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Libero rugby in libero Stato

Il 2 e 3 giugno 2017 si celebrerà, presso l’ex Motovelodromo della città di Torino, una grande festa dedicata al rugby popolare, organizzata dalla Dynamo Dora Rugby, squadra che partecipa al campionato UISP Piemonte e che, a partire dallo scorso 19 maggio, è letteralmente balzata agli onori delle cronache per via di un’aspra polemica nata a seguito della richiesta di partecipazione inoltrata da parte del Sigonella Hoplite Rugby Club. La Dynamo Dora Rugby, infatti, non ha avuto alcun dubbio nel rispondere, ribadendo con poche frasi, l’incompatibilità dell’evento con soldati, militari e guerrafondai di ogni genere.

Sigonella è una tra le più importanti basi aeronautiche NATO, in Italia e nel Mediterraneo, che militarizza da oltre sessant’anni un territorio a discapito della popolazione locale ed è coinvolta con un ruolo di primo piano nello sviluppo del progetto MUOS. La Società Dynamo Dora Rugby, invece, è da sempre al fianco delle lotte contro le ingiustizie sociali appoggiando fermamente, ad esempio, anche il movimento contro la TAV in Val di Susa. Questi valori si concretizzano in un’idea di sport che non vuol essere neutrale né indifferente, ma partigiano, radicato in un concetto chiaro di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Questo è il retroterra che ha motivato un rifiuto ovvio che ha suscitato sui social una camurria, come direbbero gli abitanti della terra che ospita la base di Sigonella, che nessuno si aspettava. Il rugby non divide, unisce sempre, lo sport è al di sopra delle questioni politiche: questo è il tema ricorrente nei commenti di chi non ha condiviso la scelta di escludere la partecipazione delle Sigonelle, la squadra di rugby femminile della base NATO siciliana. Ma precisiamo: La Dynamo Dora Rugby non ha impedito a delle ragazze come tutte le altre di partecipare, quale che sia la loro nazionalità, ha voluto impedire la partecipazione di un gruppo militare verso cui è stato mosso l’invito a lasciare il pianeta, in piena coerenza con l’antimilitarismo che definisce l’operato della società. Se le soldatesse volessero rinunciare al loro incarico e rinnegare il loro mandato, la Dynamo Dora si renderebbe incondizionatamente disponibile ad accoglierle festanti, ad abbracciarle e a condividere il bel momento di sport che si va prospettando, incluso il barbecue messo a punto per il terzo tempo che accompagna sempre, come da tradizione, ogni evento rugbistico che si rispetti. Nel dubitare tuttavia che ciò possa accadere, i militanti della società hanno infine affermato, attraverso quello che è stato il loro ultimo comunicato sull’accaduto in questione che:

[…] non basta togliersi la divisa e infilarsi una maglietta da rugby per far finta di essere solo delle ragazze che giocano a rugby. Perché lo sport unisce, ma non può essere indifferente. Indifferente per esempio rispetto alla funzione della base di Sigonella. Troppo spesso si sente parlare a vanvera di una presunta neutralità del rugby, ci viene imposta la narrazione di uno sport specchio di una società priva di conflitti, in cui bisogna includere tutto e tutti, ma non la politica. Il nostro criterio invece è quello di unire attraverso contenuti forti, di viverli giornalmente negli spogliatoi, in campo e in città, anteponendoli anche alla competizione e al successo agonistico. Per due interi giorni la nostra pagina Facebook è stata sistematicamente bombardata da critiche, insulti e attacchi verbali. Ci teniamo innanzitutto a precisare che le dichiarazioni fatte non provengono dalla bocca del nostro allenatore ma da una squadra tutta, che ha deciso di organizzarsi orizzontalmente senza scale gerarchiche. Soffermiamoci un istante ad analizzare il tenore e la provenienza di questi commenti. Se ci sono stati alcuni rilievi genuini alla forma del nostro rifiuto, siamo stati perlopiù sommersi da invettive di chiara provenienza: insulti omofobi scritti in inglese da soldati delle basi, post infuriati di poliziotti mossi da spirito corporativo, messaggi privati che inneggiano al duce e candidati locali della Lega Nord che si proclamano candidamente nazionalsocialisti. Dulcis in fundo ci siamo imbattuti in un articolo di alto giornalismo contro l’intolleranza nel rugby, che paragona l’accaduto a un precedente episodio accaduto a Roma qualche anno fa, quando a un militante neofascista è stato impedito l’ingresso nel campo dell’ex Cinodromo occupato per disputare una partita. L’aspetto divertente è che l’autore dell’articolo in questione sia lo stesso fascista coinvolto nella vicenda, ed è inutile dire che ci riconosciamo nel gesto esemplare dei fratelli e delle sorelle degli All Reds, perché di certi rifiuti e certe scelte facciamo una bandiera. 

Rivendichiamo insomma pienamente i motivi della nostra decisione e rilanciamo questo comunicato, con cui abbiamo voluto prendere parola e chiarire la nostra posizione, invitando tutte le realtà rugbistiche a noi affini, ma più in generale il mondo dello sport popolare, partigiano e solidale, a condividerlo e a sostenerci.
È in questo spirito che chi vorrà condividere con noi due giornate di rugby e di festa è il benvenuto, il 2 e 3 giugno al Motovelodromo di Corso Casale.

Vivo, sono partigiano. Per questo odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Le giocatrici e i giocatori della Dynamo Dora Rugby.

Chi ha ragione, dunque, tra un gruppo di giovani, liberi cittadini appassionati di rugby, mossi da ideali di natura sociale e politica e gli esecutori di ordini che provengono da un potere che previene lo scontro con il popolo nascondendosi dietro le divise e le bandiere dei suoi cani da guardia?

La NATO rappresenta un interesse persino sovranazionale, anzi extra-nazionale e a farsene carico dovrebbe essere la politica, più che il rugby. Un campo di rugby deve sempre concedere a chiunque di poter dire la propria. Chi gioca a questo sport sa perfettamente che esso non ammette menzogna e che, per la sua natura sostanzialmente anarchica, è capace di mettere a nudo un essere umano contro un altro essere umano, secondo le leggi di uno scontro alla pari, indipendentemente e antecedente rispetto alla forma che, terminato il confronto, ognuno di noi torna ad assumere fuori dal campo, una volta restituito alle istituzioni e alle loro regole. Lo scontro che si realizza attraverso il contatto diretto dice sempre, senza mezzi termini, la verità decretando chi è il più forte.

Non sono mai le chiacchiere a decidere il risultato di una partita, ma il campo stesso. Ciò detto, se il campo si chiamasse Italia e il gioco si esprimesse attraverso le dinamiche di una democrazia sana, forte, senza scheletri nell’armadio e dunque non il fantasma istituzionale che aleggia oggi sulle nostre teste, questo dovrebbe sempre essere in grado di garantire, con le unghie e con i denti, piena sovranità a un popolo sul suo territorio.

Dunque, finché le basi NATO permarranno nei nostri confini, nessuno avrà il diritto di impedire al loro personale di potersi esprimere attraverso il gioco del rugby.

Volendo, questa è una posizione persino più radicale, assunta nei confronti di un paese unito e bravo a fare il tifo negli stadi, più che a riempire le piazze per ribaltare il potere a vantaggio di un popolo che, solo una volta liberatosi dall’ingombrante presenza straniera che ci assoggetta da 72 anni, potrà godere della facoltà di non doversi più porre il problema di cacciare o meno chi viene a chiedergli di poter partecipare a un torneo organizzato da una squadra, la Dynamo Dora Rugby, la cui risposta era da dare per scontata sin da subito. Ma, si sa, gli americani, esattamente al pari del progenitore inglese, provocano per costruirsi ad arte i propri nemici, per poi svincolarsene, facendosi liberatori. Neanche questo abbiamo ancora imparato in questo maledetto Bel Paese da sempre traboccante di popoli? Dovremmo fare tutti un bel viaggio di sola andata a ritroso ognuno nel proprio DNA. Sicuramente tutti, ancor prima che cristiani, musulmani, ottomani, comunisti, fascisti, italiani, americani, occidentali, orientali, ribelli, imbecilli, Sigonelle o Sigonelli, non potremmo non dirci fratelli.

È nostra la colpa di tutto ciò? No compagni, la colpa è solo del padrone, dell’unica creatura in tutta la fattoria che consumi senza produrre. Padrone è chi deruba un animale del proprio calore, chi beve il latte che non munge, chi addenta le mele che non raccoglie, chi mangia il grano che non miete. Padrone è chi si circonda di cani poliziotti per aizzarli contro altri animali. Compagni insorgiamo! Padroni maiali, domani prosciutti… ah, dimenticavo una cosa: chi ha paura ora… di chi? – G. Orwell, La Fattoria degli animali

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