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L’indefinitezza dei migranti climatici

Nello studio Gathering Storm: Climate change clouds the future of children in Bangledesh, l’UNICEF ha denunciato la grave situazione che affligge il Bangladesh e i suoi bambini, proclamando che il futuro dei piccoli abitanti del Paese è minacciato dai numerosi disastri ambientali che devastano quotidianamente il territorio. Secondo il rapporto, gli infanti a rischio sarebbero circa 19.4 milioni, di cui 12 sono minacciati dalle alluvioni provocate dai grandi fiumi lungo cui vivono, 4.5, quelli che vivono nelle zone costiere, sono minacciati da costanti cicloni, e 3 milioni, invece, sono messi in pericolo da lunghi periodi di siccità. L’UNICEF con il suo reportage ha evidenziato una situazione critica che mette in luce come il Paese sud-asiatico sia colpito da vari eventi legati al clima, tra cui l’innalzamento del mare e la salinizzazione dell’acqua potabile, che costringe i suoi abitanti a una migrazione, tanto interna, quanto esterna, che li trasforma in quelli che comunemente vengono detti rifugiati climatici. Ma che cosa si intende, esattamente, con questa espressione?

Dare una definizione ben precisa non è semplice, poiché non c’è stabilità su cosa effettivamente sia un migrante climatico. La sua prima descrizione è stata data nel 1976 dal pioniere dell’ambientalismo Lester Bexton, per cui rispondevano a tale appellativo tutti coloro che erano costretti a lasciare la propria residenza a causa di eventi climatici estremi. Da allora, sono stati diversi i tentativi di delimitazione dell’espressione: alcuni hanno parlato di forced enviromental migrants (migranti forzati dall’ambiente), climate refugees (rifugiati climatici), eco-refugees (eco-rifugiati). Oggi, però, in generale, quando si parla di migranti climatici si fa riferimento alla definizione data dall’International Organization for Migration, secondo la quale i migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali o scelgono di farlo, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro Paese sia uscendo dai confini del proprio Paese.

La mancanza di una precisa denominazione per quanti sono costretti a lasciare il proprio luogo di residenza a causa del clima fa sì che sia difficile anche il regolarne l’arrivo in terra straniera. Questa categoria di migranti non viene, infatti, né considerata, né tutelata dal Diritto Internazionale. Proprio per tale ragione si fatica a comprendere se suddetti individui debbano essere considerati a tutti gli effetti dei rifugiati o dei semplici migranti economici. Nella Convenzione di Ginevra del 1951, per rifugiato si intende chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi. Tenendo conto di questa definizione, dunque, sembrerebbe che gli eco-migranti non possano godere dello stato di rifugiati. Tuttavia, la Convenzione specifica anche che sono da considerare profughi pure quei soggetti che non possono tornare nella loro terra d’origine perché implicherebbe per loro conseguenze potenzialmente mortali. Se si considera ciò, allora, pare naturale considerare i migranti climatici rifugiati a tutti gli effetti, poiché le catastrofi che ne distruggono le case, rendendole inabitabili, minacciano effettivamente anche la loro vita.

Se in passato era difficile notare gli effetti che i cambiamenti climatici stavano avendo sulla Terra e, di conseguenza, sulla sua popolazione, da anni ormai queste ripercussioni sono diventate ben chiare e visibili: basti guardare all’innegabile scioglimento dei ghiacciai, all’innalzamento del livello del mare o al riscaldamento globale. Negli ultimi periodi le questioni ambientali sono diventate all’ordine del giorno, come dimostra anche il recente fenomeno dei Fridays for Futures, è quindi strano che ancora non si sia pensato di regolare la situazione di coloro che sono costretti a migrare proprio per questi eventi che appaiono, o sono intenzionalmente, irreversibili. Tale situazione di precarietà e indefinitezza risulta ancora più assurda se si pensa che nel 2018 la Banca Mondiale ha pubblicato un’inchiesta, intitolata Grandswell, Preapering for International Climate Migration, che ha dimostrato che nel Corno d’Africa e nelle fasce saheliane lo sfollamento sia principalmente dovuto anche a questioni relative al clima e che nel 2050 ci saranno almeno 143 milioni di migranti climatici.

È ormai giunto il momento che gli organismi internazionali si decidano a regolamentare la situazione degli eco-rifugiati. Tenuto conto che i disastri climatici sono una delle principali cause di migrazione e che ormai il problema di chi scappa è esistente e concreto, è opportuno che si decida come aiutare i migranti, in primis donando loro una definizione e dunque un’identità ben precisa e poi legiferando in maniera che essi non diventino perpetui esuli, ma ricevano gli aiuti necessari affinché le loro dimore siano nuovamente abitabili o che venga riconosciuto il diritto di essere accolti e di trovare una casa tutta nuova.

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