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Lavazza: la Torino che riparte

Fedro una volta scrisse:

Un lupo magro e sfinito incontra un cane ben pasciuto, con il pelo folto e lucido. Si fermano, si salutano e il lupo domanda:

“Come mai tu sei così grasso? Io sono molto più forte di te, eppure, guardami: sto morendo di fame e non mi reggo sulle zampe.”

“Anche tu, amico mio, puoi ingrassare, se vieni con il mio padrone. C’è solo da far la guardia di notte perché non entrino in casa i ladri.”

“Bene, ci sto. Sono stanco di prendere acqua e neve e di affannarmi in cerca di cibo.”

Mentre camminano, il lupo si accorge che il cane ha un segno intorno al collo.

“Che cos’è questo, amico?” – gli domanda. “Sai, di solito mi legano.”

“E, dimmi: se vuoi puoi andartene?”

“Eh, no” – risponde il cane.

“Allora, cane, goditi tu i bei pasti. Io preferisco morire di fame piuttosto che rinunciare alla mia libertà.”

Ora, chi sono i cani e chi i lupi in un Paese come l’Italia di oggi che, secondo Erri De Luca, più che oggetto a invasione è sempre di più soggetto a evasione? Non solo fiscale, ma anche e soprattutto di giovani, che la abbandonano per realizzarsi e farsi una vita all’estero, poiché qui non c’è nulla da fare, è tutto preda delle paure dei vecchi.

Ebbene, in un tale contesto Torino sceglie invece di ripartire affidandosi a un vecchio slogan e sulla base di questo continua a ridisegnare il suo futuro post Olimpiadi 2006. Chissà che non possa funzionare anche per l’Italia intera tornare a dire e a dirsi più lo mandi giù e più ti tira su. Ogni francobollo di questa terra ha potenzialità territoriali e capitale umano tali da poter ripartire da se stessi, Torino ha scelto di ripartire dal caffè.

In un momento di grande desertificazione industriale, lungo un percorso di riscoperta di sé, dopo gli anni grigi trascorsi al capezzale di mamma FIAT, oggi FCA, e non più torinese né tantomeno italiana, si torna all’imprenditoria familiare, ma non familistica. E sì, perché Lavazza è innanzitutto una famiglia con una storia, dunque con delle radici. Non a caso, il punto della questione è proprio la parola radici, che in questo caso affondano nelle argille di Murisengo (AL), un paese contadino del Monferrato da cui Luigi Lavazza partì nel lontano 1894 alla volta della grande città per fare fortuna, fondando la sua prima drogheria nel 1895 in via San Tommaso nel capoluogo piemontese.

Oggi Lavazza, dopo essere diventato un marchio e un gruppo leader nel settore del caffè e dopo aver affrontato un lungo e forte processo di internazionalizzazione, ha deciso di collocare il suo nuovo centro direzionale in un quartiere periferico della città torinese, il quartiere Aurora, un luogo storico in cui l’azienda affonda appunto le sue radici, con l’obiettivo di far da volano per il rilancio culturale e dunque economico dell’area coinvolta, nonché dell’intera città.

In inglese esistono due termini quasi perfettamente assonanti tra loro che sono roots e routes. Molto simili nel suono, certo, ma distantissimi nel significato, in quanto il primo vuol dire appunto radici, con un profondo rimando al passato, all’esperienza e alla storia, mentre il secondo indica dei percorsi, ovvero il futuro verso cui poter tendere a partire da una storia ben radicata nella terra e nell’acqua, cioè in quelle sostanze vitali di cui un territorio è letteralmente fatto, ma con una forte inevitabile propensione all’apertura e alle culture che passano attraverso le consuetudini dei popoli produttori, aprendosi a forme di economia sociale e recuperando, chissà, persino la lezione di Adriano Olivetti.

Ma questo è l’augurio, per il momento i fatti ci dicono inequivocabilmente che Torino ha quantomeno compreso la lezione di Socrate e l’importanza dell’imperativo che la sfida globale impone a se stessi, ovvero conoscersi per farsi riconoscere, magari con una stretta di mano dicendosi reciprocamente “piacere” davanti a una tazzina di buon caffè. Dopotutto, il caffè è un piacere, se non è buono che piacere è?

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