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Liberi tutti

Contributo e foto a cura di Irene Cocco

Liberi tutti è un inno, una speranza, una storia futura, un’inevitabilità, poiché l’immigrazione è come la pioggia: inevitabile, a volte acida, necessaria. – Pietro Massarotto

Settantotto. Settantotto vite, settantotto sogni da realizzare, settantotto impavidi in una notte d’autunno pregando che il mare sia clemente e ci salvi la vita. Dimenticare quella da cui stiamo scappando e continuare a sognare. Adly, Walid, Med, Alì… È il trenta di ottobre.

Scorgere i contorni dell’isola è una preghiera che si esaudisce… Inshallah. Ora è inverno e siamo ancora qua. Due mesi di anestesia totale hanno placato il fuoco dei nostri spiriti e i nostri cuori avidi di libertà e nuove possibilità. Non ci sono opportunità qua. Tre pasti al giorno trangugiati in piedi o su lerci materassi di gomma piuma. Riso, patate, riso, patate, riso, riso e maccaroni. Siamo in carcere, ma ancora non sappiamo per quale reato.

Alle quattro del mattino scuotono con violenza i nostri letti, urlano svegliandoci di soprassalto, ci caricano sull’autobus verde disperazione. Prendiamo un aereo. Ormai sappiamo tutti che il lunedì e il giovedì le nostre speranze vengono recise in cinque minuti da un console indifferente, il decreto di rimpatrio ce lo vomitano come noi le lamette durante le proteste all’HotSpot, intrise di sangue. Quando invece cuciamo le labbra, il sangue rimane dentro ad avvelenarci. Ma nessuno ci soccorre. Siamo passati dallo smettere di nutrirci al nutrirci di dolore. Il nostro approdo è il foglio dei sette giorni: Il Questore di Agrigento ordina al cittadino straniero di lasciare il territorio dello Stato entro il termine di sette giorni dalla notifica del presente provvedimento presso la Frontiera di Palermo. Quando ce lo consegnano festeggiamo come dopo il digiuno al Ramadan. Ma non sappiamo mai a chi tocca se non quando scendiamo ad Agrigento dove diventiamo automaticamente nessuno. Appena messo piede in barca, appena deciso di prendere quel motore e quei legni assemblati con gli amici, non sappiamo più quale sarà la nostra identità. Solo che in Tunisia non vogliamo più ritornare. La Tunisia è il nulla. No lavoro, no libertà, solo botte per chi è troppo povero. Io ho imparato l’italiano da solo. Io ero un farmacista a duecento euro al mese. Io giocavo in Serie A e per uno spinello ho perso la mia vita dopo mesi di carcere. Io non ho potuto studiare, vorrei solo una bella vita, come tutti i ventenni del mondo. Io sono sopravvissuto al naufragio dei bambini e ne ho salvati due, mi hanno rimpatriato tre volte. Io non so leggere e sono bello come il sole.

Sono venuto in Italia, venuto da piccolo 

Arabo in Italia, quello che dicono

Scappato dal paese su una barca

Choft 3la 3inaya wled bladi kifech gharga

C’è chi si è salvato, c’è chi è morto

C’è chi è annegato, senza ritorno

Buongiorno l’Italia, ciao la Tunisia…

Clandestino, io voglio diventare ricco,

faccio contenta la mamma senza cadere a picco…

A Porto M troviamo amici Askavusa (a piedi scalzi) come noi, il Wi-Fi, il caffè e i croissant, lo sfincione, cuciniamo assieme e portiamo il pesce pescato o che ci hanno regalato i pescatori. Oussama, e conservatela però la lenza, eh! Almeno stiamo al caldo, vediamo sempre film diversi che ci fanno evadere da questo incubo, dalla noia e dall’inerzia quotidiane. Troviamo i giubbotti per un inverno che doveva essere altrove. E anche le scarpe, sì… Un po’ fuori moda, ma almeno con la pioggia…  E, poi, per l’outfit Maurizio e Pippo non sbagliano mai! Nella grotta tra i nostri ricordi e le memorie di altri naufraghi, qualche volta ci medicano anche le vesciche per il troppo camminare o i tagli della pesca. E poi c’è la Kenisa, la chiesa. Don Carmelo sorride ed è già casa.

Qual è la password per internet, chiamare famiglia io! Ho l’ansia, ho paura, di fronte camionette scure e persone armate: ma in Italia c’è la guerra? Mi inseguono, chi sono? Devo tornare al centro (HotSpot) ma io voglio la libertà! Voglio un lavoro, la dignità, voglio tornare dal mio bambino in Belgio, da mio fratello in Francia, da mio padre da quarant’anni in Italia, da mia sorella che mi chiama ogni giorno piangendo. Perché con la mia carta d’identità non posso andare ad abbracciare i miei nipotini? Voglio andare a Verona e imparare l’italiano, e io da mio fratello che ha una serra vicino a Ragusa, ho già il contratto!

Kaboura, piccola, scappa, scappa, scappa, non fa niente se non mi saluti oggi, un giorno verrò a trovarti a Parigi, vuoi mettere la storia su Instagram con la Tour Eiffel?

Siamo dimagriti, la pelle ormai è quasi gialla, vogliamo andare via. Non ci bastano più i sorrisi al posto dei diritti, quelli invisibili e sacrosanti che nessuno dovrebbe mai toglierci. C’era una volta la Carta Universale dei Diritti dell’Uomo.

Maurì, Annalì, Frà, Lì, Marì, Irè, Pà, Sì, Albè, Tommà mandat, mandat j’ai besoin d’argent! Je dois manger! Ma mangia al centro, no? Che glieli vogliamo regalare questi trentacinque euro al giorno? No, no buono, male, e poi mangio e subito dopo dormo, ho bisogno di stare sveglio, ho bisogno di vivere! Anche i nostri bambini: di leggere, di scrivere, di disegnare, di giocare, di sognare… Occhi sgranati per via Roma, qualche volta ci fermiamo all’oasi tra i sorrisi avvolgenti di Paola, Anna, Floriana, Francesca e di tutti i bambini e ragazzi della Biblioteca Ibby di Lampedusa.

Nei bar ci guardano storto, non capiscono, non ci parlano. Per capire basterebbero due parole o due sguardi un po’ più profondi, ma contribuiamo solo a far girare l’economia. La pizza da Ciccio’s è la più buona di Lampedusa, non possiamo non tornarci ogni sera. Pizza coool tonno! No halouf (carne di maiale)! E poi il pesce ce lo grigliamo pure a la campagna. La notte ci accoglie, ci coprono le stelle e possiamo respirare senza recinzioni… Venite anche voi? Noi lo cuciniamo meglio il pesce. E poi caffè solo da Francesca: Partager le Wi-Fi, s’il vous plaît et aussi la vie e ton sourire lunaire.

Siamo tutti Harragas, quelli che bruciano le frontiere. Tam l’ha bruciata fino a Parigi, A. fino a Ragusa, M. anche fino al confine parigino, ma lui era un prof., ci è arrivato in ventiquattro ore. H. dalla gelida Milano è tornato al Sud e fa il muratore. A. ha trascorso il Natale con una famiglia italiana e forse ora inizia a giocare a calcio. W. ha provato a bruciarla tra i rifiuti sul camion ma ha bruciato solo i suoi polmoni. Poi c’è R., R. è piccolo ma nessuno gli crede. Ha solo voglia di mandare messaggi e video a tutti i suoi amici per convincerli di essere felice qua, in Italia. Dove c’è la libertà, dove non ti manganellano per una cartina di tabacco, dove non ti incarcerano se ti diverti con i tuoi amici e se balli, balli, balli, papapapapapapapapa, come sotto estasi, e, invece, sei solo contento di poterti muovere ascoltando la musica senza le fascette ai polsi e il filo spinato intorno. Ce soir j’oublie tout e je me tape de vos discours. Insomma, me ne fotto! Abbiamo acquisito anche questo diritto in Italia no?

Ora canto, Youssuf, le tue parole non le capiamo ma l’anima dentro la scuotono, saranno anche il vino, la minestra di legumi di Moris e i primi pandori al cioccolato… Sono i re magi, Youssuf, Bachir e Montasar detto Lass, è il numero uno. E lui sa perché.

Sessantasei giorni a Lampedusa, Alì vede una donna, la vede da quando ha dormito in un’auto abbandonata per alcune notti, la paura si è trasformata in una figura da amare per non rimanere soli. Lei però non esiste, esistono la solitudine, le maledizioni, i cattivi e il non essere più. Per esistere. Spezzarsi il collo per spezzare le catene. Sembra quasi logico. La libertà vale più del mio osso del collo. Non lo accompagnano più i mostri, né uomini armati all’aereo o alla nave, ma i suoi compagni che ne accarezzano il dolore, che hanno soffiato tra le sue labbra l’ultimo fiato per salvarlo. Inutilmente. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti. Questo si sa chi è.

I migranti sono l’avanguardia della società, rompono gli schemi e portano avanti i sogni. – Moncef

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