Cultura

L’invenzione “maravigliosa”: Baudelaire, il Salon del 1859 e l’estro del dagherrotipo

“In questi nostri tempi tristi, è sorta una nuova industria che ha contribuito non poco a rafforzare la stupidità nella propria fede e a distruggere quanto poteva restare di divino nello spirito francese è quello che espresse Charles Baudelaire nei suoi Scritti sull’arte. Il problema principale, secondo lo scrittore, consisteva nella conoscenza di quei procedimenti attraverso i quali si poteva creare o sentire meraviglia.

Anche se il Bello era sempre stupefacente, fu assurdo supporre in quegli anni che lo stupefacente fosse sempre Bello. Il pubblico dell’epoca ormai desiderava essere continuamente stupito con mezzi estranei all’arte e i suoi artisti “docili” si adattarono al suo gusto, tanto da colpirlo e sorprenderlo con stratagemmi tutt’altro che nobili.

Baudelaire raccontò, nella lettera che scrisse al Direttore della Revue Française nella sua rassegna de Le Salon de 1859, come, per la società altolocata del suo tempo, il “credo” nella pittura e nella scultura fosse legato alla natura e come l’arte fosse e non potesse essere altro che la riproduzione della natura stessa.

Proprio per questo motivo, l’unica industria in grado di dare un prodotto identico alla natura avrebbe dovuto essere l’arte assoluta. Il poeta francese si espresse a proposito affermando: Un Dio vendicatore ha esaudito i voti di questa moltitudine. E Daguerre fu il suo messia.

Tuttavia, fu Joseph-Nicéphore Niepce a fissare per primo un’immagine del mondo. Data la sua incapacità nel maneggiare la matita, questi pensò di ottenerne una in modo automatico, mediante l’azione di raggi luminosi. Un’idea che enunciò così: “Scoprire nelle emanazioni del fluido luminoso un agente capace d’impressionare in maniera esatta e durevole le immagini trasmesse dal procedimento dell’ottica e il modo come ottenere un’impronta che non si alteri rapidamente”. Nel 1816 riuscì a ottenere nella camera oscura un’immagine su una carta impregnata di cloruro d’argento e di acido nitrico, i cui colori, però, risultarono invertiti. Realizzò, allora, quello che oggi si chiama negativo, il quale permette di ottenere le copie positive di un determinato fotogramma. I risultati, purtroppo, furono a lungo insoddisfacenti a causa dell’impossibilità di imprimere permanentemente le impronte.

Soltanto nel 1822 Niepce riuscì a fissare l’immagine sul vetro, dandole il nome di eliografia. Ciò avvenne, quando adottò come sostanza fotosensibile il bitume di Giudea, che ha la capacità di indurirsi se esposto al sole per un certo periodo di tempo e, contemporaneamente, di sbiadire il suo tono. Nonostante le lunghe ore di posa, il fotografo francese continuò instancabilmente a riprendere dalla sua finestra quelli che egli chiamò points de vue, ai quali è stato dato poi il nome di fotografie.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre, sin dal 1825, iniziò a fare ricerche sulle sostanze fotosensibili. Pittore di talento, specializzato in scenografia teatrale, creò uno spettacolo all’epoca molto in voga, che aveva chiamato diorama, consistente nell’allestimento di gigantesche scenografie trompe l’oeil, realizzate con tele semitrasparenti dipinte con prospettive di luoghi e edifici famosi, cercando di ricostruire suggestioni di spazi reali, con artifizi di luce e di effetti ottici.

Quando questi venne a conoscenza dei risultati ottenuti da Niepce, decise di mettersi in contatto con lui, soprattutto perché i suoi esperimenti fotografici lo ponevano di fronte a numerose difficoltà. Dopo un fitto scambio epistolare, il 14 dicembre 1829 Niepce firmò un contratto di associazione con l’artista francese per proseguire con le sperimentazioni. Quando il fotografo morì nel 1833, a Daguerre rimase il compito di continuare le ricerche. Nel 1837 scoprì casualmente che sulla lastrina di rame argentato si determinava un’immagine latente, quindi invisibile, realizzata con un tempo di esposizione piuttosto breve rispetto alle prove precedenti. Tale immagine, però, doveva essere rivelata con vapori di mercurio per divenire evidente. Dopo vari tentativi in diverse direzioni, lo studioso trovò il modo di fissare l’immagine utilizzando sale marino e mercurio, battezzando questa invenzione “dagherrotipo”.

Il 7 gennaio 1839, data tutt’ora considerata quella ufficiale dell’invenzione della fotografia, Daguerre decise di far conoscere la sua creazione grazie all’aiuto dell’astronomo François Dominique Arago, il quale comunicò all’Accademia delle Scienze di Parigi, presentando alcune lastrine dagherrotipiche, la straordinaria rivelazione: “Il signor Daguerre ha scoperto schermi speciali sui quali l’immagine ottica lascia un’impronta perfetta, schermi dove tutto quello che l’immagine conteneva viene riprodotto nei più minuti particolari con esattezza e finezza incomparabili.”

Arago sin dal primo momento sostenne il progetto: “Voi non permetterete che lasciamo a nazioni straniere la gloria di donare al mondo della scienza e dell’arte una delle più meravigliose scoperte che onorano il nostro paese”. Ma soltanto il 19 agosto 1839, davanti alle due Accademie riunite, rivelò finalmente il modo per ottenere il dagherrotipo. “Da oggi la pittura è morta”, esclamò il pittore Paul Delaroche, dopo aver assistito al procedimento.

Quando un’invenzione è nell’aria, sollecita sempre numerosi ricercatori e sperimentatori. La fotografia non sfuggì alla regola. L’inglese William Henry Fox Talbot, matematico, filologo, uomo di grande cultura, fu uno di questi. Nel 1833, passeggiando sulle rive del Lago di Como, pensò a come prendere una camera obscura e a proiettare le immagini degli oggetti su un pezzo di carta […].

Dal 1834 Talbot compì le prime prove e perfezionò il suo primo procedimento fotografico chiamato photogenic drawing, giungendo così alla tecnica del calotype process, la calotipia. Le immagini vennero ottenute tramite l’impressione diretta della luce, ponendo foglie, petali e altri oggetti trasparenti su di un foglio di carta da lettere, sensibilizzato con i sali d’argento ed esposto al sole. Si otteneva così il calotipo: un’immagine negativa fissata su carta sensibilizzata. L’inventore presentò ufficialmente il progetto l’8 febbraio del 1841, raggiungendo rapidamente una grande abilità tecnica.

I suoi ritratti di personaggi hanno una bellezza che non può lasciare insensibili e i suoi castelli non sono semplici documenti, ma opere d’arte.

E proprio a lui si deve una delle prime affermazioni inerenti all’estetica della fotografia: “Un raggio di sole fortuito o un’ombra sulla strada, una quercia rinsecchita dal tempo, una pietra coperta di muschio, possono destare una serie di pensieri, di sensazioni, di fantasie pittoresche.”

Fu proprio questa meravigliosa invenzione a scontrarsi, sin dalla sua nascita, con artisti e poeti. Essa, infatti, fornì dati certi sulla vita di ognuno: sul modo di muoversi, di vestire, di uccidere, di ridere, di fare l’amore, di atteggiare la faccia al dolore, al piacere e così via.

Con la fotografia la mano si vide, per la prima volta, scaricata dalle più importanti incombenze artistiche, oramai assegnate all’occhio che guardava nell’obiettivo. Poiché l’occhio è più rapido ad afferrare che non la mano a disegnare, il processo della riproduzione figurativa venne accelerato al punto da essere in grado di star dietro all’eloquio.

E allora la folla disse a se stessa «Giacché la fotografia ci dà tutte le garanzie desiderabili di esattezza (credono proprio questo gli stolti!), l’arte è la fotografia». Da allora, la società immonda si riversò, come un solo Narciso, a contemplare la propria immagine volgare sulla lastra. Una frenesia, uno straordinario fanatismo si impossessò di tutti questi nuovi adoratori del sole. Qualche scrittore democratico non ha potuto non vedere in questo il mezzo di diffondere, a buon mercato, nel popolo il disgusto della storia e della pittura, commettendo così un doppio sacrilegio e offendendo a un tempo la divina pittura e l’arte sublime dell’attore. E qualche tempo dopo, migliaia di occhi avidi si chinavano sui fori dello stereoscopio come sui lucernari dell’infinito.

Questo significò per Baudelaire la nascita della invenzione “maravigliosa”, considerata il rifugio di tutti i pittori mancati, troppo poco dotati o troppo pigri per portare a piena esecuzione i loro studi.

[…] che i progressi distortamente applicati alla fotografia abbiano contribuito non poco, […] all’impoverimento del genio artistico francese. La poesia ed il progresso sono due esseri ambiziosi che si odiano e, dato che si incontrano sulla stessa strada, bisogna che l’uno si sottometta all’altro. Se si consente che la fotografia supplisca l’arte in alcuna delle sue funzioni, in breve sarà soppiantata o corrotta, in virtù dell’alleanza trovata nell’idiozia della massa. La fotografia dovrebbe tornare al suo vero compito, quello di ancella delle scienze e delle arti, piena di umiltà. Che la fotografia arricchisca l’album del viaggiatore e restituisca ai suoi occhi la precisione che può far difetto alla sua memoria, che adorni la biblioteca naturalista, ingrandisca gli animali microscopici, rafforzando con altre notizie le ipotesi dell’astronomo; che essa sia infine il segretario, il taccuino di chiunque abbia bisogno di materiale esatto, che salvi le rovine cadenti, i libri, le stampe ed i manoscritti che il tempo divora, tutto questo non dà luogo a discussione, ma merita bensì gratitudine e lode. Ma se alla fotografia si concede di sconfinare nella sfera dell’impalpabile e dell’immaginario, soltanto perché l’uomo vi infonde qualcosa della propria anima, allora siamo perduti!

Fu questo ciò che scrisse Baudelaire nella già citata lettera al Direttore della Revue Française, in cui la fotografia fu ammessa per la prima volta, ma con un ingresso particolare, diverso da quello dei quadri e delle incisioni. La tendenza “realista” e “positivista” presente nell’arte a lui contemporanea, il dominante gusto per il Vero, furono all’origine del diffuso fascino per la fotografia, costituito da un’immagine che si presenta come replica esatta e impassibile del vero. Lo scrittore francese vide e denunciò in questo successo una forma di fanatismo e di attaccamento al vero naturale, dietro cui si nasconderebbe un amore dell’osceno.

Il periodo di fioritura della fotografia coincise con il suo primo decennio, quello precedente la sua industrializzazione, anche se già allora esistevano ciarlatani che, acquisita la nuova tecnica, la utilizzarono per scopi mercantili. Questo fenomeno, tuttavia, fu più vicino alle arti delle Esposizioni annuali che non all’industria. Anche se con il passare del tempo, l’industria si impadronì del settore.

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