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I libri, vittime di marketing e cattivi scrittori

I libri costituiscono per l’umanità una fonte inesauribile di emozioni e spunti di riflessione di ogni tipo. Permettono, infatti, di viaggiare in mondi e vite immaginari, ma offrono anche paradigmi con i quali esaminare concretamente la realtà circostante. Essi rendono gli uomini sognatori, ma anche critici, e li difendono dall’ignoranza che sempre più osteggia la cultura e la capacità di pensiero dell’individuo.

Sono proprio la condivisione e il confronto, infatti, a permetterci di aprire la nostra mente a diverse prospettive piuttosto che limitarci a lasciarci condizionare da quelle più in voga. La storia ci insegna che l’uomo ha lottato strenuamente per la libera espressione di pensiero e per poter rendere gli altri partecipi delle proprie idee ed emozioni. Ma fino a che punto va concessa tale libertà in ambito letterario? Entro quali confini va circoscritta? È giusto pensare che quello che conta sia il solo fatto di leggere, al di là dell’oggetto di lettura? Sono domande che nascono spontanee in seguito all’incessante dilagare, negli ultimi anni, di libri di dubbia validità. Si tratta della diffusione di prodotti in carta altamente commerciali, con trame trite e ritrite, un linguaggio così appositamente banale – sì, appositamente, allo scopo di coinvolgere la massa – da rasentare il ridicolo e protagonisti senza spessore ma, anzi, altamente stereotipati. E così, oltre ai personaggi, anche la lettura subisce un crudele processo di stereotipizzazione. È ormai diffusa l’idea che nessun libro debba essere criticato, adducendo tra le ragioni la legittimità di leggere quel che più aggrada e che, in fondo, l’importante sia darsi alla lettura. Ebbene, il presente articolo è finalizzato alla rottura di tali luoghi comuni.

Innanzitutto, non tutti i libri che vengono pubblicati meritano di essere definiti tali. Di qualsiasi genere di prodotto si trovi sul mercato esistono esemplari di maggiore e minore qualità. Nel gergo del lettore, quelli che appartengono alla seconda categoria sono i cosiddetti libri spazzatura. È un’etichetta che fa accapponare la pelle ai paladini della lettura fine a se stessa, a coloro che mai oserebbero accostare la parola libro a spazzatura, che mai muoverebbero critiche così spietate a un testo purché scritto decentemente, né si sognerebbero di urtare la sensibilità del povero autore istigato, altrimenti, al suicidio. Esaminare con spirito critico – pur non essendo grandi esperti di letteratura, ma semplici appassionati – un’opera e far presente all’autore quelle che sono state percepite come pecche o strategie non riuscite, è il più grande regalo che il pubblico possa fargli. Ogni scrittore che si rispetti non vuole la nostra pietà, ma la nostra sincera opinione sul suo elaborato, nel pieno rispetto della sua persona e del lavoro svolto. E se può sembrare incoerente parlare di libri spazzatura e rispetto allo stesso tempo, vi sbagliate. Spazzatura non sono i libri il cui genere, sviluppo della storia, personaggio o stile di scrittura non rispondono ai nostri gusti, ma quei prodotti cartacei creati con il solo fine di accontentare un pubblico più vasto possibile, puntando scaltramente al lettore medio.

È indubitabile che dietro un libro – che comporta dispendio di tempo ed energie – ci sia il desiderio di trarre benefici economici, tuttavia esiste una differenza per niente sottile tra il voler fare della propria passione una professione e voler fare soldi raccontando storie già lette e sentite, cavalcando l’onda della moda del momento. I libri che nascono da un simile atteggiamento, ormai così in voga, sono una vera e propria presa in giro per il lettore. Leggere è la capacità di una maggioranza e l’arte di una minoranza.

Autobiografie di cantanti sedicenni – cosa avranno mai da raccontare in un intero libro ancora così giovani? – popolari per qualche mese e di cui dimenticheremo presto i nomi, storie di ragazzi con patologie terminali o di brave ragazze che si innamorano del bello e dannato, pseudo-romanzi pubblicati da qualunque youtuber e chiunque sia riuscito ad acquistare fama tra i giovani sul web e, infine, la tipologia peggiore: le fan fiction trasformate in romanzi. Tutto quello che ha successo in rete viene automaticamente trasposto sul cartaceo, secondo strategie di marketing che nella maggior parte dei casi non prendono in considerazione i pregi del potenziale prodotto ma soltanto la garanzia del suo successo.

I libri sono il nutrimento dell’anima, e così come esistono alimenti che danneggiano il nostro organismo (per l’appunto, il cibo spazzatura), lo stesso vale per la lettura. Scegliere esclusivamente le opere più popolari del momento non farà che ostacolare la nostra individualità come pensatori. Haruki Murakami ce lo dice così: se leggete solo libri che tutti gli altri stanno leggendo, state pensando solo ciò che chiunque altro sta pensando.

Basti notare l’abisso che c’è tra i passi di un testo – i primi trovati scrivendo il titolo del romanzo sul motore di ricerca – che ai tempi riscosse un successo di portata nazionale, brevi ed essenziali, in stile SMS così da essere sicuri di far colpo sulla massa…

Settembre. I genitori di Babi le hanno comprato un biglietto per Londra. Si sono messi d’accordo con Pallina. Vogliono allontanarle da certe amicizie. È bastato poco. Un piano ben congeniato. Una corsa da un amico in questura. I passaporti nuovi. 

 … e l’incipit di un libro di un altro autore italiano.

La notte fra il 14 e il 15 aprile del 1912, mentre il transatlantico Titanic affondava senza aver terminato il viaggio inaugurale, uno dei passeggeri scese nella sua cabina di prima classe, indossò uno smoking e risalì sul ponte.

Invece di cercare di salvarsi, si accese un sigaro e attese di morire.

Si potrebbe procedere con molti altri generi di paragoni per stabilire la qualità di un libro, ma lasciamo a voi il piacere di farlo. Il punto della questione è che, si tratti di un thriller o una commedia, leggere è una cosa seria, non dimentichiamolo mai.

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