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Leggende e racconti: “Filogranato”, una favola napoletana

Si comincia sempre con c’era una volta una favola da raccontare. Quasi a voler sottolineare che la storia che sta per iniziare è molto lontana nel tempo, non soltanto cronologicamente, ma anche come luogo d’origine. Queste poche parole bastano per far immaginare, anche durante una lettura, un narratore che, ricordando ciò che egli stesso ha ascoltato in precedenza, dà vita a una fiaba perpetuandola nel tempo.

In questo senso, la Campania è una regione assai ricca. Sacro e profano si fondono in una lunga serie di storie nate da miti o da rituali magici e religiosi, tramandate dalla tradizione orale, di padre in figlio, di generazione in generazione, fino ai nostri giorni dove è certamente più diffuso l’uso della lettura o l’ascolto di fiabe registrate per i bambini, ma dove si può ancora trovare – in qualche paese della provincia – un anziano che ricordi il “fiabesco” della propria infanzia.

Nelle favole della Campania ci sono il Medioevo e il Barocco, gli Angioini e i Borbone, ci sono Virgilio e i classici della latinità. Vi si trovano anche la tradizione tramandata oralmente dalle classi dominate e la nuova tradizione napoletana voluta nel 1200 dagli Angioini, la cui dinastia organizzò a dovere la cultura della capitale del Regno. Nella Napoli di quegli anni, infatti, circolavano libri e uomini colti, e i nobili francesi influenzarono così tanto gli usi locali da mischiarli con i propri e, anche, a quelli orientali e a quelli delle altre regioni di Italia già radicati, dando vita a una nuova tradizione, questa volta, di carattere colto.

Una di queste favole si chiama Filogranato e racconta la storia di una bambina che si nutriva soltanto di uva. La piccola fu presa – in cambio della libertà della madre – dalla padrona della vigna nella quale la povera donna rubava i frutti per nutrire la figlia. La bambina fu chiamata Filogranato e rinchiusa in una torre in cui la vecchia era solita portarle da mangiare: Filogranato, Filogranato, quelle trecce dorate mandale giù che voglio salire, è arrivata la tua comare, è venuta a visitarti.

Passarono gli anni e la bambina divenne grande. Un giorno il principe del regno, che andava alla ricerca di una ragazza da sposare, passò di lì e vide la vecchietta che chiamava Filogranato. Il ragazzo ripeté le parole udite dall’anziana signora e disse alla giovane che era desideroso di prenderla in sposa e che l’avrebbe portata con lui al castello.

Durante la fuga d’amore, i giovani incontrarono un’altra vecchietta che diede loro tre oggetti – un pezzo di sapone, una bottiglia di olio e un pettine – con i quali avrebbero potuto liberarsi di colei che aveva tenuto prigioniera Filogranato per tutto quel tempo. Il pettine sarebbe divenuto un groviglio di spine, il pezzo di sapone sarebbe diventato fango, infine la bottiglia di olio si sarebbe trasformata in una montagna liscia e scivolosa. I tre oggetti permisero ai due innamorati di scappare e raggiungere il castello dove, ben presto, iniziarono i preparativi per il matrimonio.

Il giovane principe però, quando ormai il giorno delle nozze era prossimo, decise improvvisamente di non volersi più sposare e Filogranato, rattristata, si rinchiuse nella sua stanza, smettendo di mangiare. Si fece portare soltanto tre ingredienti: un chilo di zucchero, un chilo di farina e un chilo di confetti con i quali preparò due colombi, uno di questi lo chiamò Peppino. Finalmente, la giovane lasciò la sua stanza, si recò nel salone e mise i colombi sulla tavola. Dopo poco, raccontò di come lei e il principe si erano conosciuti chiedendo a Peppino se ricordasse quei momenti. A risponderle, però, fu il giovane principe che ricordava tutto. Nell’istante in cui replicò all’ultima domanda, i colombi scoppiarono e i due innamorati si abbracciarono, si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

Le favole, le fiabe, così come i racconti, non invecchiano mai, portano i segni della storia, di come si evolve un popolo, delle diversità tra razze, ma rinascono sempre, ogni volta che le si racconta divengono come nuove e vivono della voce di chi le riporta agli ascoltatori.

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