Attualità

L’attualità di Faber: vent’anni dopo, una risposta a Libero

Vent’anni fa, durante una delle sue ultime interviste, Faber, a fronte di domande precise e ben circostanziate, ci regalò delle straordinarie parole dal preziosissimo valore testamentale, pronunciate nel tentativo, ovviamente riuscito, di raccontare e divulgare il significato profondo del suo ultimo lavoro musicale prima di lasciarci. Il giornalista gli chiese, infatti: «Fabrizio De André, il pubblico ha stabilito che l’album Anime salve è il migliore tra quelli pubblicati nel 1996, ma un altro riconoscimento importante per il disco arriva dalla critica, che gli ha assegnato il suo premio, una coincidenza che per un artista rappresenta il massimo. Quale valore attribuisci a questa uniformità di vedute?». La risposta di De André fu: «[…] La parola maggioranza ha le sue radici in un termine latino che è maior e che al plurale fa maiores. I maiores nel mondo latino […] erano coloro che detenevano i privilegi ed esercitavano l’autorità e il potere. Oggi questi maiores sono diminuiti di numero, ma la loro diminuzione è direttamente proporzionale all’aumento dei privilegi e all’aumento dell’autorità e del potere, che sono pressoché illimitati, dal momento che si sono impadroniti anche dei media […]. I minores, che saremmo poi noi, siamo preferibilmente chiamati in causa nel momento in cui dobbiamo conferire ai maiores questo potere, questa autorità o questi privilegi». L’intervista proseguì, poi, con la seguente, ulteriore domanda: «Che idea ti sei fatto del tuo pubblico in questi ultimi concerti? Come è cambiato quello che ti segue sin dai tuoi esordi e com’è il nuovo pubblico che si è aggiunto? Sono molti anche i giovani…», ancora una volta il cantautore genovese, senza esitare, rispose: «[…] Direi che si tratta di un pubblico più composto, più attento, quasi un pubblico da teatro, meno chiassoso, meno casinista […]. Questo naturalmente non vuol dire che non sia un pubblico partecipe, anzi è successo non poche volte che proprio a metà del concerto siano scoppiati applausi durati anche due o tre minuti di orologio […]. Il pubblico mi è piaciuto molto […] e, soprattutto, direi che il comportamento è omogeneo dal Sud al Nord, il che vuol dire che gli italiani si assomigliano molto».

Sarebbero più che sufficienti parole come queste per mettere definitivamente a tacere quella manica di speculatori e pescecani dell’informazione che hanno lombrosianamente osato titolare, l’11 gennaio scorso, sulla prima pagina di un quotidiano che non prova vergogna nel definirsi Libero, COMANDANO I TERRONI, mostrando evidente disappunto nei confronti di tutte quelle minoranze che in occasione dell’ultima tornata elettorale hanno voluto, a torto o ragione, farsi maggioranza. La cosa potrebbe apparire come una questione di poco conto, se non fosse per l’abituale e distorto esotismo che storicamente caratterizza la visione del Nord rispetto al Sud del nostro Paese, che però ha per fortuna reagito attraverso voci di indignazione sollevatesi da più parti: dagli organi di garanzia del Parlamento a diversi esponenti politici, all’Ordine dei Giornalisti – che è arrivato addirittura a minacciare e probabilmente a comminare sanzioni –, in ogni caso precedute, come sempre, da tutta una serie di piazze in cui solo qualche sera fa si sono spontaneamente tenute innumerevoli, nonché partecipatissime, cantate anarchiche, ormai da qualche anno divenute tradizione consolidata in alcune città sia italiane che europee, a quanto pare popolate da una maggioranza di persone che continuano a sentirsi Anime salve.

Come Giovanni Passannante, che nel lontanissimo 1878 tuonò che la Repubblica universale è possibile mentre minacciava di uccidere, in quel di Napoli, il Re Umberto I di Savoia, capostipite di una monarchia usurpatrice persino peggiore e maggiormente dilettantesca, nonché piegata a quegli stessi poteri continentali – a cui siamo probabilmente assoggettati ancora oggi – che andavano violentemente sostituendosi, manu sabaudiae, a un’altra monarchia ugualmente opprimente, benché non asservita, ma allo stesso modo asservitrice per natura. Circa un secolo più tardi, fece eco al gesto del cuoco anarchico di origini lucane, celebrato dal Pascoli nell’omonima Ode al Passannante, il grande Giorgio Gaber il quale provò a insegnarci che la libertà è tale solo a patto che sia anche ineluttabile partecipazione. Infine Fabrizio De André che, tramite le riproduzioni registrate della sua calda e indimenticabile voce, ancora adesso continua a ricordarci via etere che la vera libertà non solo è partecipazione, ma è anche e soprattutto il frutto prelibato che nasce dall’umana capacità dei minores di non piegarsi ad alcuna forma di ricchezza a essi sottratta attraverso l’esercizio cronico di un potere che non ha nemmeno bisogno di essere violento per potersi configurare come abuso. Una sorta di messaggio evangelico ante litteram, già messo spudoratamente a nudo da parte dello stesso Faber attraverso la blasfemia drammaticamente umanizzante propria dei testi raccolti nell’album La buona novella, opera poetico-musicale in cui risulta luminosamente chiaro come prima di qualunque altro tipo di legge a cui assoggettare i nostri istinti, alti o bassi che siano, venga innanzitutto l’essere umano e la sua capacità innata di sapersi dare delle regole, senza che siano necessariamente altri suoi simili a determinarne i codici in via sistematica all’ombra di un Dio reso invisibile ai molti affinché siano solo in pochi a potersi concedere il privilegio, appunto, di poterlo vedere e persino parlarci.

E, allora, chi sono oggi i terroni se non tutti i minores del mondo espulsi dalla Storia in cui è il caso, una volta per tutte, di cominciare specularmente a riconoscersi? In un mondo così schifosamente diviso tra Nord e Sud, prima o poi si finisce sempre per essere, irrimediabilmente, il meridionale di qualcun altro pronto a definire terroni tutti coloro che disturbano il sonno placido di maiores messi nel frattempo in minoranza e schiacciati dal peso della disperazione che essi stessi sono stati in grado di costruire ad arte, illudendosi di potersi tenere opportunisticamente in disparte. A noi, invece, tocca il compito di non farci mettere sotto scacco dall’illusione di sentirci o, ancora peggio, percepirci come i maiores di chicchessia poiché, per quanto possa farci piacere o consolarci l’idea di sentirci vigliaccamente assolti, siamo comunque, lo stesso e irrimediabilmente coinvolti nella lotta che ha visto aprirsi questo secolo XXI con masse di anime provenienti dal basso e in attesa di salvezza contrapporsi all’alto, caratterizzato per indicibile spietatezza e assenza di visione, al punto tale che il vecchio adagio latino ubi maior, minor cessat non potrà che essere sempre più fatalmente destinato a tramutarsi in ubi minor(es), maior(es) cessat. E nessuno potrà mai impedire un tale ordine naturale nello svolgimento degli eventi che stanno caratterizzando la Pasqua epocale che ci vedrà, nostro malgrado, inermi protagonisti poiché, da quando il mondo è nato, la miseria non ha mai perso.

È quindi giunto il momento di scegliere da che parte stare. Per chi scrive è semplice decidere, in quanto terrone per nascita. Ma quando tutti ci renderemo finalmente conto di esserlo per comune e universale condizione allora, forse, tutte le minoranze unite diverranno inevitabilmente maggioranze e non sarà certo necessario indossare dei gilet per farsi riconoscere.

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