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Cultura

La strategia dell’acqua: tra Bauman e il tecno-ottimismo delle nuove proteste

Siamo disorientati, siamo dissolti. Il corpo è diventato liquido, malleabile, quasi inconsistente, perfettamente in linea con la profezia del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman. Abbiamo una forma senza forma e, quando non se ne ha una, si può avere qualsiasi forma.

La liquidità è il fulcro delle proteste moderne che necessitano manifestazioni prive di confini netti e di definizioni rischiose e vincolanti. Nell’era in cui si scontrano con prepotenza tecno-ottimismo e tecno-pessimismo, la rete si rivela il luogo paradossalmente più tutelato. Ogni identità viene spersonalizzata e diventa irriconoscibile, aprendo nuove modalità di protesta. Non a caso, lo slogan dei manifestanti di Hong Kong è #BeWater, sii acqua: spiega in maniera perfetta la strategia del movimento che ha influenzato il mondo e che è divenuto simbolo di resistenza contro ogni forma di limitazione della libertà. Gli hongkonghesi traggono ispirazione dall’attore e artista marziale Bruce Lee, che consigliava di essere acqua per incoraggiare la versatilità in ogni contesto e la capacità di dileguarsi, senza prigionie. 

Svuota la tua mente.

Sii senza forma, come l’acqua.

Se tu versi dell’acqua in una tazza, essa assume la forma della tazza.

Se la versi in una teiera, essa diventa la teiera.

L’acqua può scorrere a fiumi o rigagnoli, può gocciolare o precipitare.

Sii come l’acqua, amico mio.

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Le proteste moderne – da Honk Kong a Barcellona –  evitano di esporsi in prima linea riservandosi sempre la possibilità di retrocedere, di spostarsi con rapidità da una zona all’altra della città in un movimento fluido e anonimo. Tutte le rivolte si collocano in un clima di annichilimento delle libertà individuali e della democrazia. L’intero mondo scende in piazza rivendicando gli stessi diritti negati e declinati in forme diverse, ma in fondo molto simili. Che sia la povertà ad Haiti, il militarismo e l’aumento dei prezzi dei trasporti in Cile, l’abolizione dei sussidi per i carburanti in Ecuador o la dollarizzazione del Libano.

Tutte le proteste muovono in quell’incertezza preannunciata dalle riflessioni di Bauman sul XXI secolo e hanno radici in una diffusa crisi del neoliberismo che taglia trasversalmente l’intero globo: una frammentazione irreversibile nell’economia mondiale fin dalla tragica crisi del 2007 iniziata col fallimento della Lehman Brothers, una frattura profonda, ricca di contraddizioni. È l’universo fluido e pluralistico della new age post-moderna che non riesce più a inserirsi all’interno di un sistema – sia esso economico, politico o morale – e che annulla tutto il precedentemente consacrato in una ribellione asistematica e sfuggente. La generazione attuale è quella meglio equipaggiata tecnologicamente, sa sfruttare la rete come strumento principale di ribellione ma insieme è la generazione umana più afflitta da insicurezza, impotenza e fluidità, incapace di creare un equilibrio stabile e di portare avanti manifestazioni coese e compatte. Più liquido è il movimento e più persone ne fanno parte – come maschere indistinguibili in grado di dileguarsi –, più forte è la metafora del loro potere collettivo contro l’ingiustizia e la corruzione dell’autorità statale, che sia in America Latina o a Hong Kong.

Quello che percuote il mondo è un senso di malessere indefinito, che sguscia senza un’idea unanime in un gruppo eterogeneo di individui che hanno sopportato la somma di continue delusioni e frustrazioni. È un movimento senza leader, in cui non si può essere perseguiti penalmente perché tutti sono coinvolti ma nessuno lo è. La nuova frontiera delle moderne proteste è da analizzare nell’uso di app di messaggistica criptate: WhatsApp, Telegram, Signal o LIHKG, forum multi-categoria disponibile solo in lingua cinese che è stato il vero protagonista a Oriente. Questa piattaforma consente di iscriversi solo da un provider di Hong Kong, rendendo così più difficile alla polizia cinese – che già bloccò Telegram lo scorso giugno – tendere trappole contro i manifestanti.

Le identità sono frammentate e sparse: nella moderna liquidità ognuno ha diversi nomi, diversi account e diversi dispositivi elettronici da cui comunicare. Avviene in maniera multimediale il passaggio di qualsiasi informazione, prediligendo l’uso dei sistemi Bluetooth per comunicare solo con persone nelle immediate vicinanze. Per l’organizzazione vera e propria, dal Pacifico a alla Spagna, è prediletto Telegram, un servizio di messaggistica istantanea e di broadcasting basato su cloud che consente l’uso di sondaggi rapidi all’interno di ampi gruppi.

La strategia dell’acqua crea difficoltà enormi alla polizia, che non può prevedere gli esiti delle manifestazioni e non sa neppure riconoscerle, se non a posteriori. Se prima dell’avvento dei social alcuni nomi risultavano a capo delle proteste, oggi la costruzione delle rivolte avviene attraverso un’organizzazione e una compartizione orizzontale in cui si distinguono ruoli diversi ma paritari. Crolla così il sistema verticistico, con rapporti di coordinazione invece che di subordinazione. «Semplicemente significa che siamo tutti dei leader», aveva dichiarato uno studente di Hong Kong sorpreso egli stesso dalla potenzialità del mondo dei social e delle sue ripercussioni sulla società.

Le nuove modalità di ribellione non sono altro che lo specchio dell’epoca postmoderna. Come hanno scritto Bauman ed Eco, la new era può essere identificata proprio con processi di decentramento, fluttuazione irregolare e frammentazione. In particolare, Bauman fu un’icona della cultura che ha spiegato la postmodernità attraverso l’illuminante immagine della società liquida: l’apoteosi di un lungo processo di liquefazione di tutti quei corpi solidi che le società avevano costruito. Con estrema lungimiranza aveva intuito che le reti di legami umani, un tempo stabili, si trasformano nel mondo moderno in zone di frontiera con scontri quotidiani e interminabili per il loro riconoscimento. Non esistono più ambiti di certezza e di solide tranquillità, c’è solo l’ansia, la paura che genera pressione sui governi per incentivare delle riforme sociali soprattutto nei Paesi non industrializzati. La paura è lo strumento di potere più incisivo, l’unica possibile molla di cambiamento insieme alla pressione sociale. La strategia attuata dalle proteste oscilla tra il costruire la propria posizione e insieme decostruirla, uscendo da qualsiasi schema.

Se il corpo è diventato liquido, non resta che trovare nella liquidità la principale risorsa che abbiamo. L’acqua è un elemento che a primo impatto può sembrare catturabile e invece è difficilissima da gestire: è in grado di corrodere, lentamente, e di sfuggire a qualsiasi trappola. La sua arrendevolezza alle forme nasconde una potente resistenza. Lo stesso concetto di privacy è collegato a un anonimato fluido e all’impossibilità di essere riconosciuti in una forma fissa: a Hong Kong si diffonde l’uso dei laser per evitare il riconoscimento facciale, avviando una guerra cyber contro l’intelligenza artificiale cinese. In un video pubblicato il 19 ottobre si vedono le sagome di indipendentisti catalani anonimi inseguiti dalla polizia spagnola, mentre sul muro si legge la scritta Això és llutta de classe, questa è una lotta di classe.

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La strategia dell’acqua mira a riforme democratiche con una svolta sociale e spesso ecologista, per una società più giusta contro la dura autorità. La vera potenza delle rivolte recenti è l’essere riusciti a creare proteste affollate senza avere alle spalle una vera forma organizzativa ma puntando sulla dispersione spaziale, sociale, temporale che rende ogni individualità parte di una folla. Fondamentale è la creazione – dal Libano a Londra, dai #5demands di Hong Kong all’Argentina – di un programma costituito da pochi punti rigidi e sintetici, senza accettare alcun compromesso. Gli slogan sono incisivi, possibilmente brevi e sotto forma di hashtag virali.

I movimenti occupy del decennio precedente erano grandi occupazioni immobili e fisse, ormai del tutto in disuso. Sono stati sostituiti da occupazioni selvagge con spostamenti immediati. I movimenti vengono decisi al momento, senza preavviso, attraverso i sondaggi sui gruppi social in cui i partecipanti condividono lo stesso sdegno e frustrazione. Questo rende impossibile prevederli e frenarli. Diventa strategico lo spazio dell’aeroporto, simbolo per eccellenza del non-luogo e di uno spostamento veloce e fluido, è un luogo senza memoria storica né interazioni stabili. Per questo è spesso preso di mira, per creare di riflesso forti pressioni politiche per tutti i Paesi che vedono bloccato il traffico aereo. Se le proteste si svolgono in un grande aeroporto internazionale si ottiene l’attenzione del mondo perché si colpisce la gente che viaggia, un efficace metodo che è stato utilizzato a Hong Kong e a Barcellona, dove ci sono stati feriti e anche decine di ore di ritardo per i voli.

Ma non si tratta solo di questo: il mondo post-moderno ha creato nuovi sistemi simbolici e nuovi linguaggi per decodificare il reale, in modo più o meno criptato. Quello dei manifestanti è un microcosmo simbolo di un’enorme scollatura sociale e una serie di gesti, messaggi in codice e segnali. Si creano così catene umane che condividono un linguaggio segreto, come quello riportato in immagine per i manifestanti di Hong Kong.

Sia che si abbia un atteggiamento ottimista sia che si nutra pessimismo nei confronti dei social, tutti convergono su un nuovo determinismo tecnologico: questi strumenti, nel bene o nel male, determinano e mutano il profilo storico della società. La grande ambiguità della tecnologia, dunque, sta in due posizioni contraddittorie: da un lato, crea isolamento e un’estrema individualizzazione, dall’altro crea un forte senso di appartenenza e una comunità unita che crede nelle proprie battaglie.

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