Il Fatto

L’Espresso di nuovo sotto attacco: davvero destra e sinistra non esistono più?

Destra e sinistra non esistono più, dicono sia così. Da anni non fanno che ripetercelo, e lo fanno talmente tanto spesso che in molti hanno finito per crederci, convinti pure loro che si tratti di discernimenti ideologici ormai del tutto superati, desueti, fuori tempo. In modo particolare, lo dicono da quando la storia sta subendo un rapido processo di revisione, da quando cioè la libertà di pensiero si è trasformata in sdoganamento delle più vili e luride opinioni, intrise come sono nella loro aggressività che nulla ha a che fare con la nobiltà di un ideale. Un indottrinamento, quello al quale si è stati sottoposti, che ha portato a un’illusione di comunità aperta, di società slegata dal ragionamento unico che distingue in bene e in male secondo dei parametri di umanità che, tuttavia, non sempre e non a chiunque risultano oggettivi e indiscutibili perché da buonisti. In cambio, l’arruolamento di nuove reclute pronte a difendere patria, famiglia e chiesa prima sui social e poi per strada, luoghi dai quali, a lungo, hanno dovuto tenersi lontano e che adesso, invece, stanno restituendo loro nuova linfa vitale.

Ecco che, allora, le due ideologie hanno smesso di esistere nel linguaggio come nel giudizio da quando si è deciso che chi le nega abbia ragione, che sostenere che sia così significhi ammettere la verità che non è, sebbene nel guardare a sinistra – ben più a sinistra del PD – si faccia fatica a trovare un qualche barlume di speranza che sappia di militanza attiva realmente rappresentata. Se non esistessero più le due fazioni, infatti, non ci si spiegherebbe come siano possibili numerose rimostranze che riportano il calendario a un passato ancora fin troppo prossimo a cui nemmeno la Costituzione ha potuto strappare le pagine. Un passato segnato da quel fascismo che oggi chiamiamo goliardia o, nel più comune dei casi, tifo da stadio, insomma un qualcosa di futile. Episodi di intolleranza, violenze verbali e fisiche, vere e proprie ronde, raduni, marce commemorative, una caccia all’uomo nero – rom, senzatetto, omosessuale – avvolti nel tricolore: tutto, ma proprio tutto, fa pensare a uno squadrismo di ritorno fiero e senza paura. D’altra parte, perché averne se, finalmente, c’è un governo che lo sostiene e lo incita senza vergogna o remora alcuna? Perché farlo se in discussione si mettono persino le leggi Scelba e Mancino?

Appena poche ore fa, a Roma, due giornalisti de L’Espresso sono stati violentemente aggrediti al cimitero del Verano. Il cronista Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti, infatti, si erano recati sul posto per documentare una manifestazione organizzata dai militanti nostalgici di quando c’era LVI – in particolare dal movimento Avanguardia nazionale, sciolto già negli anni Settanta perché eversivo – al fine di ricordare i morti di Acca Larentia, anzi, per dirla con parole loro, per commemorare tutti i camerati assassinati sulla via dell’onore. Al grido di L’Espresso è peggio delle guardie, con spintoni, calci, schiaffi e minacce hanno intimato ai due professionisti di consegnare la scheda di memoria della macchina fotografica, poi hanno chiesto documenti, cellulari e portafogli, cancellando ogni traccia della giornata, forse perché tra loro pare fosse presente un esponente di rilievo di Forza Nuova in stato di sorveglianza speciale. Su richiesta, anche il Capo del Viminale, il Vicepremier leghista, ha detto la sua in merito: «Il posto giusto per chi aggredisce è la galera. Poi possono aggredire giornalisti, netturbini, poliziotti, operai, muratori o dipendenti dell’AMA, chi mena le mani va in galera». Nessun tweet o post, però, sui canali social ufficiali mai domi di invadere le bacheche degli utenti dello Stivale.

Una condanna, dunque, che è parsa blanda a chiunque si stia abituando ai toni ben più sprezzanti del maschio lombardo, soprattutto quando il tema riguarda lo straniero o quando, nelle stesse ore dell’agguato neofascista di casa nostra, questi ha esternato solidarietà a un tale Frank Magnitz, deputato e responsabile dell’Afd – il partito di estrema destra tedesco –, massacrato dal branco di sinistra. Come se in Italia non fosse successo nulla. Come se anche nella violenza ci fosse la necessità di scegliere chi e cosa colpevolizzare. Non è mancata, quindi, la replica stizzita della testata: Non ci accontentiamo, non ci possiamo accontentare. Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini è intervenuto per commentare l’aggressione fascista ai nostri giornalisti Federico Marconi e Paolo Marchetti solo alcune ore dopo e soltanto perché sollecitato dalle domande di un cronista. […] non ci accontentiamo del suo bla bla di circostanza, un dichiarare vuoto, soprattutto se paragonato alle esternazioni torrenziali ed eccitate con cui inonda più di una volta al giorno i social e i teleschermi. Difficile non essere d’accordo, difficile credere che chi indossa giubbotti firmati CasaPound pensi a seri provvedimenti immediati. Ancor più inutile pretendere reazioni dagli alleati di governo che, come spesso accade, preferiscono tacere, forse memori di quando Beppe Grillo apriva le porte del MoVimento 5 Stelle anche ai militanti all’ombra della tartaruga capovolta perché l’antifascismo è un problema che non gli compete e questa è democrazia. Un’incostituzionale lavata di mani che ricorda il più rozzo dei Ponzio Pilato, rei – tutti – del ritorno dell’ombra nera che segue ogni passo di questa nazione in fin di vita.

Per mano di Giulio Cavalli, ieri Left titolava così: I fascisti non esistono. Le loro vittime sì. E siamo noi, tutti quanti noi che non ci riconosciamo con quella brutalità di pensiero e di azione, quelli per i quali il nero deve affinare la silhouette e non il cervello, quelli secondo cui Mussolini – qualcuno lo dica al neo esperto in materia Sergio Pellissier – non ha fatto anche cose buone, nemmeno per sbaglio. Gli stessi che ormai si nascondono per paura, per non soccombere, per il timore che qualcuno ascolti e reagisca, perché la sensazione di essere una minoranza è forse più grande di quanto nei fatti sia concreto tale presentimento. Siamo noi che la Costituzione l’abbiamo sofferta, desiderata, amata e oggi ce la vediamo strappare via. Noi che non abbiamo bisogno nemmeno di magliette rosse per essere semplicemente ciò che siamo: umani.

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