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Attualità

L’insegnamento di Falcone: ciò che non può essere ucciso

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.

Queste parole di Giovanni Falcone sono – o quanto meno dovrebbero essere – scolpite nella memoria di ognuno di noi. Il giudice è morto, ma – riprendendo proprio il suo discorso – le sue idee, il suo esempio e la sua testimonianza restano e noi abbiamo il compito di renderle indelebili, di modo che possano sempre essere per noi dei fari capaci di illuminare il nostro cammino. Era, appunto, il 23 maggio 1992 quando, sull’autostrada A29, a poca distanza da Palermo, Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta rimasero vittime del vile attentato, ordito da Cosa Nostra e passato alla storia come la “strage di Capaci”. Questo episodio, insieme all’uccisione di Paolo Borsellino e ad altri infami crimini commessi dalle mafie, rappresenta una delle ferite più gravi del nostro Paese, tanto bello quanto dannato.

A venticinque anni di distanza, anche la nostra generazione si trova a vivere in uno Stato che, sia pure in forme diverse, continua ad essere tormentato dalla corruzione e dal malaffare, essendo costretto a misurarsi costantemente col fenomeno delle mafie. Proprio per questo, dunque, la lezione dei grandi uomini non può in alcun modo essere chiusa in un cassetto o essere relegata a un mero esercizio di memoria. Capita spesso di vedere in rete dei servizi giornalistici nei quali viene chiesto ai giovanissimi di esprimersi sulle figure dei due giudici. Il loro imbarazzo, la loro difficoltà nel riuscire a rispondere a quella domanda ci ferisce, ci ferisce davvero molto. Tocca a noi, tocca a chi vuole e desidera avere il compito di raccontare la nostra Storia e le pieghe della nostra società, riuscire a trasmettere ai nuovi cittadini il messaggio e la portata di chi si è immolato per il bene e per la giustizia. È un incarico necessario, che le scuole – così come il mondo dell’informazione – dovrebbero pretendere di portare sulle proprie spalle, affinché l’impegno e il sacrificio di quegli eroi restino sempre vivi. Falcone e Borsellino sono morti nella carne, ma non nello spirito. Uomini come loro, in questo senso, non possono morire.

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