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Il Fatto

Libertà di stampa, l’Italia recupera posizioni ma resta in crisi

Come ogni anno, puntuale, l’organizzazione francese Reporters sans frontières ha stilato e divulgato la classifica dei Paesi mondiali relativamente alla libertà di stampa.

Spesso criticato per i criteri adottati per la compilazione della suddetta lista, l’organismo transalpino ha fatto molto parlare di sé proprio tra i confini italiani dopo aver relegato la nostra penisola, nel 2016, al settantasettesimo posto, al pari – o anche qualche casella inferiore – di nazioni afflitte da stretti regimi autoritari e dittature.

I motivi, in quell’occasione, erano molteplici. In particolar modo, Rsf faceva riferimento alla sensazione confessata dai giornalisti italiani di sentirsi schiavi dei giochi di potere che controllano l’editoria e quindi i quotidiani, con una percentuale di questi che dichiarava di aver subito intimidazioni verbali o fisiche, provocazioni, minacce, e pressioni di gruppi mafiosi e organizzazioni criminali. A essi, in maniera determinante, si aggiungeva la condizione dei cronisti coinvolti nel processo Vatileaks, dal quale sono stati finalmente assolti. È proprio imputabile a queste ultime vicende – si legge nel nuovo report – il salto in avanti dell’Italia nella speciale classifica, della quale occupa attualmente il cinquantaduesimo posto, con una scalata di ben venticinque posizioni.

Il nuovo caso montato dai francesi, però, riguarda il padre del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, finito nella bufera per aver segnalato, a più riprese, i reporter scomodi e sgraditi al suo partito. Ovviamente, non si è fatta attendere la replica del leader dei pentastellati che, dal suo blog, ha sparato a zero contro l’intero sistema di informazione, bollato come interamente marcio. “Oggi ho scoperto di essere io la causa del problema di libertà di stampa in Italia.” – ha scritto Grillo – “Mi ha aperto gli occhi. Io pensavo che fosse perché i partiti politici con la lottizzazione si sono mangiati la Rai piazzando i loro uomini nel management e nei telegiornali e dicendo loro che cosa dire e che cosa non dire. Pensavo che fosse per i giornalisti cacciati dai programmi Rai o per le minacce del partito di governo a quelli che sono indipendenti, come Report. Pensavo che fosse perché in Italia non ci sono editori puri e metà delle tv generaliste le controlla il capo di Forza Italia e perché la tessera numero uno del Pd controlla il secondo giornale più diffuso in Italia. No, la colpa è mia.”

Non manca, quindi, di attaccare l’ex Presidente Silvio Berlusconi, indicato come una delle principali cause della corruzione che affligge la stampa in un Paese in cui un ex premier condannato tiene in mano tre televisioni da oltre 20 anni, dove molti giornali nazionali sono amministrati da editori impuri iscritti a partiti politici o, peggio ancora, dove alcuni quotidiani sono persino proprietà diretta di partiti politici, il problema sono io, che scrivo su un blog.

Una polemica, quella innescata da Grillo, che terrà certamente banco nei prossimi giorni, con le reazioni del resto del mondo politico che non tarderanno ad arrivare.

Il tutto, però, assomiglia a un’immagine spesso evocata in casi come questo, il cane che si morde la coda, una girandola di accuse che, francamente, sembra una gara a chi la spara più grossa per nascondere le proprie colpe, la propria polvere sotto l’immondizia dell’altro.

Perché se è inattaccabile il discorso di Grillo – d’altronde, provate a effettuare una breve ricerca su Google circa le proprietà dei giornali e dei maggiori gruppi editoriali italiani, e scoprirete come il governo, da PD a Forza Italia, passando per i maggiori gruppi aziendali del Paese che ricoprono cariche nei principali organi di Stato, controllino una fetta larghissima dell’informazione nostrana – è altrettanto vero che l’azione del Movimento di scagliarsi continuamente, anche in maniera infamante, nei confronti di colleghi delle TV e della carta stampata, non è certamente d’aiuto a una classe lavorativa che ha dichiarato di applicare autocensura in diversi casi pur di conservare il posto di lavoro in redazione.

Si discuta, allora, dei criteri di valutazione di Rsf, se ne valuti la valenza ma, al contempo, si prenda coscienza di un problema serio che è quello della libertà di cui i cronisti non godono da tanto tempo e che, continuamente, va peggiorando. Si provi a conoscere le realtà italiane partendo anche dalle più piccole e ci si renda conto di quanto anche la politica locale, dalle città alle regioni, incida in maniera vergognosa su buona parte delle testate. Cambiare la rotta è un dovere per la democrazia del Paese e per la formazione di un’idea libera e non condizionata nelle opinioni dei lettori, troppo spesso veicolati da giochi politici e bufale. Uno Stato che non è libero di informare non è libero di decidere e partecipare. Le classifiche che ci relegano in fondo sono solo un ulteriore schiaffo, ma non il più doloroso.

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