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Lettera a Said, un amico curdo-siriano

Said,

riuscirai a innamorarti di nuovo? Bacerai qualcuno senza sentire il sapore della polvere sollevata dalle macerie? Camminerai ancora? Sei vivo? Sei vivo o morto, Said? La Siria è una tomba di cenere.

Torno a casa, in un palazzo che non teme di cadere e penso che nello stesso momento un mondo si sgretola per sempre. La tua storia l’ho raccontata qui, anche se certe storie non hanno parole. Ma sento crescere dentro il dovere di narrare, quella necessità pungente di restituire una voce a chi non può averne. E anche scrivere per testimoniare è una forma di libertà di cui ti hanno privato. Questo mio rivolgermi a te è un palliativo per gestire la rabbia e la profonda impotenza per un popolo orfano di compassione e solidarietà sul palcoscenico di un dramma sotto lo sguardo silenzioso di tutti. La tristezza non aveva casa,/ così l’abbiamo accolta con calore nelle nostre/ come una di famiglia: recita un verso di una poesia curdo-siriana. Sento i vostri echi di rassegnazione dopo anni di guerre.

Sei vivo?

La tua, la vostra, è una storia di sofferenza e sopraffazione. È la sfortuna di un uomo che è stato punito già prima di nascere, con la colpa fatale di venire alla luce a una latitudine sbagliata e crudele. La casualità di essere in balia della scacchiera mediorientale e di esserne il tragico protagonista. Ti chiedo scusa perché non ho mai vissuto sotto le bombe, non so cosa si prova a vedere distrutta la casa in cui si è cresciuti, sentirsi sradicati ed estirpati dalla terra nuda del proprio popolo smembrato tra Iraq, Iran, Turchia e Siria e condannato a persecuzioni atroci. E ora, Said, sei vivo o morto? Tradito da amici, attaccato da nemici. Ti chiedo scusa perché non so cosa significa perdere i piccoli rituali costruiti negli anni, trascinarsi addosso un’eredità di guerra e sangue, sentire nella pelle quell’orrore senza poter fuggire. Nessun luogo sarà troppo lontano. Nessun luogo per te sarà mai casa.

Sei vivo?

Vi hanno distrutto ogni possibile casa in ogni possibile posto del mondo. Hai lasciato la Siria per rifugiarti sul confine turco-siriano ma la tua vita è tracciata per sempre. Continuerete ovunque, irreversibilmente, a scendere a patti con la malinconia, a combattere con l’amarezza della distruzione di quello che eravate e di quello che siete. Siamo stati ingenui, forse troppo ottimisti, a pensare che la Siria non si sarebbe sfaldata, che tutto avrebbe ripreso a ricrescere prima o poi. Ma l’eredità del dolore andrà oltre l’ultima bomba. Sarà una marchiatura eterna della tua gente, l’unica che ha combattuto concretamente nel Medio Oriente contro una minaccia terroristica internazionale, che ha protetto l’Occidente dall’ISIS e dai suoi fanatismi, per poi essere abbandonata dall’alleato americano. Cosa pensi del costo umano che il tuo popolo ha dovuto pagare, Said? 12 milioni di uomini e donne, di persone vive e reali, con le loro prime volte, i loro amori, le loro passioni. 12 milioni di uomini e donne per debellare l’organizzazione jiadista salafita di cui tutti hanno parlato ma per cui così poco è stato fatto. Cosa ha pensato nelle milizie curde tuo figlio quand’è morto?

Sfruttati dall’America per evitare ripercussioni terroristiche a livello internazionale, abbandonati su ogni fronte. Sentirsi dire: Non abbiamo mai abbandonato i curdi, che sono persone speciali e combattenti meravigliosi e poi vedersi lasciati in pasto alla Turchia. Permettere a Erdoğan di entrare, violare ancora una volta il vostro corpo e attuare il sacrilegio più grande: uccidervi, disintegrarvi in mille possibili modi, letteralmente e spiritualmente. Invadere il vostro spazio e la vostra vita con la peggiore strategia attuabile nel vostro Paese. Creare una safe zone non attraverso il ritiro militare – proposto dalla NATO – ma attraverso l’attacco diretto contro di voi in prossimità del confine turco-siriano. Entreremo una notte, senza preavviso, a qualunque prezzo: non c’è poi molto da dire.

Non ricordo la prima volta in cui mi hanno spiegato il significato della guerra. Forse avevo 10 anni e impresso lo shock della scoperta di una realtà diversa, troppo ingiusta. Non si può accettare un mondo ipocrita che predica valori che non mette in pratica. La nostra forza non può derivare dalla vostra disgrazia. Non posso credere in un mondo che affama e un mondo affamato. Ogni anno, durante la Giornata della Memoria, sento sussurrare mai più.  Invece accade, continuamente, ogni mattina, in forme diverse, in forme nuove, di furbizia travestite.

Voglio dissentire dal mio mondo: ti dico no, Said, no perché non posso permettere che tu soffra, né altri come te. La rabbia è un sentimento semplice, forse troppo elementare, ma è la risposta più vera e lucida. E se ciascuno la sentisse propria, questa rabbia, ci mobiliteremmo tutti. Io mi rifiuto di veder continuare a morire milioni di persone senza la consapevolezza dei Paesi che, trionfanti, si dichiarano primo mondo ma governati da uomini che Uomini non sono. Che primo mondo è se accetta il massacro quotidiano del terzo mondo e poi si indigna per molto meno?

Primavera di Pace: così la Turchia ha chiamato ridicolmente il suo attacco. Erdoğan ha colpito nella notte nei pressi della frontiera di Simalka, tra Iraq e Siria, tra il dissenso tanto diffuso quanto silenzioso del resto del mondo. Aggiungere l’ulteriore e fatale tassello alla sofferenza di un Paese distrutto: qualcosa di semplicemente evitabile che coinvolge tante minoranze, troppe comunità, troppi turcomanni, arabi e curdi. E perché, Said? Semplicemente non vi vogliono in prossimità del proprio confine. La Turchia non distingue tra militari e civili: sta colpendo tutti indiscriminatamente.  Scuole, ospedali, chiese, persino un presidio medico della Mezzaluna Curda. Quello turco è un attacco che non rispetta alcun corpo giuridico di diritto umanitario né i trattati internazionali delle vittime di guerra della Convenzione di Ginevra. Solo nella prima sera ci sono stati 60mila sfollati e due vittime provocate da razzi e colpi sparati. Persino a un bambino siriano di 9 mesi. Erdoğan rivendica di aver colpito 181 obiettivi curdi, ha l’orgoglio assassino di chi si macchia di crimini contro l’umanità.

Come possiamo farci perdonare? L’Unione Europea ha chiesto una soluzione non militare invitando la Turchia a ritirarsi e l’America a rivedere le sue posizioni: ha anche chiesto una riunione di emergenza per evitare un genocidio. Gli USA, che tanto rivendicano la vittoria contro l’ISIS, hanno innescato un tragico domino che potrebbe determinarne il ritorno. Ma come posso spiegarti io, Said, che tuo figlio è morto inutilmente? Che con le ultime vicende si affaccia la minaccia del risveglio delle cellule dormienti dell’ISIS, i cui membri sono detenuti nelle prigioni delle zone sotto attacco? Come si spiega a un padre che ha perso tutto che la cosa più importante che aveva si è martirizzata senza una ragione?

C’è poi un’altra minaccia che si affianca a gran voce e senza vergogna. Non solo vi hanno tolto tutto, vogliono anche rispedirvi tra le macerie con totale indifferenza sulle vostre sorti. Lo scopo? Diminuire l’intensità dei flussi migratori verso le città turche, in particolare la provincia di Gaziantep che ti ha accolto quando sei scappato dalla guerra e che ora non ti vuole più. Nel mondo, c’è chi alla vita umana dà un prezzo e la Turchia ha minacciato noi di mandarti in Europa qualora l’Europa ostacolasse l’offensiva contro i curdi, facendo saltare l’accordo con Bruxelles. Uomini che trafficano con la stessa normalità di un bonifico bancario internazionale. Vuoi sapere quanto costa la tua vita? La Turchia ha mantenuto 6 miliardi di euro per ospitare 3.6 milioni di profughi siriani. Ho preso carta e penna, Said, mi sono seduta e ho fatto il conto con una rabbia che nemmeno immagini: la tua vita vale esattamente 1666.66 euro. Il prezzo di un volo intercontinentale andata/ritorno in alta stagione. Il prezzo della prima rata universitaria. Neppure un anno di affitto a Roma. 1666.66 euro. La tua vita costa così.

Hai visto la morte con gli occhi ed è stata la prima cosa a sfiorarti. Hai visto la vita modellarsi su di essa, hai visto creare solo in funzione di distruggere. Non c’è misericordia per chi è cresciuto nella paura ed è stato accerchiato dalla violenza. Come fa una società a sopravvivere davanti a un dolore così grande? Come fa un bambino a restare bambino? Per te è anormale morire per cause naturali e, ormai, consideri normale morire sepolto da macerie. Hai imparato a vivere con la morte e a riformulare la nascita in base all’ultimo respiro. Come possiamo far parte di un mondo in cui ogni logica è stata rovesciata? In cui piuttosto che trovare libertà nella vita si trova libertà e pace solo morendo?

Sei vivo?

Essere traditi è un po’ come morire. Dovevamo sostenervi ma abbiamo fallito per l’inerzia delle comunità internazionali e per la mancanza di movimento in massa. Non vi abbiamo riconosciuto. In voi abbiamo visto l’altro e non siamo riusciti a specchiarci noi stessi. Qualcuno ci ha provato. Ci sono state invocazioni di artisti e letterati, da Dacia Maraini a Zerocalcare, il fumettista che nel 2015 partì per raccontare la vita con il tuo popolo nel cuore del Rojava: Non lasciamo che Kobane torni sotto il giogo dello Stato islamico, simbolo della resilienza e resistenza di un popolo straordinario. Agli appelli si è aggiunto anche quello della famiglia di Lorenzo Orsetti, volontario italiano nelle milizie curde ucciso dall’ISIS: Davvero non vogliamo fare nulla per impedire questa nuova guerra?. Io sì, Said, io voglio fare qualcosa.

Sei vivo?

Non lo so più: sei vivo o morto? È atroce chiederselo. Non possiamo comunicare, non avete collegamento, non avete internet, non avete voce. E per noi, per contraltare, diventa così ancora più significativo il compito di cogliere la storia del tuo dolore. Rivendichiamo il nostro diritto di informazione e il dovere di prendere posizione. Racconterò di te, allora, di un dolore che parla una lingua universale per cui non esiste confine. Racconterò una storia che non parla in arabo né nell’inglese traballante con cui mi hai ospitato nella tua vita a Gaziantep, come sa fare solo chi sarà un ospite per il resto del proprio cammino, senza trovare mai casa.

Spero potrai perdonarci, un giorno. Ciao, Said.

Lettera a Said, un amico curdo-siriano
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