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L’ennesima goliardata

Negri di m… immigrati schifosi, dovete sparire! Andate a casa vostra! Era proprio lì, a casa loro, che stavano rientrando, dopo un lungo turno di lavoro, i due giovani aggrediti la notte tra sabato e domenica dello scorso weekend nel pieno centro di Roma, in Piazza Cairoli. A pochi metri, il Ministero della Giustizia. Ventisettenne bengalese il primo, egiziano il secondo, sono stati accerchiati da una decina di ragazzi, forse di più, che senza esitare ha iniziato a offenderli, spintonarli e urlare frasi irripetibili – chiaramente di stampo razzista – per poi passare all’azione con brutali calci e pugni.

Non so perché mi hanno picchiato. Volevo solo prendere il bus per tornare a casa. […] Ci hanno preso di mira, prima ci hanno insultato, ci hanno chiamato negri, poi giù botte. […] Non ho mai fatto male a nessuno. Penso solo a lavorare e a tornare a casa. Quando urto qualcuno per sbaglio, chiedo subito scusa. Non voglio problemi, non ne ho mai avuti. Ma allora perché mi hanno ridotto così?

Kartik Chondro, questo il nome della vittima proveniente dal Bangladesh, è stato trovato poco tempo dopo dalla polizia, accorsa sul posto grazie a una segnalazione, mentre era sanguinante a terra, in compagnia dell’amico pestato a sua volta. Oggi si trova in ospedale con traumi e fratture al volto, al naso, alla mandibola e agli zigomi, e ancora non riesce a darsi una spiegazione, a capire il perché di tanta violenza. Ahinoi, però, la risposta è piuttosto semplice.

Nemmeno quaranta minuti dopo l’accaduto, infatti, a non molta distanza dal luogo della vessazione, le forze dell’ordine hanno fermato in via delle Botteghe Oscure cinque dei ragazzi coinvolti, un diciassettenne, tre diciottenni e un diciannovenne, denunciati per lesioni aggravate e percosse. Tra loro anche Alessio Manzo, il neo-maggiorenne ritenuto responsabile materiale dell’aggressione, arrestato per tentato omicidio a causa di un colpo sferrato in pieno viso mentre Chondro era impossibilitato ad alzarsi. Sui suoi profili social, saluti romani, rimandi al Führer e al Duce, svariati cam. (per camerata) a precedere il nome, slogan ultranazionalisti, simboli fascisti tra le mura del proprio appartamento e frasi nostalgiche: Mussolini, spero nel suo ritorno per salvare questa Italia.

Negli ultimi mesi, gli episodi di violenza nel nostro Paese – in particolar modo a danno di categorie ritenute socialmente più deboli perché in minoranza – non sono di certo mancati, anzi, si sono ripetuti con una frequenza e un tasso di brutalità tali che continuare a sottovalutarli o a ritenerli slegati tra loro si sta rivelando sempre più un grosso errore dalle conseguenze gravi per chi li subisce. Quelle a cui stiamo assistendo, inutile nasconderlo ancora, sono, infatti, chiare manifestazioni di fascismo, di squadrismo, di ronde organizzate per punire il “diverso” – omosessuali, immigrati e comunisti in primis –, azioni contro legge e contro Costituzione, che vanno arginate in tutti i modi, affinché la libertà di emularle non si propaghi a dismisura, riportandoci indietro di un bel po’ di anni. Iniziare a etichettare con il giusto nome le ondate di balordaggine, quindi, potrebbe risultare l’unico primo passo utile per circoscrivere il problema e tentarne una risoluzione definitiva.

Solo pochi giorni prima del vile attacco di Piazza Cairoli, la Capitale era stata protagonista di un’altra circostanza preoccupante che aveva visto diffondere immagini di Anne Frank, una delle più note vittime dell’Olocausto, con indosso la maglia giallorossa in segno di offesa da parte di alcuni beceri tifosi laziali nei confronti degli antagonisti romanisti, per l’occasione definiti ebrei, parola che sugli spalti degli stadi italiani sta a indicare una forte discriminazione. Mentre la legge faceva il suo corso, però, tra lo sdegno di mezzo mondo, in molti in Italia hanno pensato di poter catalogare l’episodio come una goliardata, l’ennesima bravata di un gruppo di sostenitori di una squadra di calcio. E qui il ricordo dell’assassinio di Ciro Esposito, ucciso dalla mano armata di Daniele De Santis – anche in questo caso ultras sostenitore dell’A.S. Roma, come Alessio Manzo e i ragazzi che lo hanno accompagnato nella sua spedizione punitiva –, torna subito alla mente.

Può un omicidio essere una bravata? E il pestaggio di due vittime innocenti lo è? Può la memoria della Shoah trasformarsi in un dileggio? Non è smettendo di stigmatizzare che si evita di riportare in auge i peggiori periodi della storia dell’umanità. Sebbene qualcuno storcerà il naso, reputandola una forzatura, gli accaduti citati non possono non essere accomunati e posti su di un piano di gravità piuttosto comparabile. Alla base di ciascuno, infatti, è palese che vi siano sentimenti malinconici di un’impostazione fascista della società. Sentimenti che oggi, al contrario di ieri, si sentono liberi di dichiararsi tali, sebbene vi siano tre chiarissime leggi a contrastarli le quali, come abbiamo visto, vengono aggirate per non essere, questi individui, condannati dalla collettività, agendo nelle sfumature di una maglia dai colori della propria squadra del cuore.

È nelle curve, difatti, tra i cosiddetti tifosi organizzati, che negli anni si sono nascosti i sostenitori delle camicie nere, consapevoli che il loro “outing” avrebbe comportato una reazione poco accogliente da parte di quella comunità che, invece, adesso, vittima di un sistema che non si è mai spostato veramente da destra, fa difficoltà a riconoscere il marcio e incredibile semplicità nell’accettarlo, persino difenderlo.

Non basta, allora, scrivere lunghi articoli o risentiti post su Facebook, non bastano i minuti di silenzio pre-partita, non bastano le foto scioccanti del volto di Kartik celato dalle bende. Serve un’azione decisa, un ricompattamento della società tutta che non ci sta, che non ci può stare, una giustizia che percorra lo stesso sentiero della legge affinché quest’ultima non resti una serie di parole sprecate. Serve smantellare i gruppi dediti fintamente al tifo e dichiaratamente fascisti, denunciare qualunque atteggiamento che rimandi a mentalità mussoliniane. Serve, inoltre, maggiore controllo sui social da parte delle forze dell’ordine e, ancor di più, maggiore sostegno e sicurezza nella vita quotidiana. Serve la partecipazione di ognuno di noi, il coraggio di condannare. Perché nessun Chondro merita di essere picchiato, offeso, umiliato o spaventato per il proprio colore della pelle e la memoria di nessuna bambina sporcata da quelle stesse mani che le hanno tolto la vita. Altrimenti, tranne che per le vittime, per dirla alla Lotito, resterà tutta una grossa sceneggiata.

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