Attualità

L’interesse perduto per l’arte

Da sempre parte della nostra storia e della nostra identità, l’arte è la protagonista di innumerevoli aree del territorio nazionale italiano. Da molti anni, tuttavia, l’interesse per i siti artistici e culturali sembra aver perso il suo posto nella vita di chi nasce nello Stivale. Il Paese che, nel settore, ha fatto scuola in tutto il mondo ha smarrito la via, dimenticandosi dell’inestimabile patrimonio che conserva.

Dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie ai trulli pugliesi, dalla Cupola di Brunelleschi ai siti storici di Paestum e Pompei, per non parlare di musei nazionali, di arte contemporanea e rovine, in Italia si contano molti più luoghi di interesse artistico e culturale che nel resto del mondo. Infatti, di 1092 siti del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, distribuiti tra 165 Paesi, il ricco Stivale ne ospita ben 53. La centralità che ha avuto l’arte nella sua storia ha arricchito la nostra nazione, rendendola una fonte di conoscenza inestimabile. Ma quanto ne siamo veramente consapevoli?

I dati, purtroppo, non sono rassicuranti. Secondo le ultime statistiche, meno del 30% della popolazione italiana visita musei e siti archeologici. La tendenza sembra essere in lenta crescita, poiché tra il 2015 e il 2016 si è registrato un aumento di 1 milione e 700 mila visitatori nelle gallerie statali. Eppure l’interesse resta sorprendentemente basso, nonostante l’offerta che rende unica l’Italia. Basti pensare che, nel 2016, 7 italiani su 10 non hanno messo piede in un museo, e la maggior parte di chi invece lo ha fatto è composta da giovani, spesso coinvolti in attività di questo tipo da progetti scolastici.

Non tutto è perduto, però, poiché sono innumerevoli le iniziative volte a promuovere il patrimonio artistico che stanno riscontrando discreto successo. Prime tra tutte, le domeniche gratuite, che da alcuni anni rendono libero l’accesso nei principali centri di interesse culturale. Pare che l’iniziativa stia raccogliendo dei buoni risultati, tanto che, a partire dal 2019, non saranno più solo 12 i giorni a costo zero, ma ben 20, distribuiti diversamente durante l’anno solare. Dall’esito positivo anche le numerose attività FAI (Fondo Ambiente Italiano) che ogni primavera si impegna a riscoprire luoghi nascosti. Fondamentale il coinvolgimento degli studenti delle scuole locali, che diventano degli apprendisti Ciceroni pronti a guidare turisti e visitatori, imparando, e allo stesso tempo insegnando, i bei segreti di un passato ricco di bellezza.

Sembra un mistero, però, come l’arte sia passata in secondo piano nelle nostre vite, considerando che l’enorme apporto culturale del nostro Paese sia dipeso da secoli di storia e interesse in tale ambito. Oggi, dalla maggior parte delle persone, una passeggiata in un museo è considerata un modo per trascorrere il tempo, alla stregua di andare al cinema o a cena fuori. Eppure, c’è qualcosa in più che questa specifica attività può dare, che però pare non essere colto dalla popolazione italiana che attribuisce scarsa importanza alla conoscenza. Ma per rendersi conto del disinteresse generale basta guardare le statistiche sui libri letti in un anno o del calo di impieghi nel settore umanistico.

Insomma, come spesso accade, non sembriamo apprezzare le nostre fortune. Ma a cosa servono in realtà l’arte e la cultura? Fino a pochi secoli fa, l’arte faceva parte della sfera edonistica personale. Vedere o possedere oggetti antichi o dall’indubbio valore estetico soddisfaceva il proprio piacere individuale. Qualcosa è cambiato con l’avvento della società dei consumi, in cui i beni, anche quelli artistici, hanno iniziato a svolgere un ruolo comunicativo: quello di dichiarare la propria posizione sociale. Gioia per gli occhi e pelle d’oca non sono mai stati gli unici motivi dietro un certo tipo di interesse, accompagnati dalla necessità di sfoggiare la propria agiatezza e affermare il proprio status. Cosa abbia modificato la tendenza, quindi, non è ben chiaro. Verrebbe da pensare che forse, attualmente, ci sia poca ricchezza da ostentare ma, in realtà, sebbene per un numero sempre più ristretto di persone, di modi per affermare il peso del portafogli ce ne sono ancora molti. Basti pensare agli innumerevoli dispositivi di ultima generazione di cui ci circondiamo. Sembra, più che altro, che la cultura abbia perso la sua sfera valoriale, sostituita in dote e ricchezza dalla tecnologia.

E, forse, sono proprio la tecnologia e la sua dinamicità che ci permettono di rendere l’arte secolare, ai nostri occhi, statica. Memore delle immagini piatte e prive di dimensione studiate sui libri di scuola, diventa difficile trovare il desiderio per viverla dal vivo e ritrovarne l’innata profondità. Per fortuna, però, negli ultimi anni, accanto ai classici musei di impressionismo e alla storica arte egizia, stanno spopolando le mostre di arte contemporanea. Questo fenomeno, seppur caratterizzato per la maggior parte da esposizioni momentanee e poche collezioni permanenti, infatti, sta lentamente risvegliando l’interesse per la cultura. È dal secondo dopoguerra che il nuovo genere artistico popola i nostri siti culturali con la sua misteriosa bellezza. La sua peculiarità è l’innegabile necessità di un’interpretazione.

Osservarla non rende sempre chiaro l’obiettivo dell’artista, né l’idea che volesse rappresentare, poiché non così spesso le opere sono accompagnate da descrizioni o nomi che ne chiariscono la rappresentazione. E sta proprio qui la bellezza dell’arte contemporanea, nella curiosa interpretazione dell’utente, che è costretto a far spazio alla sua fantasia per conferire i più stravaganti significati allegorici all’opera che ha di fronte. La ritrovata dinamicità intellettuale della contemporaneità, dunque, con la sua abilità nello stimolare l’immaginazione, sta dando una speranza a tutto l’ambito artistico, consentendo un ritorno alle origini alla parola museo, non più solo associata a noia, ma finalmente, di nuovo, a vitalità.

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