“L’arte della felicità”: un film d’animazione tutto partenopeo

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So che non mi crederai, ma in me non c’è proprio niente di malato, non c’è mai stato. Io mangio, bevo, cago, io dormo, rido, sogno, spero, io muoio! Io sono felice, i pensieri sono fatti della stessa materia dei sogni, un pensiero felice vale come un pensiero triste, la tristezza te la danno per poco, ma pure la felicità non costa nulla, allora tu che scegli?

Quando rovisto nel passato trovo dolore e morte, quando cerco nel futuro ansia e illusioni, ma quando frugo nel presente, trovo questo presente, questo qui, questo momento da cui ti scrivo ora, da cui ora tu leggi, questo presente infinito, luminoso, e c’è sempre la musica, ci sei tu, i tuoi occhi, c’è zio Luciano che sorride. Smetti di girare in tondo, Sergio, torna a cercare le tue note migliori.

Nel 2013 Luciano Stella commissiona un lungometraggio al giovane Alessandro Rak, autore di corti e fumetti. Si tratta di un film d’animazione destinato a un pubblico adulto, il quale, attraverso le immagini, la trama, i dialoghi e le riflessioni suggerite, avverte la necessità di prendersi un momento per soffermarsi sui vari spunti proposti dalla pellicola.

È una storia semplice: il protagonista, Sergio, decide di prendere la licenza e diventare tassista, proprio come suo zio. Sceglie, inoltre, di non scendere da quel taxi, probabilmente per non affrontare una vita che lo sta mettendo alle strette da un po’. Non riesce a superare la morte, avvenuta per malattia, del fratello trasferitosi in Tibet tempo addietro per diventare monaco buddhista. Il distacco non voluto dal familiare, però, non è la sola separazione che il personaggio deve affrontare: anche la musica, la sua vocazione, lo ha abbandonato. Egli, difatti, non può e non vuole più suonare.

All’interno del taxi, diverse persone, anche se solo per pochi minuti, intrattengono delle conversazioni con il protagonista. Le loro storie, in questo modo, si intrecciano con quella di Sergio. Tutto è ambientato a Napoli, della quale, però, non si vede nulla se non un forte degrado che, a sua volta, emana un asfissiante senso di cupezza. La pioggia incessante, inoltre, contribuisce a creare un’atmosfera malinconica che permea l’intero film.

Il titolo del lungometraggio è ripreso dalla trasmissione radiofonica che accompagna il viaggio. Lo speaker de L’arte della felicità salirà anche fisicamente sul taxi, ma solo per un caso fortuito.

Lo spettatore, come già detto, dinanzi a un’opera del genere si pone degli interrogativi e resta spiazzato. Non si aspetta, probabilmente, che un film d’animazione italiano affronti tematiche forti come la morte, l’elaborazione del lutto, il senso della vita, le ambizioni e la spiritualità. Un film vero, reale e spietatamente onesto che non indugia nel metterci al cospetto di una vita difficile, colma di buchi neri nei quali è semplice cadere, mentre – nello stesso istante – ci pone di fronte a una Napoli degradata e tristemente grigia.

Durante un dialogo, che avviene sempre all’interno della vettura, lo zio affronta con il protagonista il tema dei ricordi. Sergio non riesce a cancellarli. Anzi, crede che siano l’unica cosa che gli resta. Il suo interlocutore, però, in maniera cruda e diretta, lo sfida e lo provoca nel tentativo di spronarlo.

Questi ricordi mi ossessionano, ma sono tutto quello che mi resta.

Veramente? E allora butta nel cesso anche quelli e vediamo se di te non resta più niente.


Un altro punto a favore del film è sicuramente la colonna sonora. La musica, infatti, è al centro dell’intero lungometraggio. Dopotutto, Sergio è un musicista che non riesce più a suonare, che rifiuta di seguire la propria inclinazione, così come lo era anche il fratello prima di lasciare l’Italia per iniziare una nuova vita.

Gli artisti che hanno collaborato alla realizzazione della pellicola appartengono tutti alla scena partenopea: Joe Barbieri, Luca di Maio, Guappecartò, Foja, Gnut e 24 Grana.

E ho tutto dentro e poi mi accorgo che non ho parole

non c’è poesia solo malinconia e malumore

e resto qui tra le mie mani e il resto del dolore

e resto qui tra le mie mani e una contraddizione

Il testo di Gnut, Controvento, sembra quasi raccontarci lo stato d’animo di Sergio, con le sue grevi parole, con tutta la sofferenza e il conflitto interiore che manifesta.

La tristezza te la danno per poco, ma pure la felicità non costa nulla. Allora, tu che scegli?

Forse è proprio questa domanda a essere più opprimente dell’intero film. Tra la felicità e la tristezza, per cosa bisogna optare? E, poi, la tristezza è davvero dettata solo da agenti esterni oppure, a un certo punto, diventa una vera e propria scelta? Se così fosse, perché ostinarsi e vivere in un passato infelice quando sarebbe molto più semplice inventarsi un nuovo futuro?

Il passato, dunque, va buttato via. Se fa male, se non serve, se impedisce un avvenire che può rivelarsi prospero, a cosa è utile una malsana collezione di ricordi? Probabilmente, non è del tutto superflua, ma di certo quella pesante valigia non rappresenta mai tutto ciò che ci resta.

Article by Ludovica Ricceri

<p>Studentessa di mediazione linguistica e culturale. Amante di libri, arte, musica, viaggi, con una predilezione per l’indie italiano e la poesia contemporanea.</p>

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