, gli archivi partenopei racchiudono contributi del passato che hanno permesso la diffusione della cultura, delle immagini e dell’arte di un mondo che, altrimenti, sarebbe rimasto sconosciuto.

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