Il Fatto

Lo spacca-Italia e il letargo del Ministro di Pomigliano

Era il 6 febbraio di appena un anno fa quando, in occasione di un comizio, alla domanda di alcuni simpatizzanti rivolta al giovane parlamentare Alessandro Di Battista sulla possibilità che i 5 Stelle potessero riuscire a governare, il grillino rispose: «Non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti». Fino a quel momento, lo avevo sempre considerato come un agitatore di masse studentesche delle scuole medie e superiori ma ne ho riconosciuto, l’anno successivo, la valenza profetica. Una previsione, la sua, quantomai azzeccata che, dopo poco più di dodici mesi, ha visto il MoVimento al 34% e tanto è stato il rincoglionimento che, da un atto di speranza sottoscritto da molti elettori, si è passati presto a un contratto con quella Lega già ladrona da qualche tempo che ne ha segnato l’inizio del suicidio assistito, lento, che potrebbe significare uno dei paradossi più straordinari e unici della storia repubblicana italiana, con un Sud che rischierebbe di favorire il sogno del Carroccio di Umberto Bossi, nato nel 1985, che annunciò la svolta secessionista nel 1997.

L’autonomia differenziata delle regioni Veneto e Lombardia, forti di un pasticciato e discutibile referendum scarsamente partecipato da far invidia al sistema operativo Rousseau, riguarda le competenze su 23 materie, seguite poi dall’Emilia Romagna con 15 e altre come Liguria, Toscana, Piemonte, Marche e Umbria che al momento ne hanno presentato formale richiesta.

A tal proposito, su Il Mattino di Napoli di alcuni giorni fa, Gianfranco Viesti, docente di Economia presso l’Università di Bari, ha chiaramente evidenziato i pericoli di un progetto che dopo almeno due decenni ora potrebbe trovare concreta applicazione: Di che parliamo? La Regione chiede maggiore autonomia, e un passaggio di competenze, su tutte le 23 materie per cui questo è teoricamente possibile in base alla Costituzione. Gli ambiti sono amplissimi, dalla previdenza complementare alle Soprintendenze, dalle autorizzazioni per le grandi infrastrutture all’istituzione di una zona franca. Toccano e stravolgono i grandi servizi pubblici nazionali. Si chiede la regionalizzazione della scuola: gli insegnanti dovrebbero diventare dipendenti della Regione, che ne regolerebbe stipendi e carriere (e mobilità territoriale), e stabilirebbe la programmazione dell’offerta formativa, così come il diritto allo studio e l’offerta universitaria. Si chiede di arrivare a una totale regionalizzazione della sanità, eliminando gli elementi di garanzia del sistema sanitario nazionale. Non si tratta quindi di richieste specifiche, ma di un profondo ridisegno dell’Italia attuale e dei suoi grandi servizi pubblici. Non altro che il disegno voluto caparbiamente dalla Lega della prima ora e poi di quella dal volto buonista nei confronti del Sud dell’era salviniana ancora in corso.

Quello che fu in qualche modo impedito dal governo Berlusconi, quindi, potrebbe vedere la luce grazie ai favori dei pentastellati e a quella parte rincoglionita di italiani di cui parlava il giovane Di Battista che porterebbero a una spaccatura definitiva e irreversibile del nostro Paese con conseguenze inimmaginabili.

Il Presidente della Camera Fico, sempre più abbottonato e stretto nel suo ruolo istituzionale, ha tenuto a riaffermare la centralità del Parlamento sulla materia, ma il Governatore del Veneto Luca Zaia – che più volte ha sottolineato che l’approvazione dell’autonomia è questione di vita o di morte , a una domanda del collega de Il Mattino Marco Esposito – autore tra l’altro di un interessante pubblicazione, Zero al Sud, in questi giorni in libreria –, il quale nel corso di una intervista gli ha chiesto se fosse d’accordo che il Parlamento facesse da arbitro nel processo di autonomia differenziata, ha risposto categoricamente: «La Costituzione dice che l’intesa fra governo e Regioni debba essere approvata o respinta dal Parlamento senza possibilità di emendamento». Quindi, il Presidente Fico e i parlamentari se ne facciano una ragione, o sì o no, relegando le Camere ancora una volta a un ruolo marginale.

Che si debba fare in fretta e chiudere la partita prima delle elezioni europee per offrire il piatto d’argento all’elettorato che conta, a quel bacino di voti del Nord Italia unicamente a cuore all’uomo travestito da poliziotto, ritengo lo abbia capito anche quella fetta di italiani così chiaramente apostrofata dal politico in pole position per emergenze prossime, nella speranza che il sempre sorridente Luigi Di Maio ne valuti i rischi e non contribuisca ulteriormente a quel suicidio lento cui corrisponde un sensibile irrobustimento della stessa Lega che, dopo aver dettato l’agenda del governo Berlusconi, esercita adesso un ruolo centrale nella compagine governativa.

Nei prossimi giorni, dopo il verdetto scontato che astutamente il Vicepremier pentastellato ha dirottato sulla rete, a meno di sorprese dell’ultima ora, non saranno più i migranti a tenere alta l’attenzione ma l’autonomia di quelle regioni strategiche per il Carroccio, che deciderà in buona parte anche il successo elettorale di maggio, sempre che il Ministro di Pomigliano non si svegli dal letargo e impedisca l’ulteriore letale sfregio al Meridione.

Intanto, nel silenzio o tra le sole chiacchiere delle istituzioni regionali e comunali del Sud, la secessione dei ricchi è stata duramente attaccata anche dal Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che l’altro giorno a Roma, sotto Montecitorio con la sua Giunta e il Presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena, rivolto a un folto pubblico presente, ha detto, senza mezzi termini (come suo solito):«Attenti a sfidarci, a Napoli abbiamo cacciato i nazifascisti: c’avessim mettere paura di Salvini e Di Maio? Di Maio ha fatto un capolavoro politico, ai Cinque Stelle chiedo di scassare il contratto».

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